lunedì 31 dicembre 2012

Tempo di fine, tempo di inizio


Il fascino discreto della sintesi, dei bilanci, dei rilanci e dei propositi è certo suadente, ma in esso ravviso un non so che di posticcio e costruito. Il problema vero della concezione del tempo occidentale risiede, a mio avviso, nel fatto che nasce dalla sintesi paradossale tra il tempo ciclico e liturgico dell'ottica cristiana, per cui gli anni si ripetono nei ritmi delle feste e dei momenti della storia della Salvezza, e il tempo lineare e progressivo dell'ottica illuminista, in base al quale il passato non torna, e l'esistenza procede in avanti, in una sorta di fuga indefinita, forse con un senso, forse no.
A guardare la storia, forse tale contrasto tra il tempo-linea e il tempo-circonferenza non è sanabile, e piuttosto è insito nelle strutture mentali stesse dell'uomo.
Infatti gli stessi romani, che pure misuravano il tempo da un inizio, cioè dalla fondazione dell'Urbe, non resistevano alla tentazione di riconoscere ciclicità all'anno, nella figurazione simbolica del dio Ianus, divinità affascinante, dai due volti, uno di vecchio e uno di giovane (e qui sarebbe forse il caso, ma non c'è lo spazio, per parlare del puer senex della mitologia etrusco-romana), che presiedeva al momento delicato della fine dell'anno, da cui il mese Ianuarius, di Giano appunto (le giunture, le articolazioni, le cuciture sono i punti più facili alla rottura) e allo spazio, altrettanto delicato, delle ianua, ossia delle porte (e infatti ancora nei palazzi rinascimentali sui portoni d'ingresso fa mostra di sè il dio bicipite) della domus, luoghi di rottura, di interruzione, del cerchio magico-sacrale che delimita lo spazio interno, positivo, dalle forze negative dell'esterno, da quello che le popolazioni germaniche avrebbero definito "utgarten".
E non è un caso che il povero Remo sia stato ucciso dal fratello proprio perchè ha profanato il tèmenos, il solco sacro che Romolo stava incidendo nella terra con l'aratro, laddove sarebbero sorte le mura della città eterna.
Ma sto divagando. Tornando alla contraddizione tra le due concezioni del tempo, suggerisco a chi ne abbia voglia di guardarsi un film dei fratelli Coen, "Mister Hula Hoop", interessante, almeno a livello simbolico, in questo senso.
Su quale sia il tempo preferibile per l'uomo, non ho alcun dubbio: il tempo ciclico dà sicurezza, permette l'illusione di un ritorno delle cose, facilita la nostra organizzazione, semplifica, almeno un po', un'esistenza che, in caso contrario, sarebbe una costante fuga in avanti, senza traccia del passato che, secondo dopo secondo, muore alle nostre spalle.
Ovvio, però, che se da un lato il tempo circolare delle stagioni, degli anni, degli anniversari ci permette tale sicurezza, dall'altro sarebbe il tempo lineare quello più ortodosso e, in un certo qual modo, più eticamente corretto, anche se più difficile da vivere... Sì perchè, e in questo Seneca è sempre cristallino, l'uomo spreca la maggior parte del proprio tempo proprio perchè si illude di averne a piacimento, e tale illusione nasce, prima di tutto, dagli apparenti ritorni del tempo attorno a noi.
Se, per pura ipotesi, l'asse terrestre non fosse inclinato sul piano di rotazione, e pertanto non avessimo stagioni, ma un perenne equinozio di primavera, e se inoltre non avessimo calendari mensili e annuali, ma un semplice computo cumulativo del tempo, che ci permettesse di capire che in realtà il 31 dicembre che torna ogni anno è un giorno sempre nuovo, è un tempo che non tornerà più, forse allora ci sarebbe più chiaro quanto il tempo, così apparentemente nostro complice, sia nei fatti una dimensione aleatoria e impalpabile, troppo labile per poterci fare affidamento.
Meglio quindi, a mio avviso, non puntare sul festeggiamento dell'anno nuovo, ma piuttosto sulla memoria di quello appena concluso, se possibile senza rammarico, ma come si guarda a un familiare, con il quale si sono avuti bei momenti e sonore litigate, ma per il quale resta un sano e solido affetto.
Meglio ancora sarebbe vivere l'ultimo dell'anno senza accenno alcuno al tempo che va e al tempo che viene, ma come una sorta di tributo onesto al presente, a ciò che abbiamo oggi, ai cari che in questo giorno ci sono vicini. Una sorta di parcheggio momentaneo in una piazzola di sosta sull'autostrada: ci si ferma, si scende dall'auto, ci si stiracchia, e si sorride ai nostri compagni di viaggio, chiedendo come va.
Domani si riparte con la corsa.
 
 
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venerdì 2 novembre 2012

4 novembre


Luigi Cadorna

Una volta si stava pure a casa da scuola, per il 4 novembre.
Oggi non più, e bisogna andare in giro per i corridoi degli istituti, per trovare, su una bacheca defilata, il manifesto bianco, a caratteri neri, con il tricolore in piccolo, in un angolo, che ricorda, a chi ha la pazienza di leggere, cosa si commemora il 4 novembre.
Una volta era la vittoria, oggi si parla di forze armate e unità nazionale.
In ogni caso, ci si confronta con concetti un po' scivolosi. Perchè se si parla di forze armate in fin dei conti, lo dice il nome stesso, si parla di armi, se si parla di unità nazionale il rischio è di cadere nel nazionalismo, se si parla di vittoria il rischio è di cadere nell'elogio della guerra.
Già, la guerra. La Grande Guerra, con le G maiuscole. Non mi definirei certo un esperto del primo conflitto mondiale, ma per scrivere "Sul Grappa dopo la vittoria" ho dovuto leggere e studiare. Certamente la Grande Guerra affascina.
E', forse prima di tutto, per la dimensione quasi mitica che avvolge le imprese di quei soldati, sospesi e quasi incerti tra un mondo di duelli all'arma bianca, di assalti, di colpi di mano in cui è la forza e il coraggio del singolo a far la differenza, e una modernità alienante, nella quale la morte si fa seriale e gratuita, nella quale conta solo la quantità di cannoni e di granate a disposizione, e non il valore dell'esercito.
Non posso fare a meno di immaginare la profondità e la totalità dello shock culturale che investì i soldati, tolti da un orizzonte di vita agricolo e preindustriale e sbattuti in un mondo di macchine di morte, di gas asfissianti, di mitragliatrici, di cibi in scatola...
Per non parlare dello shock ambientale... ricordo sempre la lettera di un giovane soldato ungherese, impegnato nella guerra sugli altipiani, lettami da un amico ben più appassionato di me sulle cose della Grande Guerra, nella quale il ragazzo, sempre vissuto nella sconfinata pianura, racconta stupito ai genitori di aver scoperto delle cose strane, che si chiamano "pietre"!

Al di là della conoscenza e dello studio su quel complesso fatto storico che chiamiamo Prima Guerra mondiale, credo che, specie in occasione del 4 novembre, resti da chiarire quale sia il ruolo, oggi, da assegnare alla memoria.
Per certi momenti della nostra storia recente, e penso ad esempio al fenomeno della Resistenza e della guerra di liberazione, credo che sia ancora difficile pensare di poter avere uno sguardo lucido. Ci sono ferite ancora sanguinanti, memorie e interpretazioni discordi, e pertanto la memoria diventa spesso un fatto doloroso, anchrchè doveroso.
Ma forse per la Grande Guerra è giunto il momento di far largo, con serenità, a una reinterpretazione che scrosti la memoria collettiva dai residui (ancora presenti!) della retorica dell'eroismo, del sacrificio, della bella morte, e riconsegni al nostro paese una prospettiva di Grande Guerra come inutile strage, come incomprensibile assurdo sacrificio di centinaia di migliaia di vite umane su un altare posticcio e ingrato.
Un primo passo concreto per far ciò potrebbe essere, a mio avviso, quello suggerito dal giornalista e scrittore Ferdinando Camon, di eliminare il nome di alcuni generali, in primis Cadorna, e ci aggiungerei anche Giardino, dalle intitolazioni di piazze, viali e strade nelle nostre città, sostituendoli con nomi che sottolineino altri aspetti e altri protagonisti del conflitto, quali "Unità d'Italia", o "III Armata", o "Ragazzi del '99".
La città di Udine, giusto per fare un esempio, già il 3 agosto del 2011 ha fatto una scelta del genere.
In questo modo in primo luogo si costringerebbe la collettività a un ripensamento, a un "fare memoria" nuovo, favorendo discussioni, confronti e dialettiche utili alla verità storica.
In secondo luogo nelle nostre città verrebbe meno l'elogio, scomodo sebbene implicito, a persone che, senza troppi perchè, mandarono a morire in maniera spesso ottusa e talvolta apertamente crudele decine di migliaia di soldati, in un conflitto cercato e voluto da una minoranza del paese, e che forse poteva essere tranquillamente evitato percorrendo la strada della diplomazia.
Può essere solo una provocazione, e di certo cambiare il nome a una piazza non serve a niente, se nelle scuole non si parla della grande guerra in modo più approfondito, più vicino al territorio, meno legato alla semplice esigenza di liquidare il capitolo in fretta, perchè l'esame di maturità si avvicina e bisogna svolgere il programma almeno fino alla Guerra Fredda...
Ma, piuttosto del silenzio, anche una provocazione ha la sua utilità.


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giovedì 1 novembre 2012

22 novembre a Rosà

Giovedì 22 novembre presso la Biblioteca comunale di Rosà presenterò il "Sillabario veneto", con la partecipazione graditissima del cantautore Leo Miglioranza.

A presto!

2 novembre


Lasciamo stare Halloween.
Tolte le maschere di questo piovoso pseudocarnevale, tolti i petardi nelle buche delle lettere, tolti gli anglofili "dolcetto o scherzetto" che riecheggiano per le vie, ricordandoci quanto siamo succubi di altre culture e altri valori, l'inizio di novembre è affascinante.
Ho sempre ammirato la perfezione, frutto di secoli di osservazioni ed equilibri, dell'anno cristiano. Le distanze tra le festività, le rispondenze implicite tra di esse, l'equilibrio tra stagioni e riti, tra clima e sacralità.
Frutto certo anche di contaminazioni con le preesistenti religioni del pagus, ma non solo.
Mi piace questo commemorare i defunti all'inizio dell'autunno, quando la natura si addormenta in una morte apparente, quando le giornate sfioriscono assieme alle foglie degli alberi, e il sole si fa come più lontano, più indifferente. E' un momento adatto, questo, per ragionare di morte.
Non serve aver letto "I Sepolcri" di Ugo Foscolo per capire che siamo figli (e Halloween tutto sommato ne è la riprova) di una visione recenziore, gotica e nordica, della morte come elemento terrorifico: la vecchia signora con la falce, il cimitero diroccato, tutto croci di pietra inclinate e coperte di muschio, e cancelli cigolanti.
C'è chi sostiene, e se non erro Foscolo è tra questi, che tale visione negativa della morte sia stata instillata nella nostra cultura dalla religione cristiana che, facendo coincidere il trapasso con il giudizio, ha avvolto in un mistero pauroso questo momento inevitabile dell'esistenza.
Certo, non doveva essere male vedere, nei tempi di Roma antica, le famiglie libare, in una sorta di picnic cimiteriale, sui sepolcri degli avi, facendo festa con i defunti.
Ci sarebbe anche da sottolineare il fatto che dopo la caduta dell'impero d'occidente ha iniziato a farsi strada, pur senza prevalere mai del tutto, una prospettiva della morte e della sepoltura di origine germanica, quindi nomade, caratterizzata dal minimalismo della tomba, dalla sua omologabilità allo spazio circostante, contrapposta alla monumentalità del sepolcro di area mediterranea, quindi stanziale, come elemento fatto per durare nel tempo, e per far vivere una memoria di generazione in generazione (per questo argomento, vi consiglio di recuperare magari su youtube una bella puntata di Passpartout sul culto dei morti, di una decina di anni fa ormai...).
Ad ogni modo: dovremmo forse sforzarci di recuperare la morte come traccia del passato, non come paura in un futuro incerto.
Dovremmo cioè essere meno egoisti, non pensare alla nostra morte, che tanto arriva lo stesso, e invece, di fronte alla tomba, pensare a quanto ci hanno lasciato i nostri cari.
E' una sorta di piccola rivoluzione copernicana. Del futuro non sappiamo nulla, quindi non ha molto senso stare costantemente a scrutare le nebbie dell'orizzonte. Che dopo la morte vi sia o meno qualcosa, beh, questo è un problema che dovremmo porci dopo morti, perchè prima il mistero è irrisolvibile e, come diceva qualcuno, "Il problema senza soluzione non è un problema!"
I nostri defunti, nel bene e nel male, con i loro pregi e i loro difetti, hanno fatto sì che noi fossimo vivi, oggi, in questa maniera, in questo spazio, con le nostre forze e le nostre debolezze.
Prendiamo, quindi, il 2 novembre come una sorta di "elogio del passato", un recupero doveroso e sereno della memoria familiare, lasciando stare, per un attimo, gli ammonimenti che le tombe paiono dare ai vivi.
Mi piace chiudere con un passo di Meneghello, da "Pomo pero", proprio agli inizi del libro:
"Ci si sta comodi in tre in un secolo; una sessantina di persone da rintracciare tra me e i romani, qualche centinaio fino alle caverne, alcune migliaia tra me e i pitecantropi. E' curioso che a metterli tutti assieme si farebbe all'incirca un paese come il mio e si potrebbe venirci a conoscere tutti; è molto probabile che dell'intera serie sarebbero alfabeti solo gli ultimi tre, nonno, papà e in un certo senso io; tutti invece, per la natura stessa della linea divisoria, saprebbero parlare. Non so se sarebbe probabile, ma vorrei sperare che le lingue facessero una catena, almeno in fatto di comprensibilità: in fondo dev'essere ben raro che il figlio non s'intenda affato col padre, a parole. Si potrebbe dunque dirci qualunque cosa e aspettare che ciascuno la racconti all'altro, e alla fine veder ridere in fondo alla fila lo scimmiotto Meneghello, o noi minacciarlo col pugno".

mercoledì 17 ottobre 2012

Una piccola gioia...


Condivido con chi segue questo blog una bella notizia: il "Sillabario veneto" uscirà a breve nella sua terza edizione!

Un grazie di cuore a tutti coloro che hanno letto e apprezzato questo libro, e a quanti, con il passaparola, hanno permesso a un piccolo lavoro con una piccola casa editrice di farsi un po' di strada nel mare magnum della distribuzione...

A presto!

domenica 7 ottobre 2012

Nero 13 - Il giallo a Nord-Est

 
 
Con grande piacere vi informo che da oggi sarà disponibile nelle librerie tra Veneto e Friuli l'antologia di racconti"Nero 13", pubblicato dalla LIBRA EDIZIONI di Pordenone.
 
13 autori, tra cui il sottoscritto, si sono impegnati in altrettanti racconti brevi, ovviamente di genere giallo e noir, di ambientazione locale.
Precedentemente avevo dato l'annuncio, ma oggi posso fornire la copertina del libro...quindi  perdonate la parziale ripetizione!
Chi volesse una copia può contattare me via mail (sezione "contatti" del presente blog), oppure la casa editrice: libra@libraedizioni.it, per informazioni sulle vendite.
 

Intervista a Top Radio di Oderzo



A causa della mia scarsa competenza col mezzo informatico non sono ancora riuscito a scoprire se e in che modo sia possibile inserire nel blog un file audio... Mentre mi arrabatto in cerca di una soluzione, inserisco il link al sito dell'emittente che mi ha intervistato mercoledì 3 ottobre, dove potrete trovare il podcast per scaricare la nostra chiacchierata.

Ringrazio Top Radio per la bella occasione, e alla prossima!

domenica 30 settembre 2012

... e di giostre


Ieri, sabato 29 settembre, festa degli arcangeli Michele Gabriele e Raffaele, nel paese di mia nonna, Sant'Angelo di Piove di Sacco, c'era sagra. Per chi ha letto il "Sillabario", si tratta della sagra di cui parlo nel capitolo dedicato al "Boresso".
Non è l'unica sagra autunnale, ed anzi basta girare in auto per le nostre campagne, da Belluno a Rovigo e da Verona a Venezia, per imbattersi in feste della vendemmia, della polenta, del bacalà (con una C ovviamente). Non ne avremmo bisogno, oggi, ma in realtà proseguiamo con il rituale antico ed agricolo della festa del riposo della terra, dell'accumulo del raccolto prima del lungo inverno. Un ultimo ingrasso, un ultimo accaldato saluto all'estate, prima del buio, prima del freddo.
Se penso alla sagra del paese dei nonni, quasi in automatico risento una serie di sapori persi nel mito dell'infanzia irrecuperabile: le patate dolci, "i s-ciosi", i folpi cotti in una certa maniera "il zuchero filà", e avanti di questo passo.
Quando mi sono ritrovato, per caso o per volontà, a ripassare attraverso delle sagre, non ho provato attrazione per i banchetti che vendevano questi cibi. Quasi che fossi consapevole, in fondo, dell'impossibilità di riavere quei sapori in quel contesto, dato dal mio essere bambino in quel preciso periodo storico.
Come da piccolo (ma da piccolo non avevo parole per dar forma a questi concetti che appena appena intuivo), ho assaporato invece quel gusto saturo e sonnecchiante di decadenza felliniana, o petroniana se preferite i classici. Ricordo come, ogni anno, questo o quello zio partisse con una riflessione sul tempo matto, sulle memorie di quanto invece, nella loro giovinezza, fosse più caldo o più freddo, sulla decadenza del mondo insomma, sulla rovina dei nostri tempi le cui tracce erano visibili anche nelle stagioni impazzite. E quasi a trarre estremo conforto da tale consapevolezza, me li rivedo a trangugiare con triste avidità quantità titaniche di ossetti, di gnochi, di vino.
E con quanta sorpresa ho riletto nella Cena di Trimalcione, anni dopo, dei passi sostanzialmente identici:
"Dies nihil est. Dum versas te, nox fit. Itaque nihil est melius quam de cubiculo recta in triclinium ire. Et mundum frigus habuimus. Vix me balneus calfecit. Tamen calda potio vestiarius est. Staminatas duxi, et plane matus sum. Vinus mihi in cerebrum abiit"
(Il giorno non esiste. Mentre ti volti, è già notte. Per questo non c'è di meglio che alzarsi dal letto e andare difilato nel triclinio. E sì che abbiamo avuto un bel freddo! Il bagno mi ha riscaldato a malapena. Tuttavia una bevanda calda è il miglior vestito. Io ne ho scolate diverse in fila, e sono proprio fradicio. Il vino mi ha dato alla testa).
Insomma, i miei zii e i nobili della Roma neroniana erano sostanzialmente identici.
Questo può essere consolante, o avvilente.
Ma insomma, quando ancora oggi passo per una sagra, sono le giostre che mi attirano! Vorrei avere la spudoratezza per prendere a pugni uno di quei misuratori di forza di fronte ai quali fanno la fila torme di ragazzotti aitanti e spavaldi, o per salire, anche da solo, non importa, su un autoscontro, e tamponare a caso, serio in viso, tutto teso nel recupero di una memoria impossibile. I calcinculo no, non mi son mai piaciuti, però sulle astronavi passerei qualche ora, e qualche ora la passerei anche in quelle belle sale giochi da sagra, con le pareti in vetro lievemente brunite, che da fuori vedi i ragazzi che smanettano sui joy-stick. Chissà se, nell'era della PS3 e della X-Box, c'è ancora un destino per i vecchi videogiochi.
All'età di 14 anni con un mio amico ho ultimato, con non indifferente spesa economica, il grande classico King of Dragons, che consiglio a tutti. C'era chi prediligeva la violenza di Street Fighter (e Blanka andava per la maggiore), chi invece, correndo il rischio di essere visto dai genitori, giocava a strip poker, o ad altri giochi la cui finalità esplicita era spogliare una ragazza.
Ecco, anche oggi mi piacerebbe spendere qualche manciata di gettoni in una di quelle sale giochi, giusto per vedere se il tempo, almeno un po', torna indietro, o se, invece, le preoccupazioni e le consapevolezze restano dietro la nostra fronte.
Chiudo ricordando un episodio di non ricordo quale libro del grande Guareschi: Don Camillo da un lato e Peppone con i suoi fedelissimi dall'altro non resistono alla tentazione di provare una giostra di aerei, durante la sagra paesana. Aspettano che tutti se ne vadano e poi, ovviamente l'uno all'insaputa dell'altro, si ritrovano lì. L'avventura ha un esito tragicomico, ma al di là di questo, mi piace come l'autore ha evidenziato il desiderio del gioco, del lasciarsi andare, che permane negli adulti, sebbene spesso si voglia nascondere.
Saliamo in giostra finchè siamo in tempo... Altro giro, altra corsa!


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Di libri...




Da domenica prossima, 7 ottobre, sarà disponibile nelle librerie la raccolta di racconti noir e gialli "Nero 13 - Il giallo a nordest", uscita per la Libra Edizioni.
Il volume sarà presentato nell'ambito della rassegna "Grado Giallo". Ho partecipato all'antologia con un racconto "giallo storico" di ambientazione locale.
Non voglio anticipare molto (anche nella speranza che qualcuno abbia interesse a procurarsi il libro!)... posso dire che si parla di Marostica, che il racconto è ambientato nel secondo Quattrocento, e che argomento centrale sono le accuse infondate di omicidi rituali che in quello scorcio di secolo furono rivolte a diverse comunità ebraiche, da Trento a Portobuffolè, da Marostica a Innsbruck.
Un grazie anticipato a quanti avranno voglia di leggere!

lunedì 24 settembre 2012

PordenoneLegge 2012




Condivido con voi, più o meno a caldo, le sensazioni positive dell'incontro tenutosi ieri alle 19, presso il Ridotto del Teatro Verdi di Pordenone, nell'ambito della rassegna PordenoneLegge 2012.
Incredibile vedere la quantità di persone che l'evento riesce a raccogliere, una città invasa da schiere di lettori, diversi tra loro per età e interessi, eppure tutti lì, in coda di fronte agli ingressi, in attesa di poter ascoltare i dibattiti, le presentazioni, le discussioni.
Arrivare a Pordenonelegge non da lettore ma da scrittore è stata per me un'emozione davvero intensa. L'incontro che ho tenuto con Francesco Targhetta, grazie alla bella moderazione di Bruna Mozzi, è stato per me piacevole e ricco di spunti, e spero che anche il pubblico presente se la sia goduta!
Con un po' di vanità ho messo al collo il pass "AUTORE", anche se era di fatto assolutamente inutile, visto che ero già dentro il Ridotto, ma insomma, sono cose che capitano una volta ogni morte di papa, e allora cogliamo l'attimo!
Vedere, nel programma dell'evento, il mio nome inserito tra nomi del calibro di Philippe Daverio, David Riondino, Gianni Minà, Gianrico Carofiglio (l'elenco potrebbe continuare molto a lungo!) mi ha da un lato riempito d'orgoglio, dall'altro di senso di attesa e di preoccupazione: spero di essere stato all'altezza.
Infine, una nota ironica: arrivando a piedi al Teatro Verdi, ho visto una coda chilometrica di gente in attesa dell'apertura delle porte. Per un attimo (ma solo per un attimo...) ho sperato/temuto che fossero lì per l'incontro con me e Francesco Targhetta... Ovviamente no, erano in coda per Carofiglio.
La coda per l'ingresso al Ridotto del teatro, dove abbiamo tenuto la nostra presentazione, era giustamente molto più contenuta... ma, comunque, la coda c'era! Questa è stata un'altra soddisfazione che porterò con me.

Un grazie di cuore agli organizzatori, a Bruna Mozzi per la precisione e l'abilità nel gestire la discussione, un grazie particolare a Francesco Targhetta, per aver condiviso con me la sua esperienza e le sue prospettive, e infine un grazie a tutti i presenti!
Alla prossima... Speriamo!

giovedì 13 settembre 2012

Generazione rubata


Perdonate il post anomalo...

Zapping pigro del dopocena, nella pacata consapevolezza che non ci sarà molto da vedere, e che quel poco che si potrebbe seguire sarà inguardabile a causa della mole titanica di pubblicità, evidentemente piazzata ad arte per costringerti a rifugiarti nella pay tv.
Mi imbatto nella voce roca del Molleggiato, che pubblicizza un suo ormai prossimo spettacolo. Non ricordo le parole esatte. E' comunque una sentenza inappellabile contro una non meglio precisata categoria di "giovani", colpevoli, a dire dell'Adriano nazionale, di aver perso il rapporto con la natura (?), di essere insensibili, o cose simili.
Sul momento la cosa non mi turba affatto.
Sia perchè ormai sono in una fascia anagrafica non esattamente giovane, sia perchè di cagate in televisione se ne sentono e se ne vedono troppe, e alla fine sei anestetizzato, e Banderas che parla con una gallina ti fa lo stesso effetto di un gruppo di ragazze che non ha meglio di che discutere che il proprio fastidioso prurito intimo.
Poi però mi tocca ritornare con calma sulla faccenda.
Perchè i giovani di cui parla Celentano, forse, sono i fannulloni di qualche anno fa, o i mammoni di un grottesco reality di recente memoria.
Sommo, senza rifletterci troppo, tutto questo con i dati della disoccupazione giovanile, che però restano solo numeri.
Allora li affianco ai volti di amici e conoscenti antichi e nuovi.
Assegnisti universitari parcheggiati in qualche corridoio dello studium patavino, anche loro waiting for Godot.
Giornalisti che faticano a destreggiarsi tra un articolo e una supplenza per arrivare a fine mese.
Operai rimasti a casa da un anno, subito dopo un matrimonio e un mutuo carico di belle speranze.
Non aggiungo ancora all'elenco i miei ex studenti, usciti da due o tre anni, e lanciati in una corsa verso un titolo di studio che si spera possa servire davvero a qualcosa, o a qualcuno.
Il problema è complesso, siamo d'accordo, coinvolge categorie ampie e profonde del pensiero e dello scibile, e io non me ne intendo di crisi globale, di economia e di mercato.
Ma per quanto provi a girare tra le mani il problema, non riesco a vedere colpe nelle ultime generazioni.
E visto che la cena è stata pesante, e la giornata pure, qualche colpa devo attribuirla, e sia quel che sia, esprimo un'opinione tra le molte, senza alcuna pretesa di ragione assoluta!
Vedo la colpa in generazioni che hanno goduto di privilegi oggi utopici: pensioni anticipate; prestiti a fondo perduto; rimborsi più o meno pesanti dei mutui; riscatto degli anni di studio praticamente gratuito.
Siamo figli di una società che si è ingrassata più di quanto doveva e poteva, forse ubriaca per una crescita incontrollata, un boom che lo stesso presidente Napolitano ha definito positivo, ma che, forse, è stato troppo veloce, troppo violento.
Vabbè, chi è nato dagli anni Settanta in avanti dovrà dimenticarsi il sogno della casa singola, della pensione ricca e precoce, della famiglia da mantenere con uno stipendio solo.
A meno che, ovviamente, non siano gli stessi genitori a dare una mano.
Ed ecco realizzato il paradosso.
I miei nonni hanno fatto parte di una generazione che ha vissuto una rivoluzione, piccola o grande che la si consideri: quella che dall'Italia fascista e monarchica ha portato all'Italia repubblicana e democratica.
Hanno vinto la loro battaglia, hanno rinnovato, ringiovanito se preferiamo, la società.
Sono state eliminate delle classi politiche ed economiche (non del tutto forse, ma in buona parte sì), e sono state sostituite, come è giusto e sano, con un'altra classe, con altre idee, ed altre età.
I miei genitori hanno preso parte ad un'età di altre rivoluzioni, quelle degli anni Sessanta.
Altri scontri generazionali, altre lotte, giuste o sbagliate che fossero, altre idee nuove che provano (e talvolta riescono) a sostituirsi alle vecchie.
E poi siamo arrivati noi, figli della morte delle ideologie, della crisi di idee ancora prima che di economie, figli di un'epoca in cui le cose andavano bene, e quando le cose vanno bene, perchè cambiarle?
Il problema è forse questo.
In un momento di crisi, una società sana dovrebbe portare, secondo movimenti paradigmatici abbastanza naturali, ad emergere nuove forze e nuove idee, forse inevitabilmente più legate alle giovani generazioni.
C'è uno scontro, una dialettica, e, se la vecchia società è debole, o incancrenita, la nuova forza porta un'iniezione di "altro", che può cambiare, un po' o molto, le cose, e si spera in meglio... Ma tutto sommato, quando si è immobili in una posizione scomoda e dolorosa, chissenefrega di come ti sposti, l'importante è spostarsi, a un certo punto!
Oggi questo non è possibile, perchè, almeno in Italia, chi dovrebbe "fare la rivoluzione" è congelato, immobilizzato, reso impotente da un sistema che non gli offre lo strumento primario per attuare le nuove idee: l'autonomia e la responsabilità.
Siamo precari non solo nel portafoglio, ma anche nella mente.
Chi ha avuto molto, non rinuncia a quel molto, e si tiene ancorato ai posti di privilegio.
Se è vero che meno del 10% degli italiani ha fiducia nella propria classe dirigente, vuol dire che sarebbe sul serio ora di un cambiamento.
Questo cambiamento non arriva, forse, perchè chi avrebbe il dovere morale del cambiamento, cioè le giovani generazioni, non ha la possibilità di mettere in atto alcunché.
Forse il tempo delle rivoluzioni è finito.
Ma una società che non riesce a cambiare, è una società morta..

sabato 25 agosto 2012

PordenoneLegge 2012


Comunico, con grande piacere e soddisfazione personale, che sono stato invitato all'evento PordenoneLegge 2012!

Il mio intervento si terrà DOMENICA 23 SETTEMBRE, alle ore 19.00 presso il ridotto del Teatro Verdi, assieme allo scrittore Francesco Targhetta.

Maggiori informazioni sul sito della Rassegna www.pordenonelegge.it

A presto!

paolo

L'insettone di plastica



Buona fine d'estate... per quanto possa essere buona la conclusione delle vacanze, con l'annesso rientro al lavoro.
Parto scusandomi per il silenzio dell'ultimo mese, che in parte dovrò continuare a mantenere, ma al di là delle ferie, da un po' di tempo sto cercando di occupare il tempo libero nella scrittura di qualcosa, sulla quale, per scaramanzia, non dico niente... e di conseguenza il blog risulta un po' sacrificato, spero almeno per una giusta causa!

Proseguo condividendo con voi, in maniera assolutamente schematica e non gerarchica, con il rischio evidente di non essere affatto chiaro, le intuizioni, le scoperte che ho fatto quest'estate. Se vorrete condividere le vostre nello spazio dei commenti, sarà forse un modo per far rivivere l'estate ormai giunta agli sgoccioli...

Decalogo marittimo

1) Nei negozietti del lungomare adriatico vendono ancora i sacchetti di insettoni di plastica che vendevano quando avevo otto anni. Il mio desiderio di possedere uno di quei sacchetti pieni di ragni millepiedi e scarafaggi è immutato nel tempo.

2) I bambini tedeschi non piangono. Mai.

3) Le passeggiate serali non hanno altra funzione che guardare gli altri e farsi guardare dagli altri. I negozi, i gelati, il lungomare, sono solo scuse.

4) Anche i paguri possono far male.

5) A San Marino non si conoscono automobili dal valore inferiore ai 40.000 euro.

6) Fellini nei suoi film non ha fatto altro che descrivere realisticamente la realtà romagnola. Non c'è nulla di onirico o di grottesco in "Amarcord". E' pura realtà.

7) I paletti della tenda hanno un punto massimo di flessione, dopo il quale si spezzano.

8) La "casetta", il "nido", il "piccolo rifugio" di Pascoli è una villa di due piani con duemila mq di giardino.

9) Non pranzare con cappelletti e sangiovese se dopo ti aspettano cinquanta chilometri di curve sotto il sole.

10) I tuoi genitori ti dicevano che comprare i sacchetti di insettoni di plastica dai negozietti sul lungomare è una boiata. Mentivano. Tutti dovrebbero avere degli insettoni di plastica.

lunedì 23 luglio 2012

Monte Piana - lunedì 6 agosto 2012



Lunedì 6 agosto, alle ore 10.30, ritrovo presso il Rifugio "Magg. Bosi" del Monte Piana per una presentazione itinerante di "Sul Grappa dopo la vittoria" nei luoghi della Grande Guerra sulle Dolomiti.

La presentazione si snoderà lungo il cammino storico delle trincee e delle fortificazioni italiane ed austriache del Monte Piana, e si concluderà con il pranzo al rifugio alle ore 13.00.

Per chi ama camminare, si può arrivare al rifugio Bosi parcheggiando nei pressi del Lago di Misurina e salendo a piedi (1 h circa) lungo la carrozzabile, seguendo le indicazioni.
In alternativa, è attivo un servizio di navette nei pressi del bivio per chi sale alle Tre Cime di Lavaredo.


NUMERI UTILI
-          Rifugio Magg. Bosi: 0435.39034- rifugiomontepiana@tiscali.it
-          Servizio navette: 338.5282447 (Lorenzo); 336.309730 (Raffaele)
-          Ufficio turistico di Misurina: 0435.39016
-          Siti web: www.montepiana.com; info@antonellafornari.com

Libri in osteria - 24 luglio


Domani martedì 24 luglio, alle ore 20.00 presso l'Osteria Madonnetta di Marostica (via Vajenti), presenterò il "Sillabario veneto" nell'ambito della rassegna "Libri in osteria".
Un saluto a tutti e buona estate!

Adria legge



Ringrazio di cuore gli amici del Presidio del Libro di Adria, la Libreria Apogeo, i musicisti e la moderatrice Fanny Quagliato per la bella serata di presentazione del "Sillabario veneto" di venerdì scorso.

A presto!

martedì 19 giugno 2012

Domenica 24 giugno, ricordando Meneghello



In occasione del quinto anniversario della scomparsa di Meneghello, domenica a Malo, dalle ore 16.30, si terrà una passeggiata letteraria per le strade del paese, partendo dal Museo Casabianca e toccando alcuni luoghi legati alla memoria dello scrittore e delle pagine dei suoi libri.

Alle ore 18.00, nel cortile di Villa Clementi (sede della Biblioteca Comunale, in Via Cardinal De Lai) è previsto un mio intervento:
"Da Maredè maredè al Sillabario Veneto - viaggio sentimentale tra le parole venete"

Parlerò del mio rapporto di lettore, insegnante e scrittore con Meneghello, toccando alcune pagine delle sue opere che mi sono particolarmente care.

Spero che vogliate partecipare!

Sabato 23 giugno




Cari amici, vi avviso che sabato 23 giugno alle ore 18 e 40, presso la Sala Narrativa della Biblioteca civica di Bassano del Grappa, l'attrice Martina Pittarello terrà una lettura di alcune pagine del "Sillabario veneto", nell'ambito della rassegna "Leggere per leggere", giunta al suo secondo anno.
Io sarò presente, siete tutti invitati!

domenica 17 giugno 2012

Ancora eroi - considerazioni di lingua

Secondo tempo di "Ramboso"... una parziale dimostrazione di quanto sostengo.


Una volta che si inizia una riflessione, è sempre meglio non lasciarla a metà. Almeno proviamoci.
Meneghello, in "Libera nos a Malo", scrive, tra le molte altre, una pagina stupenda sul rapporto dei bambini della provincia veneta alle soglie dell'età contemporanea e il cinema.
L'autore coglie subito nel segno, registrando come, di tutta la faccenda degli eroi western, era l'aspetto linguistico a lasciare l'orma più profonda e indelebile nella mente fervida e impressionabile nell'infanzia o nell'adolescenza.
"Ti coppiamo", minacciano, usando una bellissima doppia P, nel cortile improvvisamente divenuto lontano ovest, degli improvvisati soldati (nordisti o sudisti, non ricordo!) a un altrettanto estemporaneo nemico.
"Provate!", risponde il coraggioso, pronto alla battaglia.
E Meneghello ipotizza il legame di quel "provate", così strano, esotico nel lessico veneto di Malo, con il "Prove it" dell'inglese doppiato in italiano.
Eh già, non si può essere eroi senza un codice per esprimere degnamente il proprio eroismo. Come già affermato nel post precedente, l'inglese è di fatto una lingua giovane, epica per natura, secca e sonora, e, soprattutto, una lingua oggi divenuta globale.
L'eroe è eroe di tutti, pertanto deve parlare una lingua comune ai più. Il greco di Omero forse all'origine non era IL greco, ma lo è diventato. Il latino di Virgilio, quello con cui Enea parla dimostrando la sua pietas, di certo in origine non era IL latino, ma lo è diventato, proprio veicolando un'epica nella quale si è identificato un popolo.
Potremmo dunque ipotizzare l'esistenza di una sorta di triangolo, ai cui vertici stanno l'epica, la lingua, la nazione.
Re Artù, nazione anglosassone, lingua inglese.
Orlando, nazione franca, lingua d'oil.
Sigfrido, nazione germanica, lingua tedesca.
E l'Italia? Qual è il nostro Sigfrido?
Prima considerazione, di natura politica: la storica frammentazione della Germania non ne ha pregiudicato una coscienza unitaria, come non ha pregiudicato la sua unità linguistica. In altre parole: non serve necessariamente uno stato unitario per fare una lingua o una nazione.
Principio, questo, che potrebbe mettere tranquilli noi italiani.
Eppure la cronica assenza di un'èpos nazionale ha un che di inquietante, e a mio avviso si rispecchia anche nella cronica assenza di una lingua nazionale.
Non a caso si può dire che il primo nostro eroe nazionale sia Garibaldi, generato proprio quando, nelle scuole del regno, sull'onda dell'italiano manzoniano, lo Stato sabaudo cercava disperatamente un collante nell'immaginario collettivo, che di fatto ancora mancava.
Chi ha avuto o avrà la fortuna di leggersi le "Fiabe italiane" raccolte da Calvino, potrà facilmente constatare che in effetti in Italia è presente un immaginario collettivo, ma diffuso, declinato, innestato per così dire in cento modi diversi, perchè cento sono le lingue che hanno animato la cultura del nostro paese.
Fin qui, una semplice analisi dello status quo.
Ma non basta. Se le cose fossero andate per il verso giusto, oggi ognuna di quelle parlate regionale avrebbe mantenuto la stessa dignità, sarebbe ancora in grado, o per meglio dire, sarebbe ancora giudicata in grado di veicolare immaginari, racconti, eroi. Avremmo ancora le nostre epiche fatte magari non da Achille o Sigfrido, ma dal Gobbo Tabagnino, da Gesù e San Pietro, dal Salvanel, da Filomusso, da Giuanìn Benforte che a cinquecento diede la morte e avanti così.
I nostri piccoli eroi dialettali aggredirebbero da più fronti diversi i Moloch grecolatini o germanici, e li corroderebbero con l'intelligenza dei villani, con la risata volgare della scatologia e della flatulenza, ossia della merda e delle scorregge sulla cui forza apotropaica si basano tante fiabe del nostro passato (prossimo, non remoto come parrebbe!).
Saremmo un popolo gioioso e orgoglioso del nostro dna arlecchinesco, cangiante, metamorfico, inafferrabile eppure esistente, presente, colorato, sanguigno.
Non è andata così. Oggi non abbiamo più eroi, in Italia, perchè non abbiamo più una lingua. Beh, una ce l'abbiamo, e ce la facciamo andar bene, ma è la lingua fredda e cerebrale della norma calata dall'alto, del potere.
Non a caso, negli ultimi teatrini dei burattini, l'eroe di turno (a seconda della regione Arlecchino, o Pulcinella, o Fagiolino...) parla l'idioma locale, con cui irride e deride l'italiano affettato e impotente dell'antagonista (dottore, carabiniere o prete che sia).
E così facciamo parlare, agli eroi che importiamo dall'estero, la lingua che abbiamo imparato.
"Vivo o morto tu verrai con me". "Non sono venuto a salvare Rambo da voi, ma voi da Rambo!". "Non ho amici tra i civili", "Potevo ucciderli tutti, potevo uccidere anche te. In città sei tu la legge, qui sono io. Lascia perdere. Lasciami stare o scateno una guerra che non te la sogni neppure. Lasciami stare, lasciami stare". E chi più ne ha più ne metta.
Ma non ci siamo limitati a questo. Abbiamo relegato le lingue di quella che noi potremmo chiamare la nostra pre-cultura, a un livello deteriore, squalificato, indegno. Lingue della povertà e dell'ignoranza, lingue da dimenticare. La controprova?
Provate a pensare a un eroe di Hollywood che parla veneto. Rambo non dice "Murdoch! Sono io che vengo a prenderti", ma "Murdoch, orco .... (perchè la bestemmia in effetti ci starebbe bene)! Desso te ciapo!". Evidentemente non è la stessa cosa. Ci fa sorridere. Eppure non dovrebbe.
La cosa triste è che secondo Nietzsche il popolo che non è più in grado di crearsi eroi, è pronto a cadere.
Speriamo che non se ne accorga nessuno.


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domenica 10 giugno 2012

L'uomo in canottiera


Quand'ero piccolo, la televisione che avevamo in casa era, anche lei, piccola. A pensarci adesso, guardando il mio 32 pollici, direi anzi che era minuscola. Ma soprattutto, la televisione che avevamo era in bianco e nero. La televisione a colori, ricordo come fosse oggi l'emozione provata quando mio padre l'ha accesa per la prima volta in salotto, è arrivata che ero in quinta elementare. Fino a quel momento, i puffi, per me, non erano blu, ma di un grigio topo alquanto sospetto. E per mia sorella Anna dai capelli rossi era Anna dai capelli grigio canna di fucile. Ma in fin dei conti ci stava.
La vera rottura di totani era che la televisione non aveva il telecomando. Ci si alzava, e si pigiavano dei pulsantini alla base, per cambiare canale. Non che ce ne fosse bisogno: guardavamo solo i cartoni animati di bim bum bam, o i film ritenuti leciti dai miei genitori. Quindi non avevamo bisogno del concetto di zapping.
A casa nostra la televisione serviva per tre cose: cartoni animati; telegiornale (per mio padre); film della sera.
Mi soffermo sui film della sera. All'epoca i film iniziavano alle otto e mezza precise, e così alle dieci e mezza eri a letto. Credo che oggi i film inizino alle nove e mezza e finiscano a mezzanotte per due ragioni:
a) spingere gli spettatori disperati ad abbonarsi alle pay-tv, giusto perchè pagare il canone Rai non è sufficiente;
b) rincoglionire di sonno i cittadini per poterli sfruttare con più tranquillità di giorno. Ma qui non tratto della degenerazione dell'offerta televisiva.
Era mia mamma che sceglieva quali film potevamo guardare. Di solito le opzioni erano ridotte, e ripetute nel tempo. I film della Walt Disney, in primo luogo. Intendo quelli del tipo "Herbie, un maggiolino tutto matto", oppure "4 bassotti per un danese", o ancora "FBI operazione gatto". Poi i film di Don Camillo e Peppone. Infine i film di Bud Spencer e Terence Hill, che abbiamo diligentemente imparato a memoria, come credo tutti i nati tra il 1970 e il 1980.
Ad un certo momento però, sono stati gli amici, e i cugini che godevano di maggiori libertà, a indirizzarmi verso nuove strade. Ricordo di preciso un pomeriggio in cui alcuni cugini si stavano vantando con me del loro videoregistratore. Per farmi capire di cosa si trattava, mi mostrarono una videocassetta. Si vedeva una spiaggia tropicale, illuminata dal sole tenue dell'alba. Un elicottero arrivava sulla spiaggia, atterrava. Dall'elicottero scendevano degli uomini, solo uno restava a bordo, e si accendeva un sigaro prima di scendere anche lui. Mio cugino, più vecchio di me di quattro o cinque anni, interruppe il vhs con fare misterioso: "E' Predator", mi dice, "è troppo violento!"
Inutile dire che da quel momento ho vissuto solo per vedere questo misterioso "Predator". Ecco, da qui, da Arnold che fuma il sigaro prima di addentrarsi nella jungla con Dillon e soci, è partita la mia passione per i film d'azione muscolare della migliore Hollywood, quella degli anni Ottanta e dell'America reaganiana.
Eccoci arrivati al punto. Che sia vero che la società, ogni società, ha bisogno di eroi? Quella greca aveva Achille, quella romana Enea, quella medievale Orlando o Artù, e avanti così, fino agli eroi della moderna cultura televisiva. Il malinconico e taciturno Rambo, che non parla con nessuno per giorni, a volte settimane, il burbero Jena Plissken, che non ammazza perchè è troppo stanco, il robotico Terminator, pure capace di sentimenti. Ho ragionato a lungo su quali possano essere i comuni denominatori di questi personaggi.
Alla fine ne ho trovati due.
Il primo comune denominatore di questi molti eroi contemporanei pare essere la loro americanità. Per un certo periodo ho creduto che l'Europa fosse in difficoltà nel fabbricarsi eroi cinematografici per pure ragioni economiche... serve la grande macchina milionaria delle case di produzione americane per creare un'icona, nella cultura globalizzata. Con due o tre milioni di euro non combini molto: non solo non ti puoi permettere gli effetti speciali, che sono un po' come le figure retoriche in un testo poetico, ma soprattutto non puoi mettere i gadget del tuo eroe in ogni happy meal di McDonald's, non puoi far fare alla Lego dei pupazzetti con i protagonisti del film, e avanti così.
Il tuo resta solo un personaggio, noto a molti, non a tutti, prerogativa, invece, delle icone, degli eroi.
Oggi, pur restando convinto che quella appena addotta sia una ragione buona per giustificare la nostra cronica incapacità di produrre eroi, credo che il motivo principale sia un altro: non economico, ma ideologico. L'Europa ha conosciuto, in tempi anche molto recenti, la sconfitta, l'invasione, la distruzione, la fame.
Ogni società europea ha acquisito il senso del limite, che porta con sé, o perlomeno dovrebbe portare con sé, la capacità salvifica di non prendersi troppo sul serio, di usare l'autoironia come strumento di salvezza. Se credo troppo fermamente in una cosa che poi svanisce nel nulla, sono rovinato, più o meno come quegli ufficiali nazisti che, alla notizia della resa di Berlino all'Armata Rossa, non esultarono perchè la guerra era finita, ma si tirarono un colpo alla tempia. Meglio invece riderci sopra, meglio essere comunque e sempre con un piede in due staffe.
Gli Stati Uniti, almeno fino all'11 settembre, non hanno conosciuto l'invasione, non hanno conosciuto la sconfitta in casa, la distruzione del proprio territorio, la crisi della propria ideologia. Gli Americani possono permettersi, a differenza nostra, il lusso (discutibile) di essere ancora pienamente fiduciosi nel fatto che il loro modo di vivere sia quello giusto, quello sano, perchè non hanno ancora trovato nessuno in grado di confutare tale convinzione con una sana batosta. E da qui, credo, deriva la loro capacità di sintetizzarsi degli eroi. Il loro mito nazionale è quello del Far West, ossia quello dell'uomo valoroso che conquista una nazione palmo a palmo, con coraggio, fatica, sacrifici. E' un'epica nazionale e nazionalista, che noi non possediamo più, e forse, anzi, non abbiamo mai posseduto (resta infatti da capire quando e quanto noi siamo diventati nazione, e soprattutto come...). E dall'epica nascono degli eroi, basti vedere come la Reconquista spagnola (una sorta di epopea West in chiave medievale!) abbia generato el Cid.
Resta da capire cosa sia meglio, se vivere in una società troppo matura per credere ancora negli eroi, o se vivere convinti che esista effettivamente un giusto e uno sbagliato.
Resterebbero due ambiti da indagare... gli aspetti linguistici della fabbricazione di un eroe, e la "terza via" giapponese alla necessità di miti popolari: pur avendo conosciuto la più tremenda sconfitta con la bomba atomica, la cultura giapponese non ha rinunciato ai propri miti, semplicemente li ha relegati nell'ambito immaginario e onirico del cartone animato. Ma su queste cose magari ragioneremo più avanti.
Ah, dimenticavo... il secondo comune denominatore tra tutti gli eroi hollywoodiani che ho trovato è la loro capacità di portare la canottiera con dignità, con la stessa forza con cui imbracciano il mitra. A me la canottiera ricorda lavori in orto d'estate, o canottiere di lana che beccano d'inverno. Ma è ovvio, non sono americano.

mercoledì 30 maggio 2012

Dialogo di Eurialo e Niso

Le case di Ade non sono posti allegri. Achille stesso afferma di preferire una vita da porcaro piuttosto che una morte da re. Eppure, a differenza dell’oltretomba cristiano, nel mondo classico l’aldilà è inteso come una sorta di stallo definitivo della propria condizione, in cui le anime vivono nella perenne malinconica memoria della propria vita. Niente di cui stupirsi, dunque, se già prima di Dante le anime nell’oltretomba amassero chiacchierare.
“Niso, non vedo nulla. Dimmi, Niso, sei qui, al mio fianco, come credo e spero, oppure è anche questo un triste gioco del fato, e, lemure, parlo con lemuri?”
“Ci sono, Eurialo. Ma siamo entrambi ombre. E nemmeno io posso vedere alcunché. Diversa speravo la morte, diverso l’Ade. Invece è proprio come il padre Enea ce lo narrò, vuoto, freddo, solo”.
“Dimmi, Niso, perché morimmo? Non forse il fato ci ascrisse ben altro futuro che una selva di ombre e un mare di nebbia? Non ricordo… sì, ricordo la strage nera di cui disseminammo, arditi, il campo dei Rutuli sonnolenti. Ricordo la fuga, l’orrore. Ma poi?”
“Poi ci fu solo notte, Eurialo, notte senza luna. E non fu meglio così, in fin dei conti? Se bevendo alla fonte mnemosine, sotto l’alto cipresso all’entrata di queste tartaree case, dimenticasti della tua morte, perché desiderare il rinovellare quel dolore aspro al tuo e al mio cuore?”
“Perdono, Niso. Ti dimostri più saggio, anche ora. È davvero meglio così, vivere, o meglio, semplicemente essere, in questa vaga lattiginosa ombra, e non ricordare, e non dimenticare nulla”.
“Certo che così… No. Non me lo immaginavo certo. Sul campo tonante di mille zoccoli di fuoco, coperto il cielo profondo di aste e frecce e proietti, morire di orrida e sublime furia, con il vento negli occhi, sì, fin da giovane lo immaginavo, e, tremando, lo speravo. Ma fuggitivo, in un bosco di notte, sopraffatto da una schiera impari in numero e forze…”
“A me lo predisse un vecchio, quando ancora dovevo tagliare la prima barba. Mi fermò lungo il sentiero e mi annunziò la morte di notte. Ma da piccoli si vive come le bestie, o gli dei. E me ne dimenticai. Curioso. Di questo solo ora mi rammento. Del resto, sul campo o nel bosco o tra i neri flutti, quale differenza ci sarebbe per noi, qui?”
“Qui nessuna di certo. Ma nel mondo. Lì ora piangono due eroi morti nella fuga, non nella lotta”.
“L’importante è che piangano. Piuttosto, dove sbagliammo? Non fu forse una bella e nobile impresa la nostra? Non uguagliammo Odisseo e Diomede? Per Giove, ancora mi par di sentire vibrare nel pugno l’elsa nera di sangue nemico, mentre corro tra tende e bivacchi, seminando morte ignara e vigliacca. Fu proprio una bella notte”.
“La sete di armi belle e forti nel colpo. Troppo indugiammo tra i morti nel sonno, ricordi? Tu addirittura provasti più volte armi che mal si attagliavano alle tue forti membra, che qui solo in ombra ti è dato ostentare. Più parco conveniva cercare il bottino”.
“Troppo tardi. Nati alla gloria, nella morte che tutti uguaglia non troveremo certo la quiete. Una sola cosa mi stupisce, e se mai corpo vivo scenderà in queste lande buie, certo pregherò affinché nel mondo di sopra si sappia: la rapidità del trapasso”.
“Apri le tue parole, Eurialo, perché possa anche io giovarmi della tua intuizione”.
“Invero è pensiero dappoco. Ma se rifletti, Niso, i mortali donano tempo e dedizione alle loro opere in proporzione della loro importanza. Per cui, ad esempio, costruire una casa merita anni di lavoro, mentre cacciare il cervo è un passatempo nobile, ma da consumarsi in rapidità. Il grande inganno della morte è che, pur essendo forse l’atto supremo della vita, giunge senza avviso, e passa in un momento. Non credo sia giusto. Pensa a cosa avresti fatto, invece che razziare miseri cadaveri, se avessi saputo che la notte scorsa saresti morto, trafitto da arma nemica”.
“Richiami amare memorie, Eurialo, ma altro non resta in questo mondo. Non so, forse ti inganni. Forse è vana gloria dell’uomo la certezza che, nota l’ora della morte, la nostra vita scorrerebbe con ben altra drittura ed efficacia, come rapida freccia mortifera che, con sicura rotta, fende l’aria con sibilo di morte, certa del dove, e del come! Contro il fato ignoto tutti levano le loro proteste. Il contadino contro la grandine, il pastore contro il lupo, il guerriero contro la morte improvvisa. Ma non è forse vero che in realtà la morte è l’unica certezza che ci accomuna?”
“Sì, invero, hai la ragione. Non fatico vedi, a dartela. Sempre più esperto di me fosti, e ti tenni come maestro, non solo come amico, nel mondo di là; ma allora dimmi: perché mai, nonostante sia cosa certa, la morte peggio che fulmine o fiumana improvvisa sorprende i mortali? Di certo, ora che con calma mi fermo a riflettere, vedo che non mancano ad essa i segnali. La vecchiaia, la guerra, il dolore, o almeno la morte dei cari congiunti, sono come la nera nube che preannunzia tempesta sulle terre arate. Dunque? Si dirà che gli uomini sono ciechi e sordi al loro destino? Che tutti, grandi artefici, condottieri, filosofi e poeti, cadono nel medesimo errore degno di un fanciullo cui il nonno nasconda con abile mossa la mela di sotto il naso?”
“Non credo sia colpa della grande semplicità degli uomini. Credo invece che si tratti di un sottile inganno tesoci dai nostri peggiori nemici”.
“Chi dunque?”
“Gli dei, gli immortali. Loro sono la causa del nostro dolore. L’uomo, se fosse solo nel mondo, vivrebbe a misura di se stesso, e godrebbe del tempo della propria esistenza come di una semplice necessità cui non si scampa. Gli anni sarebbero lunghi abbastanza, la giovinezza sarebbe un periodo che, una volta morto, non si rimpiange oltre. Ma la dura condanna che il fato ci volle comminare fu di convivere con gli immortali. Questi esseri si mescolano a noi senza ritegno, ci amano, ci uccidono, ci parlano. Le dee si bagnano alle nostre fonti, gli dei possiedono le nostre fanciulle più belle. E che dunque? Come non cadere nell’aureo tranello della gioia eterna! Chi non desidera la giovinezza perenne avendo visto il florido petto di Afrodite? A che vale la consapevolezza della morte, quando ogni mattina Febo cavalca nei nostri cieli, biondo e possente, e sempre uguale a se stesso? Davvero, Eurialo, gli dei sono causa unica del nostro dolore. Rifletti: i nostri amori mortali finiscono nel pianto, nell’abbandono. Perché? Credimi: se non conoscessimo l’amore infinito e divino della callipigia, se non udissimo le gesta del padre Zeus, i nostri amorucoli terreni, fatti di sudore e schianti, rapidi e sporcati della fatica del lavoro, sarebbero ai nostri occhi i vertici unici cui il creato può giungere. L’essere passivi spettatori della grandezza degli immortali ci condanna all’invidia. E dato che l’invidia è madre dell’inganno, e tenendo per fermo che gli dei non si possono ingannare, che altro resta?”
“Capisco, buon Niso. L’ingannare se stessi”.
“Esatto. Ed ecco che l’amplesso con le giovani contadine diventa eterno amore, e la vita rapida e scontrosa diventa eterna. Non potendo evitare la nostra pochezza, la mascheriamo o, peggio, la ignoriamo. Salvo poi, quando arriva la delusione cocente, o ancor più la morte, chiamare all’inganno, al tradimento, maledire un’esistenza che ebbe come unica colpa l’essere condivisa con gli immortali”.
“Sì, dici bene Niso. Qui è buio. Troppo poco ho vissuto. Quale tristo miraggio mi ha condotto alla morte!”
“Non piangere, misera ombra. Abbiamo solo di un niente anticipato la nostra ora. Siedi qui, vicino a me. Ricordiamo ancora un poco…”

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domenica 20 maggio 2012

La strìa - ultima parte -

Ecco, pensavano tutti, senza osar rompere quella cupa cappa di attesa, non sono stato io ad entrare. Poco male, posso raccontare di esservi entrato per secondo o per terzo, tra qualche anno poi dirò che sono stato io ad entrarvi per primo… L’unico, nel gruppo, che aveva un’espressione palesemente soddisfatta, era Giacomo, responsabile della scoperta della botola nascosta.
Improvvisamente tutti, anche il grosso della masnada rimasta in attesa all’esterno della casa, trepidando per l’evoluzione degli eventi, furono scossi e terrorizzati da un grido di bestia ferita, da un urlo disperato, acuto e potente, di dolore totale e di rabbia senza fine e senza perdono.
Come una serpe, disturbata nel sonno, improvvisamente salta fuori dalla tana, Menico, gettando spavento e scompiglio nel gruppo che lo attendeva sopra l’apertura, ne uscì con un balzo ferino. Ogni suo muscolo era teso e guizzava come una lucertola. I suoi occhi, già prima inebetiti e come annichiliti dal dolore, ora erano orbite vuote, buchi neri senz’anima, trasudanti odio puro. Nessuno di quanti lo videro si dimenticò, mai. Menico era indemoniato. Le labbra arricciate scoprivano i denti e le gengive sanguinanti per la pressione eccessiva e spasmodica del morso. Il collo era teso come una fascina di canne, le vene pulsavano, le mani si aprivano e si chiudevano senza sosta, Menico era ignaro di ferirsi i palmi con le unghie. Era ignaro di tutto. Un automa, una bestia. Ululava e si dimenava senza raziocinio alcuno, urtava i presenti, quanti provavano a trattenerlo, mordeva, graffiava, scalciava. Subito chi lo vide, chi ebbe la sfortuna di guardarlo negli occhi, capì. Era perduto. Suo figlio era perduto. E di fronte alla condanna a lungo paventata e ora improrogabile, la debole mente di Menico, uomo laborioso e forte ma non certo aduso alla riflessione, scivolò lentamente, ma in inarrestabile moto concentrico, verso la follia.
Dopo alcuni tentativi, riuscirono a bloccarne i movimenti, eppure, anche se vincolato da numerose forti braccia, il corpo del povero padre sgusciava e si torceva in mille innaturali torsioni, provocando brividi in chi lo teneva, parendogli di avere per le mani, così dicevano anche ad anni di distanza, un sacco pieno di vipere. Giacomo pensò che la ragione di una così repentina furia dissennata giaceva nella botola, in quel buco lasciato aperto e dimenticato da tutti, entro cui ancora baluginava il riflesso della fiaccola, abbandonata a terra da Menico prima che balzasse fuori come una bestia braccata dal suo nascondiglio.
Non ci pensò quindi troppo su, temendo che il farlo gli avrebbe fiaccato il poco coraggio che ora lo sospingeva verso l’ignoto terribile, e senza dire nulla agli altri, tra lo stupore generale, si calò.
Una volta nell’ambiente sotterraneo, Giacomo temette di svenire. Il fetore era nauseabondo, opprimente e acre, una putredine somma ed annosa sembrava regnare in quella cantina. La fiaccola lasciata dal padre impazzito giaceva a terra, in un angolo, e la fiamma, lambendo la parete in terra battuta, fumigava lentamente. Lungo il fondo della stanzetta, pensata dall’architetto, a suo tempo, come una vera e propria dispensa, stavano, allineate ed in piedi, tre bare, aperte.
Le loro dimensioni e il loro pietoso contenuto non davano adito a dubbio alcuno. Erano bare per infanti. In piedi, ma in realtà distesi sul fondo di legno, assicurati maldestramente con alcune funicelle di cuoio, stavano tre cadaveri di bambini, in vesti bianche. Giacomo sentì lo stomaco rivoltarsi, represse i conati di vomito, oscillò pericolosamente, sull’orlo di uno svenimento. Si fece forza, respirò a fondo l’aria pesante, ma pur sempre aria, osservò meglio. Sicuramente i tre cadaveri erano di fanciulli, morti al massimo sui cinque anni, forse anche meno. Dalle vesti, più ornate sugli orli, sebbene sempre povere e semplici, e dalle poche tracce di capelli sul cranio, il cadavere più piccolo si sarebbe detto di bambina. Di fronte, ai lati dei corpicini, fiori secchi, fiori di campo, marciti nell’aria umida e stantia del sottosuolo, ammorbavano ulteriormente l’ambiente di esalazioni dolciastre e putrescenti; in un angolo, come gettate lì da una mano nemica, abbandonate come minuscoli cadaverini anch’esse, delle bambole di pezza, di quelle riempite con le barbe della pannocchia, con gli occhi di bottone e i capelli di lana nera, giacevano ingiallite, ròse dai topi.
Giacomo, recuperato un minimo di calma per ragionare, rifletteva su quello spettacolo orrendo. Ciò che non gli tornava era la reazione di Menico. Era evidente che quei cadaveri erano lì da anni, forse decenni. Il furore che aveva letto negli occhi del padre disperato, invece, non lasciava adito a dubbi di sorta: egli aveva chiaramente pensato che uno dei cadaveri fosse di suo figlio. Chissà, probabilmente, straziato dal dolore, avrà pensato che la strega avesse succhiato la giovinezza al figlioletto per garantirsi altri cento anni di vita; oppure, più probabilmente, il suo dolore e la sua ansia erano tali da non permettergli di cogliere un particolare del genere: già devastato dall’angoscia, così convinto e certo di dover trovare il figlio, deluso dalla ricerca infruttuosa, si era gettato smaniosamente nell’insperato varco apertosi ai suoi piedi. Visto ciò che vide, si accontentò, per dire così, e fu certo di aver finalmente trovato chi cercava.
Mentre ponderava tali ragionamenti, Giacomo udì un trambusto improvviso sulla sua testa, rumori confusi, esclamazioni soffocate. Una colluttazione. Pensò, intuì, temette il peggio. Si precipitò verso l’apertura, vi si issò a fatica, pensando per un attimo a come mai avesse potuto Menico balzarne fuori con tale foga. Fu di nuovo nell’ambiente vuoto e sporco, ma mille volte meglio, più aperto e salubre della dispensa sotterranea. Vide Delio, suo vicino di casa, riverso sul pavimento, dolorante, con il naso sanguinante. Su di lui vegliava il fratello minore, Fulvio. “L’è scampà de fora! L’è mato!” gridò il ragazzo, accennando alla porta aperta che dava sul sentiero. Giacomo si precipitò all’esterno, temendo il peggio.
Fortunatamente per la Vecia, che giaceva ancora riversa in mezzo all’erba, legata, ma all’apparenza sveglia e in buone condizioni, Menico era stato trattenuto prima che potesse farsi giustizia da solo. In cinque lo bloccavano a terra; due persone puntellavano le sue spalle e le braccia, altre due le gambe. Menico schiumava, nero di rabbia animale, e cercava di mordere chiunque gli stesse vicino, amico o parente che fosse. Gridava, e con ogni probabilità nelle sue intenzioni quei versi inconsulti, gorgoglianti e satanici avevano un senso, erano insulti, minacce, condanne, preghiere mescolate assieme. Giacomo, che non voleva che l’amico si macchiasse di una colpa per la disperazione, fu sollevato. Ora, pensava, si trattava di convincere i capipopolo ad interrogare la Vecia con calma, magari la mattina dopo, e le cose si sarebbero chiarite.
Ma all’improvviso nuove urla provennero dall’interno della casa. Urla di panico, di paura superata e ora rinnovata e più acre. Uscirono di corsa Delio e Fulvio, pallidi come cenci, e tra i singulti del terrore narrarono ai compaesani increduli ciò che avevano visto nel sottosuolo. L’intera comunità esplose in una babele di grida e di imprecazioni. Preghiere e bestemmie si legavano e si slegavano nell’aria senza soluzione di continuità. Gli stessi anziani capipopolo, fino a quel momento garanti dell’ordine dell’assemblea, si erano gettati in ginocchio, e battendosi il petto gridavano al cielo, ora coperto e senza stelle.
L’isteria e il panico si erano impossessati di tutti. Se fino a quel momento si era agito unicamente nell’ambito di una più o meno forte convinzione, ora c’era la certezza, il dato, il fatto. La sommessa acredine nei confronti della Vecia, che solo in Menico, ma per precise ragioni, aveva già sfondato nell’odio, ora fioriva in istinto di autoconservazione violenta e prevaricatrice in ogni singolo uomo. Già alcuni facevano minacciosi passi avanti verso la Vecia che, riversa e silenziosa, fissava all’intorno con uno sguardo ebete. Già attorno a lei un cerchio lentamente andava definendosi e chiudendosi, poco a poco, di pari passo al clamore delle voci, via via più alte.
Giacomo guardava con attenzione. Per prima cosa notò che coloro che fino a quel momento avevano tenuto fermo a terra Menico con la sicurezza di chi agisce per il proprio bene, ora si guardavano l’un l’altro, come incerti sul da farsi, e poi guardavano Menico, non più con fermezza, ma con pietà, quasi con comprensione. Nello stesso istante Giacomo vide i capipopolo confabulare brevemente tra loro, ancora in preda ad una grande agitazione, toccarsi le barbe, acennare ora alla casa del terrore, ora alla Vecia, ora a Menico. Giacomo si domandò che fare. Per un attimo credette giusto intervenire, bloccare il marasma crescente, condurre i capipopolo di sotto, ragionare, far capire. Ma poi, dopo aver meglio osservato i volti dei suoi compaesani, cambiò idea. Ridevano. Ghignavano felici. Erano sicuri di sé, anzi raggianti di essere nel giusto, di essere tanti, e di aver individuato e sconfitto il male, l’infezione che ammorbava il loro paese. Menico, poveraccio, era un demente in preda a cieco desiderio di vendetta, e avrebbe ucciso anche la propria madre se avesse avuto, in quel momento, il benché minimo sospetto nei suoi confronti.
Il paese intero sguazzava, in quel momento, preda del proprio sadismo. Anzi, non era sadismo, ma gioia di vivere, e gioia di aver la possibilità di eliminare una minaccia tremenda. Era euforia, eccitazione, sicurezza. Giacomo si rese conto di esservi dentro, quando gli parve che le fiaccole ardessero di più, illuminando a giorno la scena drammatica. Eppure le fiaccole erano le stesse. Erano gli occhi di Giacomo, gli occhi di tutta Sant’Osvaldo a essere ubriachi. Gli sguardi erano lucidi, le fronti sudate, i gesti frementi. Giacomo non decise di starsene in disparte. Capì piuttosto di esservi obbligato.
Opporsi in quel momento al rito di purificazione violenta al quale i tranquilli paesani si preparavano, con godimento febbrile e sconcia sicurezza, significava morire. Leggeva negli occhi degli ultimi della calca la rabbia già repressa per non poter essere i primi, per dover attendere. Giacomo ebbe in quell’istante la capacità di salvarsi la vita, capendo che provare a fermare ciò che si era innescato era equivalente a togliere il cibo da sotto il muso del mastino, a separare due bestie durante l’amplesso. E non capì tutto ciò ragionando freddamente, semplicemente lo sentì nell’aria, lo odorò. Sentì il profumo dolce del sangue, le narici fremettero. Capì istintivamente da che parte stare, e lì stette.
Come per incanto, come negli spettacoli di burattini l’orco appare da sotto la scena all’improvviso, così nella ressa che già premeva ostilmente attorno alla Vecia, ma ancora non osava nulla, come attendendo un segnale, un’autorizzazione, emerse Menico, terribile. Vi furono delle urla, che parvero quasi dei guaiti, e in molti si scansarono evitando il contatto con quella furia che ora, però, pareva aver riguadagnato un minimo di freddezza. Camminava lento e a scatti, ma il respiro era più regolare e lo sguardo, ancorché vitreo, aveva una luce di umanità percettibile nel fondo della pupilla.
Di fronte alla Vecia erano già giunti i capipopolo, che soli avevano l’autorità o di salvare o di sferrare il primo colpo. Menico li raggiunse, sovrastandoli con la propria mole. Non calò il silenzio, continuò un sordo mormorio di rabbia all’intorno. I vecchi diedero un’occhiata larga, a tutti i paesani. Capirono anch’essi, come Giacomo, che si era aggregato al branco, pur standosene in fondo. Si fecero da parte.
La Vecia non gridò, quando il primo colpo di mazza la raggiunse sulla schiena. Si udì solo, frammisto all’ansimare ormai ringhioso degli uomini tutti, il rumore sordo dell’osso che si spezza. Giacomo provò a vedere, ma non riusciva. Vedeva solo un grumo di uomini sordi ai richiami, sudati, deformati nel volto, colpire e colpire, in silenzio, con il ritmo di chi è abituato a battere il grano sull’aia a luglio, con mazze, bastoni, zappe, forconi, falci. Vide, dopo poco, i primi ritrarsi, lordi di sudore e d’altro, feriti alle mani. Quasi certamente si erano colpiti anche tra loro, senza avvedersene. Partiti i primi, ebbri e quasi sazi di rabbia e di omicidio, subentravano gli altri, che anzi con foga maggiore, per sfogare la delusione di non aver affondato per primi nella carne il proprio ferro, picchiavano, penetravano, spaccavano con furore maggiore, con foga, frenesia, finché, come il contadino che all’udire il tuono lontano si blocca e abbandona la falciatura affastellando in fretta il grano mietuto per metterlo in salvo, anch’essi si fermavano all’improvviso, spesso con la vanga sollevata sulla testa. Sbattevano le palpebre, respiravano un po’ più a fondo, poi se ne andavano, in silenzio, senza salutare né accennare a nessuno, senza torce, spesso senza giacca, sudati e incuranti del vento freddo che scendeva dai monti; camminavano a capo chino, strascicando il loro attrezzo per terra, inciampando sul sentiero tra sassi e radici.
Frattanto, alle loro spalle, il rituale, la comunione di sangue, non aveva tregua. Molti erano gli aspiranti a voler sferrare almeno un colpo. Molti anche i giovani, costretti a restare indietro per rispetto dei padri e dei nonni, che alla fine, estasiati da quella laboriosa frenesia, dall’insolita libertà che i parenti concedevano loro, convinti infine di dover fare quel che facevano quasi come un’iniziazione all’età adulta, si accingevano al loro momento con seria compunzione sul volto, loro, forse, gli unici a non essere ebbri di odio, ma altresì convinti e desiderosi di partecipare al truculento banchetto.
Giacomo restò fino alla fine, accodandosi agli ultimi, senza fretta. Uno ad uno, vide i suoi parenti, i suoi amici e i suoi nemici andarsene come incoscienti, vagare nelle tenebre, forse verso casa. Vide anche un suo vecchio zio camminare lentamente verso il bosco, in direzione opposta al paese, insensibile ai richiami di chi, ancora in attesa del proprio turno, cercava di sapere, di capire, e in questo caso anche di riportare sulla via maestra.
Chissà quanto tempo passò prima che l’ultimo grassoccio ragazzino, rosso in volto e nelle mani, abbandonasse il bastone rimediato lì nei pressi e corresse verso casa, verso sua madre e il letto ben conosciuto e finalmente meritato. Forse ore, forse minuti. Alla fine Giacomo restò solo. Il buio era totale, il silenzio opprimente e maligno, l’aria, sebbene andasse lentamente purificandosi negli effluvi del bosco e del torrente, manteneva una nota dolciastra e salata, di rabbia, sudore, sangue, macello.
La fiaccola ardeva ancora nella cantina. Scese di nuovo, a prenderla. Si interrogò a lungo, in piedi, con la fiamma che illuminava e animava di riflessi incerti i tre scheletri ricoperti di pochi rinsecchiti brandelli di epidermide, vestiti con gli abiti che solitamente i bambini della valle indossavano il giorno della prima comunione. Il silenzio era di tanto in tanto interrotto dal verso sommesso ed amichevole di una piccola civetta, in lontananza. Era chiaro che tutto aveva avuto fine, e la notte, quieta, proseguiva la sua lenta marcia verso il nuovo giorno, come sempre.
Giacomo non trovò la risposta a quei tre corpi, a quelle tre bare. Salì all’aria aperta solo quando, sebbene fosse ancora buio, una nuova brezza, frizzante e fremente, già premoniva la prossima aurora. Si avvicinò al luogo dove l’orrendo assassinio si era consumato con indicibile lunghezza. Non v’era rimasto nulla della Vecia. Nulla di riconoscibile, almeno. Migliaia di colpi erano caduti su ciò che ora si presentava allo sguardo lucido e vitreo di Giacomo come una macchia più scura nell’erba. Gli piacque pensare che già il primo colpo di Menico l’avesse ammazzata. Non perché fosse convinto dell’innocenza della Vecia, anzi, quei tre cadaveri antichi in cantina proiettavano sul suo cuore ombre lugubri di paura e di dubbio. Ma era certo che nessuno di quei tre corpicini appartenesse al piccolo scomparso. Non c’era rimasto molto da seppellire, né avrebbe sepolto un corpo sul quale pesava ancora la maledizione della comunità. Meglio non rischiare.
Tornò a casa, e dormì le pochissime ore restanti, prima di alzarsi per una nuova giornata di lavoro. Con gli amici e i parenti, che rivide la mattina seguente, chi per strada chi alla segheria chi sulla diga che costruivano a valle, non disse nulla. Nessuno accennò minimamente al fatto. Nessuno denunciò la scomparsa della Vecia, nessuno la pianse.
I tre corpi vennero sepolti nel cimitero del paese, in tombe senza nome. La Vecia rimase lì dove l’avevano uccisa, a concimare la terra. Nessuno si arrischiava ad entrare nel cortiletto, per paura di essere intrappolato in qualche sortilegio satanico. Passarono alcune stagioni, e nei filò si iniziò a narrare della strega uccisa da un gruppo di coraggiosi, una notte che essa aveva rapito ed ucciso un bambino.
Poco importò che il corpo del figliolo del Menico fosse emerso, alcuni giorni dopo l’accaduto, parecchi chilometri a valle, presso San Donato. Nessuno ebbe la prontezza di spirito, o la volontà, o il coraggio, per affermare ciò che, del resto, era evidente a tutti.
Nessuno, nemmeno il buon pievano, che, troppo giovane e cresciuto in altre zone, passò saggiamente sopra al fatto, chiudendosi nel suo frutteto per due settimane, uscendone solo per celebrare, pensò di consultare gli archivi parrocchiali, dai quali, forse, sarebbero saltati fuori gli atti di nascita e di morte di tre bambini, orfani di madre, di padre ignoto, allevati dalla nonna, portati via, assieme a molti altri, dal tifo, più di trent’anni prima, sepolti nel cimitero del paese e di lì misteriosamente trafugati pochi mesi dopo.
Dopo quel furto macabro si erano rinfocolate storie di orchi e diavoli, senza che nessuno però si scomodasse troppo a indagare, in un momento, del resto, in cui era meglio starsene chiusi in casa con il naso nell’aceto balsamico piuttosto che andare in cerca di cadaveri appestati, che non volevano starsene al loro posto in camposanto.
Giacomo provò a dormire, nei giorni, nei mesi seguenti, come aveva sempre fatto fin da bambino, ma il sonno non voleva più venirlo a trovare. Era diventato pallido e magro, solitario e schivo. Partì per cercare lavoro nelle grandi industrie della pianura due anni dopo. Partì senza salutare nessuno, di notte.

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lunedì 14 maggio 2012

La strìa - quarta parte -


La casa rimase avvolta nell’ombra e nel silenzio. Sembrava vuota a tutti gli effetti. I capifamiglia decisero di entrare, di forzare la porta, di prelevare la Vecia. Mandarono avanti Tomaso, il più grosso tagliaboschi di Sant’Osvaldo, tant’è che tutti lo chiamavano Cristoforo, non Tomaso. Alto quasi due metri, riusciva a sradicare a mani nude alberi giovani, e ad abbatterne di anziani con pochi, mostruosi colpi di mannaia. Cristoforo, che non aveva paura quasi di nulla, arrivò in silenzio, sforzandosi di assumere un’andatura spavalda e sicura, in barba alla paura negra che gli mangiava lo stomaco e gli segava le ginocchia, di fronte alla minuscola porta di legno annerito dal tempo. Non abituato ad altro oltre al rompere e al divellere, non passò nemmeno per la testa dell’omaccione di provare a girare il vecchio saliscendi: voleva, doveva tagliare le misere assi di legno marcescente con un sol fendente, questo era quanto il paese chiedeva, esigeva da lui, dal suo braccio. Divaricò le gambe, prese il giusto respiro, abbrancò il lungo manico di legno levigato, sollevò con ampia rotazione delle braccia e della schiena la pesante mannaia che si era fatto forgiare su misura dal fabbro, e che solo lui riusciva a maneggiare, calcolò con occhio esperto la traiettoria, sospeso come un nembo che sta per deflagrare in tempesta, solenne come la statua di San Paolo con la spada della cappella di destra della chiesa.
In quel preciso istante la porta si spalancò con forza, come risucchiata da un turbine nero. La Vecia, o per meglio dire la sua ombra, si delineò nel buio odorante di muffa dell’interno, raggiunto a malapena dal lucore delle fiaccole circostanti. Cristoforo rimase interdetto. Non aveva più il bersaglio da colpire, non sapeva cosa fare, e nel dubbio rimase come folgorato, inchiodato in quella posizione innaturale, teso nello spasmo del colpo bloccato. Dall’ombra, da quella inquietante sagoma appena delineata nell’oscurità, tralucevano, forse di luce propria, forse solo riflessa dalle torce all’intorno, due occhi freddi e minuscoli, di felino in trappola.
Alcune grida di terrore si levarono dal gruppo, che impercettibilmente si raccolse su se stesso, come la massaia che, finalmente scovato il sorcio che di notte saccheggia la dispensa, urla e sale sulla seggiola prima di decidersi a cacciarlo con la ramazza.
Cristoforo, nel trovarsi così inopinatamente di fronte al nemico, suggestionato dai racconti, dalle testimonianze di poco prima, vacillò, lui abituato unicamente ad abbattere alberi innocui. I grossi scarponi retrocedettero sul sentiero, si incespicarono sulle radici e sulle gramigne alte. Cristoforo perse l’equilibrio, e cadde all’indietro, rovinosamente, sostenuto a malapena dai capifamiglia che gli erano alle spalle. Subito punto nell’orgoglio, forse già immaginando le facili ironie da osteria sul più forte tagliaboschi abbattuto da una vecchia grande come uno scoiattolo, Cristoforo si levò subito, e quasi singhiozzando urlò ai compaesani, stravolto nei gesti e nel volto: “La me gà stregà! Ea gà i diavoi che ea ‘iuta! I me gà butà zò!”
La presunta presenza diabolica, paventata ma mai esplicitamente chiamata in causa, sconvolse immediatamente la comunità, come un turbine di vento che si infila nella porta e sconvolge l’ordine vissuto della cucina. Solo tutta l’autorità e la voce dei capifamiglia impedì il fuggi fuggi generale. La masnada fu presa da un fremito, le fiaccole oscillarono, come sul punto di cadere. L’agitazione dei primi fu spavento per i secondi e terrore per gli ultimi che, incapaci di vedere e di sentire con precisione cosa stesse accadendo, ingigantivano le mezze parole che arrivavano, e già erano convinti che il demonio stesso stesse combattendo un duro corpo a corpo con il povero Cristoforo.
La fuga disordinata sarebbe stata la soluzione che, d’istinto, ogni paesano avrebbe preso. La rabbia furente fu la reazione logica, da animale spaventato e in trappola, agli ordini tassativi e violenti che lanciarono, tra urla feroci, i capifamiglia.
Nel frattempo, la Vecia si era mossa. Era uscita dall’ombra della soglia, e ora, illuminata per intero dalle fiaccole, terrorizzava ancor di più, a causa di uno sguardo orribile e crudele, mai visto in precedenza addosso alla donna che, per di più, abitualmente camminava curva su se stessa come una vite d’inverno, mentre ora si mostrava ai suoi compaesani diritta, alta la fronte e fisso lo sguardo, e tanta era la distonia di quest’immagine rispetto alla forma consueta con cui il paese conosceva da sempre la Vecia, che ai più la donna parve gigantesca, titanica, ciclopica, orrenda, spaventevole.
Le pupille erano di un azzurro acqua, tendente paurosamente al bianco, tanto che nell’incerto riverbero della fiamma non si sarebbe potuto dire con sicurezza dove iniziava la sclera, e non pochi credettero di aver di fronte una posseduta dal demonio, a causa di quegli occhiacci apparentemente arrovesciati all’indietro. Attorno alle palpebre, fisse e sbarrate, solo rughe, una fitta selva, un labirinto, un rovaio di solchi incerti e profondi. Le sopracciglia erano scomparse, forse smangiate dagli anni o dalla pellagra. Il naso, forse un tempo fine, dritto ed elegante, su quella pergamena ingiallita e arricciata ora figurava orrendamente, come il muso appuntito e ferino del topo, e le sue piccole dimensioni quasi davano l’impressione di una piega solo un po’ più ardita e inconsueta su quel ginepraio di bizzarre irregolarità. Le labbra erano invisibili, serrate in un ghigno davvero malefico, chissà se di ira o di terrore, a quel punto poco importava, rinchiuse su se stesse come i lembi di una ferita, rincagnate dentro il foro della bocca completamente sdentata.
La Vecia parve a tutti i presenti decisamente più orrenda del solito, ed imputarono il fatto ad un qualche artificio malefico, confermando ulteriormente le proprie paure; solo in pochi pensarono che era la prima volta che la strega mostrava apertamente l’orrendo volto, senza nasconderlo sotto scialli o veli.
Dopo il primo smarrimento, sottolineato da grida, esclamazioni, mormorii di timore raffrenato, era calato il silenzio, nuovamente, e più pesante che prima, su quella scena strana e densa di drammatica violenza. La Vecia, che appariva per nulla intimorita dalla massa che occupava il sentiero di fronte alla sua casa, minacciosa e irta di fiamme e lame, fronteggiava con sguardo di ferro, freddo e inespressivo, quelli che sentiva, che si presentavano come nemici. Fece anzi un altro passo in avanti, e con una voce mai udita prima, cavernosa e chioccia al tempo stesso, proveniente dalle profondità infernali della sua gola, esclamò: “Cossa voì? No go gnente. No so gnente. No so dove che ‘l sia el to putìn, Menego. ‘Ndè via, se no…” e su questa oscura minaccia, la Vecia alzò la mano ossuta sulla folla che, impietrita, ascoltava le sue parole, e disegnò nell’aria fredda, percorsa dai bagliori metallici delle falci, dei segni di scongiuro.
Erano segni di scongiuro noti in tutta la valle, vecchi quanto le pietre misteriose adagiate in forme geometriche magiche, millenni addietro, dagli stregoni che proteggevano gli abitanti e i contadini dei borghi da demoni e lemuri prima dell’arrivo del nuovo Dio.
Ogni abitante di Sant’Osvaldo, rincasando a notte fatta dall’osteria, in alcuni punti precisi, in prossimità del pozzo in cui anni addietro era precipitata una donna, nei pressi dei crocevia, sia pur già protetti da capitelli e crocefissi, sul limitare del bosco, fremente di fruscii e rumori estranei, era solito, per farsi coraggio, tracciare con le dita dei triangoli, o delle mezze croci, o dei cerchi con strane rune, deformate dall’uso e dai secoli, all’interno. La Vecia, minacciata, non aveva fatto altro che usare le formule a lei da sempre note per difendersi da ogni tipo di male. O forse lei stessa era convinta di essere una strega, o che fingendosi strega avrebbe avuto una possibilità di far fuggire quella masnada di indemoniati.
Del resto con i decenni di esperienza alle spalle, aveva accumulato, la Vecia, una conoscenza delle piante e dei funghi del bosco che le permetteva di sopravvivere anche negli inverni più duri e negli anni di carestia. Infatti non solo sapeva quali erbe e addirittura quali muschi fossero buoni da mangiare, bolliti o abbrustoliti sulla fiamma, ma si guadagnava qualche baiocco facendo passare, o perlomeno facendo calare temporaneamente, le febbri terzane, oppure pulendo le ferite infette e gli ascessi con qualche strana mistura di radici che solo lei conosceva.
In quel momento nessuno dei paesani però riconobbe i gesti di scongiuro tanto familiari. Nessuno nemmeno vedeva nella Vecia la donna che per una moneta di rame, anni addietro, senza mai pronunciare una parola, aveva aiutato la moglie, o la vacca, a sgravarsi. Per tutti era la strega, che con l’aiuto del demonio poteva ucciderli tutti. Fu così che in molti, quando la Vecia tracciò gli scongiuri, si coprirono gli occhi, gridando e segnandosi. Fu come sollevare un vespaio, o versare grappa su un formicaio. Il clima di tensione sospesa si ruppe in un’aperta, bestiale ostilità. Il primo a muoversi fu proprio Menico, che, del tutto dimentico di aver lui stesso urlato all’indirizzo della casa della Vecia di ridargli il suo bambino, gridò, furibondo e con il ghigno sadico del cacciatore che trova la donnola con la zampa nella tagliola: “Come xé che te sè del me bocia! Ti te sé ma no te vol dir! Fame vedere in casa, strìa!” Urlando queste parole l’uomo, sempre armato della sua mazza, si era mosso, nonostante qualcuno avesse cercato di trattenerlo, dritto verso la vecchia che, resasi conto delle reali intenzioni degli scalmanati, tremò come una foglia, mentre la sua espressione, da cupa e minacciosa, si deformava in una maschera di animale in trappola, la bocca sdentata ghignante di terrore, la pupilla dilatata e impazzita, roteante nella disperata e vana ricerca del rifugio.
Cambiò tono, tornò a curvarsi su se stessa, quasi si inginocchiò, tentando disperatamente di bloccare il passo all’uomo che avanzava deciso. Si sarebbe detto che la Vecia cercasse di parlare, ma in effetti i paesani udivano solo un bisbiglio singhiozzante, anzi quasi un pigolio da pulcino, lento e continuo. Menico prese coraggio dalla resa della nemica, e arrivò in cinque passi di fronte alla porta. La Vecia sollevò le mani, cercando disperatamente di bloccare l’uomo, avvinghiandosi ad una sua gamba, piangendo, implorando, singhiozzando.
Menico, accecato dalla paura di trovare morto il figlio e dalla certezza di essergli vicino ormai, si scrollò di dosso la Vecia, non più strega malefica e onnipotente, ma minuscolo scherzo della natura, oggetto di scherno e di rifiuto. La colpì sulla schiena con il manico della mazza, non troppo pesantemente, per scostarla. La Vecia cadde riversa nella gramigna.
Il popolo di Sant’Osvaldo aveva assistito con la bocca aperta e il cuore fremente alla scena, come un branco di lupi in attesa che il maschio dominante sferri il colpo di grazia al cervo, per poi gettarvisi sopra. Non appena la Vecia cadde, inoffensiva e forse morta, i giovani si mossero, percorsi dall’ansia della gloria, dalla curiosità dell’impresa, e superarono d’un balzo i capipopolo, che, impotenti, restarono immobili e interdetti.
Un paio di ragazzotti presero la Vecia e la legarono con una corda che avevano con loro. Gli altri, raggiunto in un attimo Menico, entrarono nell’antro.
I pochi che superarono quella soglia furono subito colti da una nausea profonda, come quando si entra in una cantina nella quale è morto un topo. L’odore era fetido, di aria chiusa e putrida, opprimente di muffa e di stantio, di sottoscala e di camera mortuaria. Tutto era buio, denso e privo di ombre, compatto come una gigantesca lastra tombale di basalto. Fu Giacomo, un giovane quasi giunto ai vent’anni, a portare torcia. In un primo momento il gruppetto compatto di arditi esploratori, uno solo dei quali, ossia Menico, disperato e ansioso, fu stordito dalla luce improvvisa. Ogni ragazzo, sia pure con un sottaciuto orrore per l’impresa che stava compiendo, già pregustava con sorda eccitazione le serate all’osteria, a pavoneggiarsi con gli amici codardi che erano rimasti fuori o, peggio, a casa, e soprattutto le notti lunghe ai filò, quando la sua morosa, o la ragazza alla quale non si era ancora dichiarato, l’avrebbe guardato con ammirazione, mentre lui narrava ai bambini sonnacchiosi l’avventura, non potendo certamente negargli più oltre i suoi baci e il suo amore.
Mano a mano che il gruppo riguadagnava la vista, la delusione colse ogni animo. Di fronte ai loro occhi, una semplice stanzetta, un unico, basso locale, nel quale la Vecia viveva la sua vita squallida. Il pavimento, in pietre piatte, era lurido, coperto da una densa patina scura di secoli di polvere. Su una parete, un semplice camino, ottenuto con pochi pietroni, come in ogni casa di Sant’Osvaldo. A un lato del camino vi era un letto, o ciò che ne restava, cioè un giaciglio di paglia e di foglie di pannocchia. Sull’altro lato, un tavolo con un’unica sedia. Sopra il tavolo, una brocca scheggiata e quasi inutilizzabile, qualche mestolo di legno, una scodella. Niente libri magici, niente effigi diaboliche, niente caproni e, soprattutto, niente bambini.
L’unica nota di originalità era data da alcune treccioline di erbe poste a seccare sopra il camino. Ma dopo una prima analisi il gruppo si rese conto che erano normalissime erbe di campo, di quelle che le comari usano per profumare le zuppe o i pochi arrosti che si mangiano durante l’anno.
Menico era dilaniato dal dubbio. Nel suo cuore era certo di trovare suo figlio in quella casa maledetta, ma i suoi occhi lo tradivano, mostrandogli una realtà deludente e vuota. L’uomo tremava, ansimava forte, reggendosi alla sua mazza ferrata. Quasi gemeva, e tratteneva le lacrime solo per la presenza degli altri uomini.
Dopo un attimo di generale scoramento e dubbio, i più intraprendenti si diedero a girovagare per il locale, dando un’occhiata dentro al camino, rovistando nella paglia del letto, scrutando sotto il tavolo e le sedie. Fu quello della fiaccola, Giacomo, ad accorgersi, per avervi posto sopra il piede, che una pietra del pavimento oscillava abbastanza vistosamente. Richiamò l’attenzione dei compagni, e, consegnata la torcia ad un fratello, sollevò il pietrone senza troppa fatica. Comparve ai loro occhi un’apertura nel pavimento, di quelle che spesso gli uomini di Sant’Osvaldo praticavano per accedere alla dispensa sotterranea, una ambiente che, nel freddo della terra di montagna, conservava i cibi anche per tutto un inverno e per buona porzione della primavera.
Scoperta quella tana, gli uomini tornarono a tremare, e tentennarono, guardandosi di sottecchi, non osando avventurarsi in quel buco, nero ed irto di chissà quali trappole. L’unico che non esitò fu Menico. Di nuovo speranzoso, con un’espressione trasognata e omicida stampigliata sul volto e resa tremenda dal taglio obliquo della luce della fiaccola, scansò chi gli ostruiva il passo e, sempre ansimando miserevolmente, si gettò, fattasi dare la torcia, nell’antro. Il gruppo di giovanotti coraggiosi rimase in cerchio, nel più totale e sospeso silenzio, attorno a quell’antro ora illuminato di un fioco bagliore, che disegnava cupe ombre e rilievi strani nella casa rimasta al buio.



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