domenica 30 settembre 2012

... e di giostre


Ieri, sabato 29 settembre, festa degli arcangeli Michele Gabriele e Raffaele, nel paese di mia nonna, Sant'Angelo di Piove di Sacco, c'era sagra. Per chi ha letto il "Sillabario", si tratta della sagra di cui parlo nel capitolo dedicato al "Boresso".
Non è l'unica sagra autunnale, ed anzi basta girare in auto per le nostre campagne, da Belluno a Rovigo e da Verona a Venezia, per imbattersi in feste della vendemmia, della polenta, del bacalà (con una C ovviamente). Non ne avremmo bisogno, oggi, ma in realtà proseguiamo con il rituale antico ed agricolo della festa del riposo della terra, dell'accumulo del raccolto prima del lungo inverno. Un ultimo ingrasso, un ultimo accaldato saluto all'estate, prima del buio, prima del freddo.
Se penso alla sagra del paese dei nonni, quasi in automatico risento una serie di sapori persi nel mito dell'infanzia irrecuperabile: le patate dolci, "i s-ciosi", i folpi cotti in una certa maniera "il zuchero filà", e avanti di questo passo.
Quando mi sono ritrovato, per caso o per volontà, a ripassare attraverso delle sagre, non ho provato attrazione per i banchetti che vendevano questi cibi. Quasi che fossi consapevole, in fondo, dell'impossibilità di riavere quei sapori in quel contesto, dato dal mio essere bambino in quel preciso periodo storico.
Come da piccolo (ma da piccolo non avevo parole per dar forma a questi concetti che appena appena intuivo), ho assaporato invece quel gusto saturo e sonnecchiante di decadenza felliniana, o petroniana se preferite i classici. Ricordo come, ogni anno, questo o quello zio partisse con una riflessione sul tempo matto, sulle memorie di quanto invece, nella loro giovinezza, fosse più caldo o più freddo, sulla decadenza del mondo insomma, sulla rovina dei nostri tempi le cui tracce erano visibili anche nelle stagioni impazzite. E quasi a trarre estremo conforto da tale consapevolezza, me li rivedo a trangugiare con triste avidità quantità titaniche di ossetti, di gnochi, di vino.
E con quanta sorpresa ho riletto nella Cena di Trimalcione, anni dopo, dei passi sostanzialmente identici:
"Dies nihil est. Dum versas te, nox fit. Itaque nihil est melius quam de cubiculo recta in triclinium ire. Et mundum frigus habuimus. Vix me balneus calfecit. Tamen calda potio vestiarius est. Staminatas duxi, et plane matus sum. Vinus mihi in cerebrum abiit"
(Il giorno non esiste. Mentre ti volti, è già notte. Per questo non c'è di meglio che alzarsi dal letto e andare difilato nel triclinio. E sì che abbiamo avuto un bel freddo! Il bagno mi ha riscaldato a malapena. Tuttavia una bevanda calda è il miglior vestito. Io ne ho scolate diverse in fila, e sono proprio fradicio. Il vino mi ha dato alla testa).
Insomma, i miei zii e i nobili della Roma neroniana erano sostanzialmente identici.
Questo può essere consolante, o avvilente.
Ma insomma, quando ancora oggi passo per una sagra, sono le giostre che mi attirano! Vorrei avere la spudoratezza per prendere a pugni uno di quei misuratori di forza di fronte ai quali fanno la fila torme di ragazzotti aitanti e spavaldi, o per salire, anche da solo, non importa, su un autoscontro, e tamponare a caso, serio in viso, tutto teso nel recupero di una memoria impossibile. I calcinculo no, non mi son mai piaciuti, però sulle astronavi passerei qualche ora, e qualche ora la passerei anche in quelle belle sale giochi da sagra, con le pareti in vetro lievemente brunite, che da fuori vedi i ragazzi che smanettano sui joy-stick. Chissà se, nell'era della PS3 e della X-Box, c'è ancora un destino per i vecchi videogiochi.
All'età di 14 anni con un mio amico ho ultimato, con non indifferente spesa economica, il grande classico King of Dragons, che consiglio a tutti. C'era chi prediligeva la violenza di Street Fighter (e Blanka andava per la maggiore), chi invece, correndo il rischio di essere visto dai genitori, giocava a strip poker, o ad altri giochi la cui finalità esplicita era spogliare una ragazza.
Ecco, anche oggi mi piacerebbe spendere qualche manciata di gettoni in una di quelle sale giochi, giusto per vedere se il tempo, almeno un po', torna indietro, o se, invece, le preoccupazioni e le consapevolezze restano dietro la nostra fronte.
Chiudo ricordando un episodio di non ricordo quale libro del grande Guareschi: Don Camillo da un lato e Peppone con i suoi fedelissimi dall'altro non resistono alla tentazione di provare una giostra di aerei, durante la sagra paesana. Aspettano che tutti se ne vadano e poi, ovviamente l'uno all'insaputa dell'altro, si ritrovano lì. L'avventura ha un esito tragicomico, ma al di là di questo, mi piace come l'autore ha evidenziato il desiderio del gioco, del lasciarsi andare, che permane negli adulti, sebbene spesso si voglia nascondere.
Saliamo in giostra finchè siamo in tempo... Altro giro, altra corsa!


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Di libri...




Da domenica prossima, 7 ottobre, sarà disponibile nelle librerie la raccolta di racconti noir e gialli "Nero 13 - Il giallo a nordest", uscita per la Libra Edizioni.
Il volume sarà presentato nell'ambito della rassegna "Grado Giallo". Ho partecipato all'antologia con un racconto "giallo storico" di ambientazione locale.
Non voglio anticipare molto (anche nella speranza che qualcuno abbia interesse a procurarsi il libro!)... posso dire che si parla di Marostica, che il racconto è ambientato nel secondo Quattrocento, e che argomento centrale sono le accuse infondate di omicidi rituali che in quello scorcio di secolo furono rivolte a diverse comunità ebraiche, da Trento a Portobuffolè, da Marostica a Innsbruck.
Un grazie anticipato a quanti avranno voglia di leggere!

lunedì 24 settembre 2012

PordenoneLegge 2012




Condivido con voi, più o meno a caldo, le sensazioni positive dell'incontro tenutosi ieri alle 19, presso il Ridotto del Teatro Verdi di Pordenone, nell'ambito della rassegna PordenoneLegge 2012.
Incredibile vedere la quantità di persone che l'evento riesce a raccogliere, una città invasa da schiere di lettori, diversi tra loro per età e interessi, eppure tutti lì, in coda di fronte agli ingressi, in attesa di poter ascoltare i dibattiti, le presentazioni, le discussioni.
Arrivare a Pordenonelegge non da lettore ma da scrittore è stata per me un'emozione davvero intensa. L'incontro che ho tenuto con Francesco Targhetta, grazie alla bella moderazione di Bruna Mozzi, è stato per me piacevole e ricco di spunti, e spero che anche il pubblico presente se la sia goduta!
Con un po' di vanità ho messo al collo il pass "AUTORE", anche se era di fatto assolutamente inutile, visto che ero già dentro il Ridotto, ma insomma, sono cose che capitano una volta ogni morte di papa, e allora cogliamo l'attimo!
Vedere, nel programma dell'evento, il mio nome inserito tra nomi del calibro di Philippe Daverio, David Riondino, Gianni Minà, Gianrico Carofiglio (l'elenco potrebbe continuare molto a lungo!) mi ha da un lato riempito d'orgoglio, dall'altro di senso di attesa e di preoccupazione: spero di essere stato all'altezza.
Infine, una nota ironica: arrivando a piedi al Teatro Verdi, ho visto una coda chilometrica di gente in attesa dell'apertura delle porte. Per un attimo (ma solo per un attimo...) ho sperato/temuto che fossero lì per l'incontro con me e Francesco Targhetta... Ovviamente no, erano in coda per Carofiglio.
La coda per l'ingresso al Ridotto del teatro, dove abbiamo tenuto la nostra presentazione, era giustamente molto più contenuta... ma, comunque, la coda c'era! Questa è stata un'altra soddisfazione che porterò con me.

Un grazie di cuore agli organizzatori, a Bruna Mozzi per la precisione e l'abilità nel gestire la discussione, un grazie particolare a Francesco Targhetta, per aver condiviso con me la sua esperienza e le sue prospettive, e infine un grazie a tutti i presenti!
Alla prossima... Speriamo!

giovedì 13 settembre 2012

Generazione rubata


Perdonate il post anomalo...

Zapping pigro del dopocena, nella pacata consapevolezza che non ci sarà molto da vedere, e che quel poco che si potrebbe seguire sarà inguardabile a causa della mole titanica di pubblicità, evidentemente piazzata ad arte per costringerti a rifugiarti nella pay tv.
Mi imbatto nella voce roca del Molleggiato, che pubblicizza un suo ormai prossimo spettacolo. Non ricordo le parole esatte. E' comunque una sentenza inappellabile contro una non meglio precisata categoria di "giovani", colpevoli, a dire dell'Adriano nazionale, di aver perso il rapporto con la natura (?), di essere insensibili, o cose simili.
Sul momento la cosa non mi turba affatto.
Sia perchè ormai sono in una fascia anagrafica non esattamente giovane, sia perchè di cagate in televisione se ne sentono e se ne vedono troppe, e alla fine sei anestetizzato, e Banderas che parla con una gallina ti fa lo stesso effetto di un gruppo di ragazze che non ha meglio di che discutere che il proprio fastidioso prurito intimo.
Poi però mi tocca ritornare con calma sulla faccenda.
Perchè i giovani di cui parla Celentano, forse, sono i fannulloni di qualche anno fa, o i mammoni di un grottesco reality di recente memoria.
Sommo, senza rifletterci troppo, tutto questo con i dati della disoccupazione giovanile, che però restano solo numeri.
Allora li affianco ai volti di amici e conoscenti antichi e nuovi.
Assegnisti universitari parcheggiati in qualche corridoio dello studium patavino, anche loro waiting for Godot.
Giornalisti che faticano a destreggiarsi tra un articolo e una supplenza per arrivare a fine mese.
Operai rimasti a casa da un anno, subito dopo un matrimonio e un mutuo carico di belle speranze.
Non aggiungo ancora all'elenco i miei ex studenti, usciti da due o tre anni, e lanciati in una corsa verso un titolo di studio che si spera possa servire davvero a qualcosa, o a qualcuno.
Il problema è complesso, siamo d'accordo, coinvolge categorie ampie e profonde del pensiero e dello scibile, e io non me ne intendo di crisi globale, di economia e di mercato.
Ma per quanto provi a girare tra le mani il problema, non riesco a vedere colpe nelle ultime generazioni.
E visto che la cena è stata pesante, e la giornata pure, qualche colpa devo attribuirla, e sia quel che sia, esprimo un'opinione tra le molte, senza alcuna pretesa di ragione assoluta!
Vedo la colpa in generazioni che hanno goduto di privilegi oggi utopici: pensioni anticipate; prestiti a fondo perduto; rimborsi più o meno pesanti dei mutui; riscatto degli anni di studio praticamente gratuito.
Siamo figli di una società che si è ingrassata più di quanto doveva e poteva, forse ubriaca per una crescita incontrollata, un boom che lo stesso presidente Napolitano ha definito positivo, ma che, forse, è stato troppo veloce, troppo violento.
Vabbè, chi è nato dagli anni Settanta in avanti dovrà dimenticarsi il sogno della casa singola, della pensione ricca e precoce, della famiglia da mantenere con uno stipendio solo.
A meno che, ovviamente, non siano gli stessi genitori a dare una mano.
Ed ecco realizzato il paradosso.
I miei nonni hanno fatto parte di una generazione che ha vissuto una rivoluzione, piccola o grande che la si consideri: quella che dall'Italia fascista e monarchica ha portato all'Italia repubblicana e democratica.
Hanno vinto la loro battaglia, hanno rinnovato, ringiovanito se preferiamo, la società.
Sono state eliminate delle classi politiche ed economiche (non del tutto forse, ma in buona parte sì), e sono state sostituite, come è giusto e sano, con un'altra classe, con altre idee, ed altre età.
I miei genitori hanno preso parte ad un'età di altre rivoluzioni, quelle degli anni Sessanta.
Altri scontri generazionali, altre lotte, giuste o sbagliate che fossero, altre idee nuove che provano (e talvolta riescono) a sostituirsi alle vecchie.
E poi siamo arrivati noi, figli della morte delle ideologie, della crisi di idee ancora prima che di economie, figli di un'epoca in cui le cose andavano bene, e quando le cose vanno bene, perchè cambiarle?
Il problema è forse questo.
In un momento di crisi, una società sana dovrebbe portare, secondo movimenti paradigmatici abbastanza naturali, ad emergere nuove forze e nuove idee, forse inevitabilmente più legate alle giovani generazioni.
C'è uno scontro, una dialettica, e, se la vecchia società è debole, o incancrenita, la nuova forza porta un'iniezione di "altro", che può cambiare, un po' o molto, le cose, e si spera in meglio... Ma tutto sommato, quando si è immobili in una posizione scomoda e dolorosa, chissenefrega di come ti sposti, l'importante è spostarsi, a un certo punto!
Oggi questo non è possibile, perchè, almeno in Italia, chi dovrebbe "fare la rivoluzione" è congelato, immobilizzato, reso impotente da un sistema che non gli offre lo strumento primario per attuare le nuove idee: l'autonomia e la responsabilità.
Siamo precari non solo nel portafoglio, ma anche nella mente.
Chi ha avuto molto, non rinuncia a quel molto, e si tiene ancorato ai posti di privilegio.
Se è vero che meno del 10% degli italiani ha fiducia nella propria classe dirigente, vuol dire che sarebbe sul serio ora di un cambiamento.
Questo cambiamento non arriva, forse, perchè chi avrebbe il dovere morale del cambiamento, cioè le giovani generazioni, non ha la possibilità di mettere in atto alcunché.
Forse il tempo delle rivoluzioni è finito.
Ma una società che non riesce a cambiare, è una società morta..