mercoledì 11 dicembre 2013

Complimenti alla Santi Quaranta!




Sabato 14 dicembre la Santi Quaranta, fino ad oggi "solo" una casa editrice, avrà un salto di qualità, aprendo una propria libreria in centro a Treviso, in Via Municipio.

L'instancabile editore "di strada" Ferruccio Mazzariol, quindi, sorprende andando controcorrente, e sfidando la crisi del mercato librario e della piccola distribuzione... Ma tale scelta coraggiosa è perfettamente in linea con la logica dell'Editrice Santi Quaranta, da 25 anni presente capillarmente sul territorio, e attenta a raccogliere anche le voci nuove e originali della narrativa veneta e mitteleuropea.

Nel pomeriggio di sabato 14 dicembre, presso la nuova libreria di via Municipio, si farà festa con l'editore, con i segretari e gli operatori della casa editrice, e con diversi autori che arriveranno a salutare questo bell'evento nella vita culturale di Treviso.
Non ci saranno grandi cerimonie o discorsi: una stretta di mano, vino e sopressa saranno gli ingredienti base di questa inaugurazione.

Fin da ora rivolgo i miei complimenti più affettuosi a Ferruccio Mazzariol per l'impresa che ha avviato, per il coraggio che continua a dimostrare, per la voglia di fare che, dopo 25 anni di storia della Santi Quaranta, evidentemente continua a non mancare!

In bocca al lupo! Ci vediamo sabato!

venerdì 6 dicembre 2013

Una piccola gioia!

 
Un caro saluto a tutti!

Condivido con voi una notiza appena ricevuta dalla Casa Editrice Santi Quaranta.

Dopo nemmeno sei mesi dalla sua pubblicazione, "I mercanti di stampe proibite" uscirà a dicembre in seconda edizione!

Un grande GRAZIE ai lettori che mi hanno dato fiducia, e a quanti vorranno approfittare del tempo natalizio per immergersi nell'avventura per le strade del sud America e dell'Europa della famiglia Gecele, cercando di districarsi dagli intrighi tra la Corona di Spagna e i Remondini di Bassano...

Un altro grande GRAZIE alla Santi Quaranta, per questi anni di lavoro e di fiducia.
Colgo l'occasione per segnalarvi che il 14 dicembre la Santi Quaranta aprirà in centro a Treviso una propria libreria, in cui poter trovare tutte le pubblicazioni di questa piccola grande editrice di frontiera!

Un caro saluto a tutti!

giovedì 5 dicembre 2013

Sabato 7 dicembre alla Libreria Palazzo Roberti

Un caro saluto a tutti!
Sabato 7 dicembre sarò ospite della bellissima libreria Palazzo Roberti di Bassano del Grappa, alle ore 18.00, per parlare dei "Mercanti di stampe proibite" e per giocare assieme al pubblico con la "Pissotta" dei Remondini...
Ci saranno ricchissimi premi in palio, accorrete numerosi!

Questo è il link al sito della libreria:
http://www.palazzoroberti.it/prossimieventi

domenica 3 novembre 2013

I santi morti, i morti santi


Parto dai ricordi. Il passaggio tra ottobre e novembre era segnato da due eventi distinti, eppure nella mia mente intrecciati: il cambio dell'ora legale e la festa dei Santi e dei Morti.
Prima cosa che credo valga la pena sottolineare, è quel singolare "la festa", accostato alle due specificazioni "dei Santi", "dei Morti".
Sì perché solo abbastanza in là con gli anni ho intuito che uno era il giorno dei Santi, e uno era quello dei Morti. Prima, complice anche una sorta di allegra confusione linguistica che regnava nella mia famiglia, le due cose coesistevano, e, anzi, traevano forza l'una dall'altra. Ma su questo ritornerò più in là.
Dicevo che ora legale e Santi-Morti sembravano eventi fortemente affini. Infatti, quasi a fare da eco al grigiore autunnale, entrambi questi avvenimenti erano fortemente ambigui, quasi paradossali.
Ora legale: si dorme un'ora in più, e dopo i primi due mesi di scuola, con le levatacce mattutine che ti fanno rimpiangere le eterne dormite nelle fresche mattine di fine agosto, sembrerebbe una manna dal cielo. E invece cosa capita? Che il giorno dopo la notte piomba sul pomeriggio con precoce crudeltà, dando definitivamente avvio al buio invernale, ai pomeriggi freddi e nebbiosi, all'obbligo di starsene chiusi in casa, mentre l'erba dei prati su cui correvi fino a poche settimane prima ingiallisce, sospesa tra uno strato di foschia gelida e uno di melma ghiacciata.
Santi-Morti: è una festa, e infatti si sta a casa da scuola. Ci sono gli anni un po' sfigati, in cui il calendario è sfavorevole agli studenti, e il primo novembre capita di sabato; ci sono gli anni orribili, in cui la festività è di fatto annullata perché i Santi cadono di domenica; ci sono infine gli anni benedetti, in cui le variabili astrali creano un ponte lunghissimo, che, proprio come il cambio dell'ora legale, sembra una sorta di oasi salvifica, tra l'inizio dell'anno scolastico e il miraggio, ancora troppo lontano, del Natale. Eppure, anche qui esiste un doppio fondo amaro. Perché in primo luogo i Santi sono festa di precetto, e quindi i genitori ti sparano a messa senza tanti complimenti (ecco un motivo per cui, in fin dei conti, non mi lamentavo troppo se il primo novembre cadeva di domenica... Non esiste bene senza male, né male senza bene!); in secondo luogo la visita pomeridiana dai nonni si colora di un rituale non proprio allegro, ossia il grand-tour tra i Camposanti della provincia (se non oltre!), in cui giacciono parenti vicini, lontani o lontanissimi, nel tempo e nel vincolo di sangue.
E così il cosiddetto giorno di festa passava pigiati in macchina, con il riscaldamento che non riusciva a scacciare l'umidità della pianura veneta, con la nonna che bagola con la mamma, o anche, in alcuni rari (ma non rarissimi!) casi, con l'integrazione di una o due zie suore, che si dilungano, inevitabilmente, a ricordare questa o quella morte, il modo in cui il caro è dipartito, le magagne familiari che ha lasciato aperte, la santità assoluta della sua esistenza.

Insomma, questi Santi Morti o questi Morti Santi sono un po' agrodolci, ci permettono il riposo, ma a patto che si trovi il tempo per riflettere almeno un attimo sul grande mistero delle "cose ultime".
Da ormai una decina d'anni a questa parte il rito anglofilo e americaneggiante di Halloween sembra quasi voler fornire un anestetico carnevalesco (ma ai miei occhi, mi dispiace, un po' posticcio... sarà che sto invecchiando e non digerisco più le novità come una volta) a questi pensieri.
Il numero di adolescenti ricoverati per coma etilico nella notte di Halloween nella sola provincia di Treviso sembra voler dare ragione alla mia tesi... la visione della morte fa sempre paura, meglio annebbiare la vista nell'alcol e l'udito nel rumore assordante dei rave party.

In coda a tutto, mi piace ricordare che, fino al 1977, anche il 4 novembre era festa a tutti gli effetti. Oggi la chiamano Festa dell'unità nazionale e delle Forze armate, una volta era la Festa della Vittoria. Mi ostino a spiegare ai miei studenti cosa sia questo giorno, cosa è stata quella "Vittoria" di cui oggi non si parla molto.
Scopro, e la cosa mi pare interessante, che il 4 novembre è l'unica festa "civile" sopravvissuta (al di là dei cambiamenti di nome) indenne dal 1919 ad oggi, passando attraverso l'Italia liberale, il ventennio fascista e l'Italia repubblicana.
Insomma... avrebbe forse qualche diritto in più rispetto ad Halloween, il nostro 4 novembre, di farsi festeggiare. Ma forse, come la morte, anche il passato a volte fa paura, e si vive meglio ignorandolo.

Licenza Creative Commons

sabato 26 ottobre 2013

Un'altra soddisfazione!




Cari amici, "Sul Grappa dopo la vittoria", uscito nel novembre del 2009, raggiungerà nel novembre del 2013 la sua quarta edizione!

Grazie di avere accompagnato il romanzo in questi 4 anni!

domenica 20 ottobre 2013

Appuntamenti d'autunno...


 
Ho aggiornato la pagina dei prossimi appuntamenti, visto che nei prossimi due mesi sarò in giro per il Veneto, presentando il mio ultimo romanzo "I mercanti di stampe proibite", ma anche il "Sillabario veneto" e "Sul Grappa dopo la vittoria"... Per sicurezza riporto anche qui le date di novembre e dicembre, nella speranza che ci si possa incontrare!


Mercoledì 6 novembre, ore 20.00, a Malo, ospite dell'Associazione "Luigi Meneghello"
Presso la Biblioteca di Villa Clementi
Presentazione de "I mercanti di stampe proibite"

Venerdì 8 novembre, ore 20.30, a Cittadella, presso la Torre di Malta,
ospite dell'amministrazione comunale, con l'aiuto della Libreria Vettori di Cittadella
Presentazione del "Sillabario veneto", con letture e brani musicali.

Martedì 12 novembre, ore 17.00, presso la Biblioteca di Bassano del Grappa
Incontro con il gruppo di lettura della Biblioteca e dialogo sui miei tre libri.

Giovedì 14 novembre, ore 20.30, presso la Sala Consiliare del Comune di Borso del Grappa
Presentazione de "I mercanti di stampe proibite"
Con l'aiuto della "AttilioFraccaro Editore"

Venerdì 22 novembre, ore 21.00, presso la Biblioteca di Romano d'Ezzelino
Presentazione - Dialogo attorno a "Sul Grappa dopo la vittoria"

Mecoledì 4 dicembre, ore 21.00, presso il Comune di Fontaniva
Presentazione del "Sillabario veneto", con l'aiuto della Libreria Vettori di Cittadella

Giovedì 5 dicembre, ore 21.00, presso il Comune di Campodoro
Presentazione del "Sillabario veneto", con l'aiuto della Libreria Vettori di Cittadella

Sabato 7 dicembre, ore 17.00 (da definire!), presso la Libreria Palazzo Roberti di Bassano
Presentazione de "I mercanti di stampe proibite"

sabato 28 settembre 2013

Il fascino dei numeri 2





Con un mio caro amico, vero appassionato (quasi un erudito direi) di cinema horror e d'azione anni '80, oltre che raffinato cultore della musica metal prodotta dalla civiltà occidentale fino al 31 dicembre 1989, spesso mi sono confrontato sul delicato tema dei cicli, delle saghe, insomma, sul concetto della serialità e della riproducibilità dell'arte.

A ben vedere, la serialità nell'arte nasce nel momento in cui questa (che si tratti di letteratura, musica o cinema le cose cambiano poco) viene legata ai processi del mercato e del guadagno. Insomma, nel momento in cui inizia a svilupparsi la cultura di massa, e parallelamente a ciò si sviluppano strumenti di diffusione generalizzata dell'arte, l'artista che produce un qualcosa che ha successo, viene messo di fronte alla tentazione (o talvolta all'obbligo) di replicare quel qualcosa per raddoppiare i guadagni, per fidelizzare il pubblico, per aumentare la propria fama.

Azzardando un esempio alquanto profano, se Omero fosse vissuto nell'Inghilterra del secondo Ottocento, probabilmente avrebbe pubblicato l'Iliade a puntate su qualche giornale ad ampia diffusione medio-borghese, e, una volta giunto ai funerali di Ettore, visto il successo riscosso avrebbe proceduto oltre, immaginando, che ne so, la vendetta di Enea su Achille.

Gli esempi dei tormentoni a più puntate, tanto nel cinema quanto nella letteratura, si sprecano. Potrei citare Harry Potter, Twilight o la saga porno-soft delle chissaquante sfumature di grigio. Ma per fortuna posso farne a meno. La mia formazione all'immaginario è avvenuta infatti tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta. Pertanto per me il concetto di saga è legato a:
Guerre Stellari, Rambo, Rocky, Conan, Terminator, La trilogia del dollaro e avanti di questo passo.

Ora, quello che vorrei ribadire in questa sede è proprio il succo del diverbio tra me e il mio succitato amico: lui, da vero purista, sostiene che la regola generale vede una "prima puntata" della saga praticamente perfetta, con tutti gli ingredienti del successo già in essa inscritti; tale perfezione (o comunque tale bontà) del prodotto (che sia Terminator, Conan il Barbaro o First blood poco importa), non a caso, comporta la decisione, da parte di regista produttori e chissà chi altro, di tentare con un sequel, o due, o tre (fino ai casi eclatanti sul tipo della serie Nightmare).
Inevitabilmente però, a detta del mio amico, dalla seconda puntata in poi la freschezza del prodotto, la genuinità delle trovate e l'originalità dell'intreccio perdono colpi, e ci si avvia verso una, a suo dire inevitabile, decadenza estetica.

Io invece sono convinto che le puntate numero 2, in generale, abbiano qualcosa in più. Non tanto in sé: spesso sono di fatto peggiori delle prime tappe della saga. Quello che le rende però preferibili è il pubblico, il suo modo di percepire, di accogliere la puntata numero 2.
In pratica: quando guardo Terminator io, in sostanza, INIZIO un percorso, mi avvicino ad una storia, CONOSCO dei personaggi. Tutto questo comporta uno sforzo di concentrazione, un processo di apprendimento. Come quando si va in vacanza in una città sconosciuta e, per quanti sforzi si facciano, al termine della vacanza non ci si ricorda TUTTO della città, ma solo i suoi monumenti principali.
Quando invece mi avvicino alla seconda puntata, ho già in me una serie di informazioni pregresse, che mi permettono di godere più pienamente degli aspetti secondari della vicenda, oltre che permettermi di godere della gioia sottile della CITAZIONE da cogliere.

Sono fermamente convinto che la nostra civiltà basi i suoi prodotti estetici migliori sulla citazione, sulla ripresa, sulla ri-traduzione da modelli pregressi. Da Dante con Virgilio ai Simpson con Hitchcock, credo che si goda appieno di un prodotto estetico se si riesce ad inserirlo in un flusso, in un processo storico, se si riesce a decodificarne gli ingredienti, le parti costitutive, le fondamenta.

Pertanto, avvicinarsi a Rambo 2, Rocky 2, Terminator 2, Continuavano a chiamarlo Trinità, Arma Letale 2 e via di seguito, è a mio avviso "più piacevole" che avvicinarsi ai loro genitori filmici. Ripeto: non dico che le seconde puntate siano oggettivamente migliori delle prime. Credo solamente che, nel fruirne, il pubblico riesca a mettere in atto dei meccanismi di conoscenza e di "riconoscimento" più solidi e completi, che pertanto possono portare a un tipo di piacere forse più in linea con le strutture portanti del nostro immaginario occidentale "citazionista".

Non a caso, se non erro, il film tutt'ora campione di incassi ai botteghini italiani è "Continuavano a chiamarlo Trinità".

Domenica 6 ottobre




Domenica 6 ottobre, alle ore 17.00, presso la Biblioteca del Castello del comune di Susegana presenterò "I mercanti di stampe proibite" nell'ambito della rassegna LIBRI IN CANTINA, festival nazionale della piccola e media editoria, giunto alla sua XI edizione.

Di seguito trovate il link al sito della manifestazione, davvero ricca di iniziative e incontri pregevoli!

A presto!

http://www.libriincantina.it/

sabato 14 settembre 2013

20 settembre a Palazzo Sturm




Cari amici,

venerdì prossimo, 20 settembre, alle ore 17.00 presenterò i "Mercanti di stampe proibite" presso la Sala degli Specchi di Palazzo Sturm, sede del Mueso Remondini a Bassano del Grappa.

L'appuntamento è organizzato dalla Biblioteca di Bassano del Grappa.
Avrò il piacere di dialogare nel merito del mio ultimo romanzo con la Direttrice del Museo, dott.ssa Ericani.

Dopo la presentazione del romanzo, è prevista una visita gratuita per tutti i partecipanti al Museo della Stampa Remondini: ecco il link al sito del museo, per maggiori informazioni:

http://www.museibassano.it/Palazzo-Sturm

Dopo l'aiuto prestatomi per la raccolta dei documenti utili per la scrittura dei "Mercanti", ringrazio ancora la Biblioteca di Bassano per questa opportunità di incontro e di confronto.

Spero che possiate partecipare, vi aspetto!

venerdì 30 agosto 2013

Una (piccola) soddisfazione

Cedo, forse, alla vanità, ma spero che vi faccia piacere condividere con me la soddisfazione di vedere il mio ultimo romanzo "I mercanti di stampe probite" in vetrina alla Feltrinelli di Padova...

Ringrazio l'amico Riccardo Dal Ferro di Sugar Pulp per la pronta segnalazione... e lo scatto fotografico!




A presto!

sabato 10 agosto 2013

Martedì 13 agosto a Pieve Tesino!

Cari amici,
martedì prossimo 13 agosto sarò, con mio grande piacere, a Pieve Tesino, presso la sala polifunzionale (vicino alla biblioteca) per presentare il mio ultimo romanzo "I mercanti di stampe proibite".
La gioia particolare che accompagna l'evento è dovuta al fatto che la presentazione si terrà proprio nel paese di origine dei protagonisti della storia narrata.

A presto!

domenica 7 luglio 2013

I morti del Grappa



Ieri ho preso parte a un'escursione organizzata dall'associazione Pax Christi di Vicenza.
Ho condotto una sorta di guida storica al Monte Grappa, partendo da alcune pagine del mio "Sul Grappa dopo la vittoria".
L'itinerario che ho proposto è, a mio avviso, tra i più belli e affascinanti dell'intero massiccio: partenza da Finestron, arrivo sul Col della Berretta, e poi via, in saliscendi, attraverso il crinale dell'Asolone e fino in Cima Grappa.
E', questo, un percorso bello per più motivi. In primo luogo il panorama aperto, che spazia a 360 gradi dall'Altipiano di Asiago alla pianura veneta alle cime bellunesi. In secondo luogo i pascoli verdi e fioriti, su cui si cammina, in uno scenario davvero idillico. Infine, e soprattutto, la densità storica del percorso, che attraversa la linea del fronte italiano e austroungarico, in un dedalo ancora bene evidente di trincee, di buchi di granata, mentre, laggiù in fondo, come una sorta di inquietante Moby Dick cui si sta dando la caccia, la mole bianca del Sacrario si avvicina, acquisendo poco a poco precisione e dettaglio.
Ho percorso più volte questo itinerario, eppure, specie se, come ieri, il cielo è offuscato da nubi basse e scure, quando arrivo alla salita finale che conduce, in uno strappo abbastanza ripido, alla Cima, sono sempre pervaso da un senso di inquietudine profonda, pensando che i miei scarponi calpestano uno scenario di morte e distruzione così totale e profonda da continuare a segnare indelebilmente il paesaggio a distanza di ormai 100 anni.
A sinistra il budello contorto di una trincea che si interrompe improvvisamente nella voragine scavata da una bomba, a destra l'imboccatura di una galleria buia. Tra i sassi e la terra del sentiero, l'occhio attento intravede frammenti di ferro, una scheggia di granata, residui minimi, eppure presenti, di una strage che continua a riecheggiare nel silenzio della montagna.
Abbiamo fatto la prima tappa sul Col della Berretta. E' stata una cima aspramente contesa, scenario di battaglie che portarono a morte prematura migliaia di giovani italiani e austriaci. Un cippo ricorda, con una retorica un po' militarista, il sacrificio dei battaglioni di soldati siciliani che, nella battaglia d'arresto del novembre del 1917, riuscirono a fermare l'avanzata del nemico su quella linea di fuoco aspra e tremenda.
Sotto l'erba e i fiori dei pascoli del Col della Berretta, a pochi centimetri di profondità, la traccia del conflitto è ancora oggi fin troppo abbondante. Qualche anno fa hanno piazzato sulla cima un ripetitore (un bel pugno nell'occhio per chi ama le cime incontaminate!), e per farlo hanno dovuto scavare qualche metro cubo di terra, oltre che togliere un po' d'erba per qualche decina di metri per ricavare il sentiero di accesso all'area di lavoro per le ruspe. Ricordo come, per almeno due anni, finchè l'erba non si è ripresa la terra smossa, coprendo con il suo mantello quelle nuove ferite dell'uomo, bastasse camminare lungo i sassi e la terra per trovare bossoli, elmetti, gavette, baionette, proiettili, cucchiai. Come se la guerra fosse passata da pochi anni, non da un secolo.
Ma non basta.
Dopo le battaglie di trincea, era la norma che i morti e i feriti fossero raccolti, per essere, a seconda dei casi, inviati agli ospedali o ai cimiteri da campo.
Prima della costruzione dei grandi Ossari (Asiago, Cima Grappa, Bassano...), gli scenari di guerra erano punteggiati da cimiteri, piccoli e grandi, oggi scomparsi.
Quindi, a parte alcuni scenari particolarmente cruenti, come certe aree del Carso, il fronte italiano della Grande Guerra non avrebbe dovuto essere un fronte in cui i cadaveri si lasciavano a marcire tra una trincea e l'altra.
Eppure, se qualcuno salisse in questi giorni sul Col della Berretta, e andasse a osservare da vicino il Cippo della cima, vedrebbe che, a fianco dei normali pezzi di ferro raccolti nelle vicinanze, qualcuno ha deposto un mucchietto di ossa umane. Frammenti di femore, una porzione della calotta cranica, qualche osso di minori dimensioni. Cosa significa tutto ciò?
A distanza di cento anni, il Grappa continua a restituire i suoi morti.
Gli scenari di battaglia furono così aspri che, nonostante il recupero dei corpi fatto durante il conflitto dai reparti medici e di Croce Rossa e il recupero fatto dopo la fine della guerra, su tutte le cime rimasero corpi abbandonati, forse fatti a pezzi e frammischiati alla terra, e pertanto irrecuperabili.
Se basta camminare lungo un sentiero e grattare un po' di terra per trovare frammenti di ossa, mi domando quanti corpi ancora dormano sotti i verdi pascoli degli Asoloni... Ma forse il destino di quei soldati, poco importa se italiani o austriaci, che riposano tra i fiori di campo, è preferibile a quello dei commilitoni chiusi nella pietra, nel bronzo e nel ferro dei sacrari.

lunedì 1 luglio 2013

Per i 50 anni di "Libera nos a malo"

"Libera nos amaluàmen. Non sono molti anni che il mio amico Nino s'è reso conto che non si scrive così. Gli pareva una preghiera fondamentale e incredibilmente appropriata: è raro che una preghiera centri così un problema. Liberaci dal luàme, dalle perigliose cadute nei luamàri, così frequenti per i tuoi figliuoli, e così spiacevoli: liberaci da ciò che il luame significa, i negri spruzzi della morte, la bocca del leone, il profondo lago! Liberaci dalla morte ingrata: del gatto nel sacco che l'uomo sbatte a due mani sul muro; del cane in Piazzola a cui la sfera d'acciaio arroventata fuoriesce fumando dal sottopancia; del maiale svenato che urla in cima al cortile; del coniglio muto, del topo di chiavica che stride tra il muro e il portone nel feroce trambusto dei rastrellatori. Libera Signore i tuoi figli da questo luàme, dalla sudicia porta dell'Inferno!"
Luigi Meneghello, "Libera nos a malo", 1963-2013

Ieri con mio grande onore e piacere ho partecipato alla lettura integrale, tenutasi a Malo, del capolavoro di Meneghello, in occasione dei cinquant'anni dalla sua pubblicazione.
Qui sopra, oltre alla foto del cartello che segnalava la mia postazione di lettura, ho riportato alcune tra le righe forse più significative del libro di Meneghello, a mio modesto parere un'opera che andrebbe per forza letta e fatta leggere almeno una volta nella vita, se si è nati tra il Garda e l'Adriatico, tra le Alpi e il Po.
Un grazie particolare all'Associazione "Luigi Meneghello" di Malo, per l'invito a far parte del gruppo dei lettori.

La barchetta di San Piero

 


L'onomastico è, almeno sul calendario, festa di un certo rilievo. Per chi ci crede, si tratta di ricordare l'uomo o la donna che ci hanno prestato il nome, e nel solco della cui vita, almeno in linea teorica, dovremmo provare a porci.
Per questo non invidio chi ha nomi derivanti da culture diverse rispetto alla nostra, o di importazione recente, perché per loro il nome sarà, forse, qualcosa di meno immaginifico, di meno "parlante" rispetto a chi si trova sulla zucca il nome di un grande personaggio o un grande santo della civiltà cristiano/occidentale.
Intendiamoci: chiamarsi Giulio/a non comporta l'obbligo di dover mandare gambe all'aria una res publica, come il nome Antonio non obbliga il suo portatore a recarsi nel più vicino deserto a farsi vessare dai demoni! Però, in particolar modo da piccoli, quando l'immaginazione e la fantasia hanno un ruolo un po' più centrale nel quotidiano, conoscere chi è stato quel santo, o quell'imperatore, o comunque quell'uomo o quella donna che hanno lasciato un solco nella storia, conoscerne gli aneddoti, i miracoli, le imprese, costituisce una significativa palestra di pensiero, e forse di identificazione.
Oggi, a quanto ne so, ci si limita a onorare l'onomastico con dei semplici auguri, quando ci sono; altre volte purtroppo la ricorrenza corre via, in attesa di appuntamenti apparentemente più significativi, come il compleanno o gli anniversari. Forse manca una ritualizzazione, la formalizzazione, cioè, di gesti o di momenti concreti attorno ai quali "ricordarsi di ricordare".
In questo aspetto, purtroppo, non vige democrazia: ci sono nomi che aiutano più di altri, nei festeggiamenti, complici le tradizioni popolari, ormai sfortunatamente sull'orlo della scomparsa.
Un nome un po' in disuso come Biagio ha il vantaggio dei vari riti invernali connessi alla protezione della gola, il già citato Antonio, quello da Padova però, non più l'Abate, in certe parti della campagna veneta (ma probabilmente anche nelle altre regioni d'Italia) è connesso alla fioritura di un particolare noce, detto appunto "Noce di Sant'Antonio"; San Marco, come scritto qui qualche mese fa, si celebrava con la frittata all'aperto...
I Santi Pietro e Paolo non sembrano all'apparenza avere molto in comune... Uno pescatore, l'altro prima persecutore poi pensatore sopraffino, nell'iconografia dell'arte hanno in comune la barba. Eppure sia nelle chiese che nel calendario questi due grandi Santi sembrano destinati a una vita in parallelo, anche se forse hanno avuto caratteri tra loro molto diversi!
Nella mia famiglia il 29 giugno si celebrava con il rito della "Barchetta de San Piero". Visto che mi chiamo Paolo e non Pietro, mia nonna, magnanima, integrava la definizione del rito con un "e de San Polo" che però, nonostante la giovane età, avevo ben compreso essere aggiunta posticcia... ma mi andava bene comunque.
Si trattava di riempire d'acqua, la sera del 28, una brocca di vetro, di versarci dentro uno o due albumi d'uovo, e di piazzare il tutto fuori dalla porta, all'aria aperta. Poi si andava a dormire, con una vena di eccitazione e di impazienza, certo non paragonabile alla notte dell'Epifania, ma comunque degna di nota. La mattina seguente ci si alzava di corsa, e molto presto, sebbene il periodo fosse di vacanza, e ci si precipitava a vedere se il miracolo era avvenuto!
Se, quella notte, San Piero e San Polo erano passati anche davanti alla nostra porta, gli albumi erano magicamente divenuti, nell'acqua, una barca, anzi piuttosto una nave, ricca di alberi, intessuta di vele e di sartiame, su cui le perle delle minuscole bolle d'acqua inanellavano collane preziose e cangianti al sole.
La fantasia dell'infanzia faceva il resto: ricordo di come all'epoca fossi in grado di vedere, in quell'albume sospeso nell'acqua, non solo lo scafo, le vele, gli alberi, ma anche i remi, e i rematori, e il timoniere!
A volte purtroppo (poche per mia fortuna), se la luna non era "buona", capitava che la barca non venisse bene. Grande delusione? Niente affatto, perché, a rendere quel giorno comunque felice e luminoso di sorrisi, arrivavano i tuorli avanzati la sera prima, che andavano a finire, sbattuti con lo zucchero, nella nostra colazione.

Buon onomastico a tutti i Pietro e i Paolo!

sabato 1 giugno 2013

Mercoledì 5 giugno a Vittorio Veneto

Cari amici, iniziano le presentazioni de "I mercanti di stampe proibite", romanzo uscito oggi nelle librerie del Triveneto.

Mercoledì 5 giugno sarò a Vittorio Veneto, presso l'Osteria di Via Caprera, ospite della rassegna "Libri in Hostaria", con l'aiuto della Libreria Diffusa.

Appuntamento alle ore 20.30!


martedì 28 maggio 2013

Venerdì 31 maggio a Lugo di Vicenza

Presenterò il "Sillabario veneto" venerdì 31 maggio presso la biblioteca comunale di Lugo di Vicenza... Informazioni nella locandina.
A presto!

venerdì 24 maggio 2013

Per chi vuole saperne di più...


... Ecco la quarta di copertina dei "Mercanti di stampe proibite", oltre alla stampa dei Remondini attorno a cui ruota la vicenda narrata...




I protagonisti di questa storia affascinante, che si svolge negli anni sessanta e settanta del Settecento, sono i piccoli mercanti girovaghi che commerciavano le stampe popolari dei Remondini di Bassano. Partivano soprattutto dal Tesino, una terra di montagna fra Trentino e Veneto sovrastante la Valsugana, e attraversavano tutta l’Europa giungendo perfino in America Latina, con in spalla la cassala di legno contenente le loro mercanzie. Erano chiamati anche perteganti perché si appoggiavano nei loro lunghi viaggi a piedi a un pertego, ovvero a un bastone. Essi sono, in questo straordinario romanzo, Sebastiano Gecele, il figlio Antonio e il Grimo, ormai anziano: vendono in particolare i cosiddetti straloci, stampe che raffigurano la Vergine e i Santi in modo spesso imperfetto, così da far risultare l’espressione degli occhi strabica; però, talvolta, accolgono nelle loro cassele stampe proibite o satiriche contro i regnanti dell’epoca.

I mercanti di stampe proibite di Paolo Malaguti è dunque un’opera narrativa, fortemente avvincente, che si snoda soprattutto su due direttrici: nell’ambito della Storia, coinvolgendo i Gesuiti, re Carlo III di Spagna, Maria Teresa d’Austria, la Francia, Venezia, i Savoia, Papa Clemente XIV; nell’ambito invece della piccola storia, descrivendo la vita quotidiana dei merciai ambulanti tesini, gli affetti familiari e la toccante storia d’amore che intercorre tra Antonio e Anne, la graziosa ragazza francese di Deuxville. A sé sta il marsigliese Bonnardel, grosso mercante di stampe, libri e lunari, che è figura centrale in questo romanzo; egli è avido, infido, faccendiere: gli preme soltanto il denaro. Ha un intenso rapporto commerciale con la celebre stamperia dei Remondini, una delle più grandi realtà imprenditoriali della Repubblica veneta del tempo.

Paolo Malaguti arricchisce, qui, la sua narrativa di nuovi e diversi registri. Alle capacità affabulatorie e sentimentali, a quelle popolaresche e giocose della cultura orale veneta, che avevano caratterizzato le sue due precedenti opere, si aggiungono altre qualità: il romanzo, infatti, è contraddistinto da un realismo descrittivo e psicologico attento ai minimi particolari; da un epos dei semplici e degli umili che fa da contrappunto all’arroganza e alla violenza dei potenti; dalla suspense, dall’intrigo e dai colpi di scena; da una misteriosità che coinvolge e appassiona il lettore. Inoltre le vicende esilaranti e rocambolesche, attraversate da un gusto maccheronico spassosissimo, mostrano una forza, visiva visionaria e insieme lirica, finora sconosciuta. La lingua è mirabilmente ‘contaminata’ dal caratteristico dialetto tesino e dall’idioma veneto. I mercanti di stampe proibite consacra definitivamente un narratore di prima grandezza.

I mercanti di stampe proibite

Condivido con voi la gioia e la soddisfazione dell'ormai prossima uscita in libreria del mio ultimo libro, il romanzo "I mercanti di stampe proibite"! A presto!

venerdì 17 maggio 2013

Giovedì 23 maggio

Giovedì 23 maggio sarò ospite dell'Associazione "Cultura e Tradizione Contadina", a Santa Cristina di Quinto di Treviso, per presentare il "Sillabario Veneto".
Ulteriori informazioni nella locandina di seguito!
 
 
 

mercoledì 24 aprile 2013

Il mio 25 aprile




Come credo la maggior parte degli esseri umani, ho avuto due nonni. Uno paterno, uno materno.
E' la prima volta, mi rendo conto, che scrivo qualcosa di loro, e sento il pensiero fremere impaziente dietro le dita sulla tastiera. Spero di non diventare logorroico!
Il nonno materno era un uomo di poche parole con noi nipoti. E, dicendo questo, mi rendo conto di non averlo affatto isolato rispetto a tutti gli altri uomini della sua generazione, propensi alla pedagogia del manruerso più che a quella del dialogo.
Quando andavamo a trovare i nonni materni, la nonna era affar nostro, oltre che di mia madre. Il nonno, invece, spettava integralmente a mio padre.
Si sedevano al grande tavolo di legno, mio nonno partiva a narrare la sua storia socio politica degli ultimi 50 anni, e mio padre annuiva, integrando qui e lì con sparute considerazioni marginali. Mio nonno paterno aveva la voce roca e potente, non credo bestemmiasse, ma quando si inalberava (con mia nonna nel 90% dei casi) allora mandava in mona tutti, gridava "Can de l'ostia" e dava a tutti dei "Fasisti".
Ecco la questione. L'essere fasisti era sostanzialmente una condizione in tutto e per tutto analoga all'essere farisei e sepolcri imbiancati. Tutti stati dell'essere questi, necessari per poter intraprendere il viaggio in mona, cui il nonno materno ti invitava caldamente.
Dalla voce del nonno materno, quando fuori pioveva e quindi mi toccava stare ad ascoltare un po' delle sue ciacole (ma quanto mi mancano oggi!), capivo che 'sti fasisti ne avevano combinate parecchie, prima tra tutte l'aver costretto mio nonno a fare la guerra (la guerra mio nonno la fece a Venezia, chissà come e perché), impedendogli di tornare a casa dalla sua morosa, che poi era la futura nonna.
Poi i fasisti avevano preso a fucilate un po' tutti, forse a caso e forse no, in campagna dalle bande dei miei nonni materni, e mio nonno, assieme ad altri, si era preso la briga di fare qualcosa per mettergli i bastoni tra le ruote. Eh già, perché, e qui arriva la svolta, mio nonno era stato partigiano bianco. Cosa che, nella mia mente di infante, associavo al Mulino Bianco, o, a seconda, al parmigiano bianco. E insomma, mi ero fatto l'idea abbastanza certa che questi partigiani avessero a che vedere col cibo.
Quando poi si trattava di capire cosa, di preciso, il nonno partigiano bianco avesse combinato, ecco, qui cascava l'asino.
Perché non si capiva. Esattamente come non si riusciva a capire chi fossero questi fasisti, se avessero dei nomi o dei cognomi. I fasisti erano più o meno dei fantasmi, senza identità, senza nome. Proprio come le imprese partigiane di mio nonno. L'unica certezza era che, un giorno, un fasista aveva tirato una sventagliata di mitra davanti all'osteria, e mio nonno era corso attraverso la piazza ed era saltato dietro una muretta. Ecco l'impresa partigiana bianca di mio nonno.

Lascio il nonno materno dietro la sua muretta, e faccio un volo attraverso la pianura padana, giù oltre al Po, nel ferrarese, dove vivevano i miei nonni paterni.
Mio nonno paterno era alto, elegante, parlava con l'accento morbido di quelle terre, strisciando un po' le sillabe per la decisa carenza di denti che caratterizzava la sua bocca.
Ero fiero di sentirmi dire che assomigliavo a lui, perché aveva stile, era appassionato di lirica e aveva grandi mani nodose. Quando si usciva (sarà perché uscivamo assieme solo a Pasqua e Natale, ma questa è l'idea che mi sono fatto) era sempre molto elegante, aveva un completo gessato che gli dava un tocco distinto, da industriale anni Venti. E ci provava con eleganza decadente con le commesse dei supermercati, le cameriere dei bar, le postine e le fioraie.
Ecco, quest'ultimo aspetto di mio nonno non sono riuscito a imitarlo!
Il nonno paterno non parlava mai dei fascisti e dei partigiani. Non parlava di politica con mio padre, perché erano di idee diverse, questo l'ho capito solo col tempo. Dopo una certa età ho iniziato a cogliere certi ragionamenti, certe discussioni.
Mio nonno era stato camicia nera, e non ne era troppo pentito. Era anche andato a fare la Repubblica Sociale, ma verso la fine del pasticcio si è preso una licenza ed è tornato a casa, restandoci. Una volta sola sono venuti a cercarlo dei ragazzetti di quindici anni, che avevano puntato il fucile addosso al mio bisnonno. Poi un paio di conigli e una bottiglia di rosso avevano sistemato la cosa, e mio nonno, assieme a suo fratello, erano usciti da dietro andando a nascondersi in una macchia.
Nonno e bisnonno hanno fatto pazientemente passare la guerra e il Duce, poi, una domenica mattina, hanno visto passare uno dei ragazzetti in bici per la piazza del paese, e gli hanno fatto capire che il contadino, quando tira schiaffi, ha la mano pesante.
Il nonno paterno non era andato a fare la guerra a Venezia, come l'altro. L'avevano spedito giù in Calabria. Da lì, questa la sua impresa codificata nell'epica familiare, era tornato su, dopo l'8 settembre, con un commilitone e una decina di bottiglie di cognac fregate ai tedeschi. Avevano camminato, cavalcato muli, guadato torrenti, mangiato porcospini e addirittura guidato una locomotiva, il tutto sempre ubriachi, ma alla fine mio nonno era tornato a casa.
Mio nonno paterno non mi ha mai raccontato molto dei fascisti e dei partigiani dalle sue parti. Credo di capire il perché.
Oggi tutti e due i miei nonni sono morti.
Come tutti i morti, tengono per sé i propri segreti.
In questo 25 aprile mi inchino a loro, e li saluto con affetto profondo. Uno è stato partigiano bianco, l'altro repubblichino.
Nessuno dei due, a quel poco che ne so, ha fatto imprese eroiche. Certo, hanno vissuto, tirato su una famiglia, e alla fine, a ben vedere, mi han permesso di essere qui ora. Ma non son queste le cose che ti valgono un monumento.
Ognuno di loro ha avuto delle idee in cui ha creduto. Nessuno dei due, a quanto ho capito, è stato un fanatico, infatti sia il partigiano sia il repubblichino han capito quando mettere da parte le idee per tornare dalla moglie, a nascondersi in un pagliaio per salvare la ghirba.
Ma anche nella nebulosa memoria dell'infanzia, resta un senso di timore, di autocensura, di cose-da-non-dire, che evidentemente gravava su entrambi i miei progenitori.
Saluto i miei nonni, e spero che il 25 aprile possa presto essere davvero una festa di tutti, una festa della parola e del ricordo condiviso.

Ciao Rino, ciao Antenore! Licenza Creative Commons

sabato 20 aprile 2013

Viva San Marco!




Da putèo ignorante, credevo che tutta sta passione per San Marco fosse casuale. Solo a un certo punto, verso i quindici anni, assieme alle molte altre domande che si assiepavano dietro la fronte, ci fu anche quella del perché dalle bande di mio padre, oltre il Po, andassero per la maggiore San Biagio o San Luigi, mentre "da noi" andava San Marco.
Due precisazioni: primo: questa, come molte altre domande dell'adolescenza, continuò placidamente a non avere risposta, e solo più tardi, e senza che la andassi a cercare, la verità mi venne addosso. Secondo: con "da noi" intendo in realtà il paese dei miei nonni, perché il quartiere di Padova in cui abitavamo era alquanto anonimo e sradicato, in quello scorcio di anni Ottanta e in quel fulgido inizio di anni Novanta. Bisognava cercare con attenzione tra i parcheggi sovraffollati e i cortili asfaltati le tracce residue e pallide di una memoria storica o di una coscienza religiosa.
Ma insomma, all'epoca anche il semplice dato di fatto era sufficiente. San Marco c'era, e al 25 aprile si andava a "fare San Marco", senza tante spiegazioni.
Fare San Marco era cosa da nonna, non da nonno.
In verità, se penso a cosa competeva a mio nonno, alla fine credo che la questione si riducesse al criare a noi nipoti, a gridare fasisti contro al telegiornale, ad andare, di tanto in tanto, sempre di nascosto da noi, e infatti questa competenza patriarcale l'ho appresa tardi, a mingere sul rosaro vicino all'orto.
I 25 aprile della mia memoria non hanno nulla di patriottico o politico. Sebbene mio nonno e suo fratello si contendessero fieramente diverse azioni eroiche nella guerra partigiana (imprese eroiche sempre brutalmente riportate a livelli di banale realtà dalla nonna, che sosteneva che il suo allora giovane sposo avesse passato nascosto in un fienile l'intero pasticcio della Liberazione con la L maiuscola), nella mia famiglia il 25 aprile non si parlava di angloamericani o di fascisti o di partigiani, ma si andava in campi a far San Marco.
Chissà, alla fine avrò fatto sì e no 3 o 4 San Marco con mia nonna, non di più. Eppure l'appuntamento mi pareva fisso, doveroso, ineliminabile. Il tempo era dalla nostra parte, all'epoca. C'erano ancora le mezze stagioni, e la primavera era tiepida e bella di nuvole bianche.
Alla fine, fare San Marco non era niente di eccezionale. Andavamo sullo stesso campo di erba spagna su cui giocavamo per il resto dell'anno, almeno finchè il tempo lo permetteva. Però c'erano delle differenze sostanziali.
In primo luogo, c'era anche la nonna. Usciva dal suo regno incontrastato, la cucina, armata di una sporta che conteneva la padella grande, le uova (che la mia memoria mi consegna bianche come di neve), l'olio e il salado. E già camminare con lei per i filari ancora verdi era cosa straordinaria. Poi ci si sedeva in mezzo al campo, a non più di cento metri dalla casa, e si accendeva il fuoco per terra, con delle stoppie e dei bastoncini. Altra stranezza, altro elemento eccezionale, il fuoco all'aperto, come in una strana avventura alla Giulio Verne.
E su quel fuoco, che al sole di aprile nemmeno si vedeva bene, se ne intuiva il calore e se ne ascoltavano gli sbuffi un po' irritati ai colpi di vento, la nonna cucinava la fortaja.
Egoisticamente, confesso che uno degli aspetti che più mi mancano di mia nonna è il suo concetto di razione di cibo per "Il-nipote-che-deve-crescere". Con quale pacata e ipocrita remissività cedevo alla violenza avita, che voleva sempre il piatto pieno, non importa se lo si era già svuotato tre o quattro volte!
E infatti, visto che va ben San Marco, ma portare piatti e posate in campi evidentemente non andava bene, la fortaja, una volta cotta, bella alta e rubizza di grassi cubetti di salame e di delicate mezzelune di cipolla, andava a finire in una capace cioppa di pane, che non sapevi da che parte addentare, così tetragona, così inespugnabile... macchè, alla fine si espugnava eccome, e l'aria di aprile metteva fame, e così si finiva tutto, senza troppi scrupoli, perchè in primo luogo la mamma, stranamente indulgente, non ti diceva su se mangiavi troppo in fretta o senza masticare, e perchè in secondo luogo la nonna, non appena arrivavi a metà panino, già ne aveva imbottito un altro, con un'altra mattonella gialla di frittata, perchè le uova non finivano mai, quasi che nella sporta ci fosse la gallina delle fiabe.
Con gli anni e la maturità progressiva ho appreso alcune cose:
1) Che non bisogna esagerare con le uova, altrimenti il colesterolo parte
2) Che fare San Marco non è cosa propria di tutto il Veneto. Mia nonna, nativa di Castelfranco, aveva portato tale usanza nella bassa padovana, dove non mi risulta usanza così radicata
3) Che tale festività affonda le sue radici ai tempi della Repubblica, quando la Serenissima concedeva il giorno di festa per celebrare il suo Santo protettore,  e questo spiega ovviamente perchè in Veneto si faccia san Marco mentre nelle terre paterne si preghino di più i già citati santi.
4) Che, alla fine, la frittata primaverile si riallaccia ai riti di buon auspicio per la rinascita imminente, simboleggiati, come del resto nella pasqua da uno degli oggetti più misteriosi e perfetti presenti nel mondo contadino, quell'uovo riconnesso all'infinità cosmica, al mito di Castore e Polluce, all'alquanto inquietante violenza di Zeus-Cigno su Leda.
Certo, se avessi detto a mia nonna che la frittata si mangia perché un dio, nell'antichità, si era trasformato in cigno per trastullarsi con una bella tosa, non avrebbe capito. Mi avrebbe ripreso con un "Va' là, mas-cio, magna che te sì patìo!", e mi avrebbe allungato l'ennesimo panino con la fortaja.
E io lo avrei magnato.


Licenza Creative Commons

venerdì 5 aprile 2013

"Nero 13" alla Palazzo Roberti

Ricordo che sabato 6 aprile, alle ore 18.00 sarò presso la libreria Palazzo Roberti di Bassano, a presentare "Nero 13 - Il Giallo a Nord Est" assieme ad altri autori della raccolta di racconti gialli, noir, pulp edita dalla Libra edizioni.

Ci vediamo!

mercoledì 27 marzo 2013

Una segnalazione...

Mi permetto di fare pubblicità a un blog a mio avviso interessante, in cui si parla, con perizia e freschezza, di arte e letteratura, nelle loro più varie declinazioni.
La cosa che più mi piace sottolineare è che questo blog è gestito e portato avanti da un giovane studente universitario, ex studente del Liceo in cui lavoro.
Triste il paese in cui son considerati giovincelli i trentenni e i quarantenni, segno evidente di un invecchiamento generale, in ogni ambito e in ogni struttura sociale... pertanto grazie e complimenti a chi, giovane per davvero, si rimbocca le maniche per dire la sua! In bocca al lupo!
Eccovi il link:

domenica 24 marzo 2013

Sulla necessità dei ritorni nell'arte

 



Osservando la mia libreria, nella sezione della narrativa, mi sono reso conto che la distinzione più significativa che potrei fare non è (come in un primo momento avrei potuto pensare) tra i libri letti e i libri non letti. Nella realtà dei fatti, potrei organizzare la mia libreria tra i volumi letti tante volte e quelli invece mai aperti, o al massimo sfogliati.
Intrigato da questa forse ovvia constatazione, ho riflettuto un po' sulle esperienze artistiche della mia infanzia. La mia famiglia era dominata da una profonda e serena abitudinarietà: il nostro anno era scandito da appuntamenti uguali a se stessi, che io accettavo come si accetta il fatto che il 25 dicembre debba arrivare Natale. Durante le vacanze pasquali, ad esempio, quando si andavano a trovare i nonni ferraresi, l'appuntamento d'obbligo era con la pinacoteca di Cento e, più nello specifico, con alcune tele del Guercino, di fronte alle quali mio padre ci ripeteva sempre le stesse cose, ricevendo da noi, in una sorta di copione tacitamente rispettato, le stesse domande o le stesse riflessioni.
D'estate, durante le vacanze al mare in quel di Bibione, la meta obbligatoria, e ripetuta per almeno una decina d'anni, era Aquileia, la visita alla basilica, l'osservazione dei mosaici, poi la cripta, con gli affreschi, poi gli scavi archeologici, con fotografia nell'ex foro romano.
Insomma, posso dire con una certa sicurezza che le mie esperienze estetiche, fino ai quattordici anni, quando acquistai il "Black album" dei Metallica, iniziando un percorso autonomo, abbiano gravitato attorno a un nucleo relativamente esiguo di "oggetti artistici", visti, e rivisti, e rivisti.
Alla luce di queste considerazioni, ritengo che la rilettura, o se si preferisce la rivisitazione, siano esperienze sostanzialmente necessarie nell'arte, esattamente quanto l'esperienza estetica nuova.
Eppure mi pare che gravi una sorta di diseguaglianza concettuale, in questo ambito: parlando di un libro, è normale sentirsi dire "L'ho già letto", quasi a far capire che una rilettura dello stesso viene percepita come superflua. Anche di fronte a un museo, o a una chiesa, capita di sentirsi dire "L'ho già visitata"... Di fronte a una canzone invece, l'affermazione "l'ho già ascoltata" suona strana. E in effetti le canzoni, le opere musicali in genere, si fruiscono a ripetizione, si ascoltano e si riascoltano.
Eppure, se ci pensiamo, una canzone dei Beatles, per quanto geniale possa essere, con i suoi 5 minuti di durata non potrà mai ambire a raggiungere la complessità di creazione e di fruizione, ad esempio, di un romanzo dell'Ottocento.
Nella sostanza, voglio dire che sarebbe molto più logico avvertire il desiderio di rileggere romanzi già letti, e di rivedere opere d'arte già viste, piuttosto che voler riascoltare canzoni già udite.
E infatti nella mia esperienza, ma qui credo che chiunque possa dire autorevolmente la sua, ogni volta che ho riletto un libro che ho amato (i primi che mi vengono in mente: "Libera nos a Malo"; "Il mulino del Po"; "Moby Dick"), ho scoperto qualcosa di nuovo. Una sfumatura linguistica che non avevo colto, un aspetto del protagonista o dei personaggi secondari mai osservato prima...
Questo elemento, che potremmo definire "costante novità" dei classici, deriva in primo luogo dal fatto che le riletture sono normalmente più razionali, più analitiche del primo incontro, dominato dall'ansia della scoperta... Quando si legge un bel libro la prima volta, è come se un archeologo entrasse in una tomba sotterranea appena scoperta: gira di stanza in stanza, coglie con gioia gli aspetti più eclatanti, cerca in fretta e col cuore in gola il salone centrale, dove è conservato il tesoro... Quando si ritorna su un libro già letto, si può iniziare a prestare attenzione ai dettagli secondari, a catalogare i vari elementi, a riordinare i pezzi...
Ma in secondo luogo, credo soprattutto che la costante novità, e quindi il costante piacere della rivisitazione della grande arte siano dovuti al fatto che, di anno in anno, noi cambiamo. Cambiamo grazie alle esperienze avute, agli incontri fatti, alle cose studiate... E quindi posso dire che, mentre di sicuro il "Moby Dick" che conservo in libreria è lo stesso di cinque e di dieci anni fa, io sono diverso. E sono quindi diversi gli occhi con cui leggo il libro. Se a quindici anni ho tratto profondo piacere dall'episodio carico di suspance dell'incontro tra Ismaele e Quequeg nella camera della locanda, oggi, rileggendo lo stesso libro, troverò molto più appagante il personaggio di Achab, con le sue fratture interiori, con la sua monomania...
Concludendo, l'arte non va solo vista, letta, ascoltata, ma va anche frequentata con pacata ripetitività nel tempo... Un'ovvia conseguenza di questo fatto è che l'arte, quindi, va conservata con cura. I libri, i film, i cd, vanno accumulati, messi da parte, quasi con devozione, perchè, se loro restano gli stessi, noi cambieremo.

Licenza Creative Commons

venerdì 22 marzo 2013

La Pasqua della Carne

 
 



Tra tutte le feste della liturgia cattolica, quelle che introducono alla Pasqua sono, a mio avviso, le più affascinanti, al di là della variabile della fede avuta o meno in dono.
Sarà che il triduo cade nel periodo della rinascita primaverile dopo l'inverno, sarà che, rispetto al tempo d'Avvento, fortemente venato di elementi secolarizzanti (febbre dei regali in primis), la Pasqua mantiene una connotazione prevalentemente sacra e religiosa.
O sarà, piuttosto, che la Chiesa pare dare il meglio di sé, anche ad un semplice livello formale, in queste celebrazioni così venate di tradizioni millenarie, così, in un certo modo, esotiche rispetto alla normale routine domenicale: la recita drammatizzata della Passione, la Via Crucis, il bacio alla croce, il rito dell'acqua e del fuoco al Sabato Santo, la lavanda dei piedi al giovedì... e poi ancora la spoliazione degli altari, i riti di penitenza, la traslazione dell'Eucarestia, le letture innumerevoli e strane, di libri e profeti veterotestamentari che, per il resto dell'anno, riposano tranquilli nel buio delle pagine chiuse (penso al povero Baruc!).
Che ci si professi credenti, agnostici o atei, credo che non si possa fare a meno di riconoscere al Cristianesimo un ruolo centrale nella formazione dell'immaginario occidentale; ancora più a fondo, credo che il Cristianesimo abbia contribuito sostanzialmente a determinare uno specifico approccio alla realtà, e all'autopercezione dell'individuo nella realtà, tipica della cultura occidentale.
E credo che il cuore di tutto stia nel mistero della Pasqua. Cioè nella scelta, fatta dal Cristianesimo, di dare al corpo umano, alla sua dimensione materiale, come somma di carne e sangue e ossa, una dignità tutta nuova, al punto di farne la traccia evidente del Divino che vince la morte, risorgendo nel corpo, e portando quel corpo nel regno dei cieli.
Penso alla medicina, certo derivata da altre culture, quella araba in primis, in occidente, ma poi in occidente assurta a livelli mai raggiunti altrove; ma penso anche alla pittura, alla scultura, e ciò che vedo, o per meglio dire, ciò che intravedo è un grande, profondo e viscerale amore dell'uomo occidentale per la carne, per il corpo, per la materia.
Si potrà obiettare, e sarebbe obiezione del tutto legittima, che l'attenzione dell'estetica nei confronti del corpo umano era già realtà consolidata nell'età classica, prima, dunque, dell'avvento del Cristianesimo in occidente.
In effetti non credo che la cultura cristiana occidentale abbia "inventato" tale amore verso la realtà fisica e materica, oltre che spirituale, del nostro essere. Piuttosto, potremmo dire che l'occidente cristiano ha ripreso, ha ritradotto e rideclinato l'estetica classica, sostanziandola, però, di una nuova dignità, di una prospettiva che gli Antichi non possedevano, figli com'erano della convinzione che, con la morte, finisse la pacchia e iniziasse l'oblio delle tristi case di Ade ("Della giovane età son questi i fiori, mirabili per l'uomo e per la donna. Poi, quando sopraggiunge la vecchiaia squallida, grave affanno opprime sempre il misero mortale" scriveva Mimnermo).
L'occidente cristiano introduce la convinzione, cioè, che il corpo, al di là delle afflizioni, delle pene, delle mutilazioni di cui poteva soffrire in vita, avesse, nel suo intimo, una dignità intrinseca, una valenza profonda garantita dal fatto che Dio stesso si era fatto uomo, trovandosi poi così bene nella condizione umana da decidere di tenersi il corpo anche dopo la Risurrezione.
Ho avuto la fortuna, un paio di anni fa, di visitare Gerusalemme, e di entrare nel Santo Sepolcro. Lì inginocchiato (anche perché è alquanto complicato restare in piedi) ammetto di non aver provato un moto spirituale, quanto piuttosto un'emozione profonda derivante dalla presa di coscienza di trovarmi, se vogliamo simbolicamente, nel luogo a partire dal quale la nostra civiltà ha preso una piega del tutto nuova e densa di conseguenze, vive fino ai giorni nostri.
Una su tutte, se il cristianesimo fosse rimasto, come ebraismo e islam, una religione aniconica, priva di immagini umane, o addirittura iconoclasta (e ad un certo punto abbiamo pure corso il rischio di diventarlo, nella prima metà dell'ottavo secolo), beh, dubito che avremmo avuto Giotto, Leonardo, Michelangelo.
Nel bene e nel male, credo che la storia della chiesa nella civiltà occidentale possa essere letta anche come un lungo rapporto di amore con la dimensione materiale del corpo; un rapporto, certo, fatto di alti e bassi, ma nel quale non è mai stata persa di vista la dimensione centrale della questione: l'uomo non è puro spirito; la perfezione dell'uomo sta nel suo essere anche di carne.

lunedì 18 marzo 2013

NERO13 - Il giallo a Nord-Est

Un saluto a tutti, e buon inizio di settimana, nonostante una primavera che sembra essersi persa chissà dove!
Ecco il libro di racconti gialli e noir che verrà presentato alla Libreria Palazzo Roberti sabato 6 aprile, e al quale ho contribuito con il racconto "Il bambino di Marostica", giallo storico ambientato nel 1485, attorno ad una vicenda realmente accaduta: un'accusa (infondata) di infanticidio rituale che portò all'espulsione delle comunità ebraiche dal territorio vicentino.
Un saluto e a presto!
 
 

sabato 16 marzo 2013

12 APRILE a Castelfranco

Venerdì 12 aprile presso il Teatro Accademico di Castelfranco Veneto parlerò di Grande Guerra e di scrittura, partendo da "Sul Grappa dopo la vittoria", con il vincitore del premio Campiello e del premio Comisso Andrea Molesini! Spero che possiate partecipare, a presto!
 
 


sabato 2 marzo 2013

Una piccola anteprima...

... in barba alla scaramanzia, ecco una piccola anticipazione di quanto, più o meno a breve, dovrebbe uscire...
Nel tentativo di solleticare la fantasia e la curiosità, non offro altre spiegazioni oltre all'immagine...!


martedì 19 febbraio 2013

INCONTRO A MAROSTICA

Giovedì 28 febbraio sarò a MAROSTICA,
presso la Libreria Andersen, a presentare il "Sillabario veneto"
con gli amici dell'Associazione "La Fucina Letteraria"

lunedì 18 febbraio 2013

INCONTRO A MASON VICENTINO

Domani, mercoledì 20 febbraio, sarò a MASON VICENTINO, nell'ambito di un bel ciclo di incontri in preparazione al centenario della Grande Guerra.

Parlerò di "Sul Grappa dopo la vittoria".

venerdì 25 gennaio 2013

28 gennaio a Pove del Grappa

Lunedì 28 gennaio alle ore 20 e 30 presenterò il mio primo libro, "Sul Grappa dopo la vittoria", a POVE del GRAPPA, presso la Sala Polivalente in Piazza Europa
 
 
 
A margine del post, condivido con voi la piccola soddisfazione di aver trovato il "Sillabario veneto" tra le ultime acquisizioni della Berkeley Library della California... Una scheggia di Veneto oltreoceano!