martedì 19 giugno 2012

Domenica 24 giugno, ricordando Meneghello



In occasione del quinto anniversario della scomparsa di Meneghello, domenica a Malo, dalle ore 16.30, si terrà una passeggiata letteraria per le strade del paese, partendo dal Museo Casabianca e toccando alcuni luoghi legati alla memoria dello scrittore e delle pagine dei suoi libri.

Alle ore 18.00, nel cortile di Villa Clementi (sede della Biblioteca Comunale, in Via Cardinal De Lai) è previsto un mio intervento:
"Da Maredè maredè al Sillabario Veneto - viaggio sentimentale tra le parole venete"

Parlerò del mio rapporto di lettore, insegnante e scrittore con Meneghello, toccando alcune pagine delle sue opere che mi sono particolarmente care.

Spero che vogliate partecipare!

Sabato 23 giugno




Cari amici, vi avviso che sabato 23 giugno alle ore 18 e 40, presso la Sala Narrativa della Biblioteca civica di Bassano del Grappa, l'attrice Martina Pittarello terrà una lettura di alcune pagine del "Sillabario veneto", nell'ambito della rassegna "Leggere per leggere", giunta al suo secondo anno.
Io sarò presente, siete tutti invitati!

domenica 17 giugno 2012

Ancora eroi - considerazioni di lingua

Secondo tempo di "Ramboso"... una parziale dimostrazione di quanto sostengo.


Una volta che si inizia una riflessione, è sempre meglio non lasciarla a metà. Almeno proviamoci.
Meneghello, in "Libera nos a Malo", scrive, tra le molte altre, una pagina stupenda sul rapporto dei bambini della provincia veneta alle soglie dell'età contemporanea e il cinema.
L'autore coglie subito nel segno, registrando come, di tutta la faccenda degli eroi western, era l'aspetto linguistico a lasciare l'orma più profonda e indelebile nella mente fervida e impressionabile nell'infanzia o nell'adolescenza.
"Ti coppiamo", minacciano, usando una bellissima doppia P, nel cortile improvvisamente divenuto lontano ovest, degli improvvisati soldati (nordisti o sudisti, non ricordo!) a un altrettanto estemporaneo nemico.
"Provate!", risponde il coraggioso, pronto alla battaglia.
E Meneghello ipotizza il legame di quel "provate", così strano, esotico nel lessico veneto di Malo, con il "Prove it" dell'inglese doppiato in italiano.
Eh già, non si può essere eroi senza un codice per esprimere degnamente il proprio eroismo. Come già affermato nel post precedente, l'inglese è di fatto una lingua giovane, epica per natura, secca e sonora, e, soprattutto, una lingua oggi divenuta globale.
L'eroe è eroe di tutti, pertanto deve parlare una lingua comune ai più. Il greco di Omero forse all'origine non era IL greco, ma lo è diventato. Il latino di Virgilio, quello con cui Enea parla dimostrando la sua pietas, di certo in origine non era IL latino, ma lo è diventato, proprio veicolando un'epica nella quale si è identificato un popolo.
Potremmo dunque ipotizzare l'esistenza di una sorta di triangolo, ai cui vertici stanno l'epica, la lingua, la nazione.
Re Artù, nazione anglosassone, lingua inglese.
Orlando, nazione franca, lingua d'oil.
Sigfrido, nazione germanica, lingua tedesca.
E l'Italia? Qual è il nostro Sigfrido?
Prima considerazione, di natura politica: la storica frammentazione della Germania non ne ha pregiudicato una coscienza unitaria, come non ha pregiudicato la sua unità linguistica. In altre parole: non serve necessariamente uno stato unitario per fare una lingua o una nazione.
Principio, questo, che potrebbe mettere tranquilli noi italiani.
Eppure la cronica assenza di un'èpos nazionale ha un che di inquietante, e a mio avviso si rispecchia anche nella cronica assenza di una lingua nazionale.
Non a caso si può dire che il primo nostro eroe nazionale sia Garibaldi, generato proprio quando, nelle scuole del regno, sull'onda dell'italiano manzoniano, lo Stato sabaudo cercava disperatamente un collante nell'immaginario collettivo, che di fatto ancora mancava.
Chi ha avuto o avrà la fortuna di leggersi le "Fiabe italiane" raccolte da Calvino, potrà facilmente constatare che in effetti in Italia è presente un immaginario collettivo, ma diffuso, declinato, innestato per così dire in cento modi diversi, perchè cento sono le lingue che hanno animato la cultura del nostro paese.
Fin qui, una semplice analisi dello status quo.
Ma non basta. Se le cose fossero andate per il verso giusto, oggi ognuna di quelle parlate regionale avrebbe mantenuto la stessa dignità, sarebbe ancora in grado, o per meglio dire, sarebbe ancora giudicata in grado di veicolare immaginari, racconti, eroi. Avremmo ancora le nostre epiche fatte magari non da Achille o Sigfrido, ma dal Gobbo Tabagnino, da Gesù e San Pietro, dal Salvanel, da Filomusso, da Giuanìn Benforte che a cinquecento diede la morte e avanti così.
I nostri piccoli eroi dialettali aggredirebbero da più fronti diversi i Moloch grecolatini o germanici, e li corroderebbero con l'intelligenza dei villani, con la risata volgare della scatologia e della flatulenza, ossia della merda e delle scorregge sulla cui forza apotropaica si basano tante fiabe del nostro passato (prossimo, non remoto come parrebbe!).
Saremmo un popolo gioioso e orgoglioso del nostro dna arlecchinesco, cangiante, metamorfico, inafferrabile eppure esistente, presente, colorato, sanguigno.
Non è andata così. Oggi non abbiamo più eroi, in Italia, perchè non abbiamo più una lingua. Beh, una ce l'abbiamo, e ce la facciamo andar bene, ma è la lingua fredda e cerebrale della norma calata dall'alto, del potere.
Non a caso, negli ultimi teatrini dei burattini, l'eroe di turno (a seconda della regione Arlecchino, o Pulcinella, o Fagiolino...) parla l'idioma locale, con cui irride e deride l'italiano affettato e impotente dell'antagonista (dottore, carabiniere o prete che sia).
E così facciamo parlare, agli eroi che importiamo dall'estero, la lingua che abbiamo imparato.
"Vivo o morto tu verrai con me". "Non sono venuto a salvare Rambo da voi, ma voi da Rambo!". "Non ho amici tra i civili", "Potevo ucciderli tutti, potevo uccidere anche te. In città sei tu la legge, qui sono io. Lascia perdere. Lasciami stare o scateno una guerra che non te la sogni neppure. Lasciami stare, lasciami stare". E chi più ne ha più ne metta.
Ma non ci siamo limitati a questo. Abbiamo relegato le lingue di quella che noi potremmo chiamare la nostra pre-cultura, a un livello deteriore, squalificato, indegno. Lingue della povertà e dell'ignoranza, lingue da dimenticare. La controprova?
Provate a pensare a un eroe di Hollywood che parla veneto. Rambo non dice "Murdoch! Sono io che vengo a prenderti", ma "Murdoch, orco .... (perchè la bestemmia in effetti ci starebbe bene)! Desso te ciapo!". Evidentemente non è la stessa cosa. Ci fa sorridere. Eppure non dovrebbe.
La cosa triste è che secondo Nietzsche il popolo che non è più in grado di crearsi eroi, è pronto a cadere.
Speriamo che non se ne accorga nessuno.


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domenica 10 giugno 2012

L'uomo in canottiera


Quand'ero piccolo, la televisione che avevamo in casa era, anche lei, piccola. A pensarci adesso, guardando il mio 32 pollici, direi anzi che era minuscola. Ma soprattutto, la televisione che avevamo era in bianco e nero. La televisione a colori, ricordo come fosse oggi l'emozione provata quando mio padre l'ha accesa per la prima volta in salotto, è arrivata che ero in quinta elementare. Fino a quel momento, i puffi, per me, non erano blu, ma di un grigio topo alquanto sospetto. E per mia sorella Anna dai capelli rossi era Anna dai capelli grigio canna di fucile. Ma in fin dei conti ci stava.
La vera rottura di totani era che la televisione non aveva il telecomando. Ci si alzava, e si pigiavano dei pulsantini alla base, per cambiare canale. Non che ce ne fosse bisogno: guardavamo solo i cartoni animati di bim bum bam, o i film ritenuti leciti dai miei genitori. Quindi non avevamo bisogno del concetto di zapping.
A casa nostra la televisione serviva per tre cose: cartoni animati; telegiornale (per mio padre); film della sera.
Mi soffermo sui film della sera. All'epoca i film iniziavano alle otto e mezza precise, e così alle dieci e mezza eri a letto. Credo che oggi i film inizino alle nove e mezza e finiscano a mezzanotte per due ragioni:
a) spingere gli spettatori disperati ad abbonarsi alle pay-tv, giusto perchè pagare il canone Rai non è sufficiente;
b) rincoglionire di sonno i cittadini per poterli sfruttare con più tranquillità di giorno. Ma qui non tratto della degenerazione dell'offerta televisiva.
Era mia mamma che sceglieva quali film potevamo guardare. Di solito le opzioni erano ridotte, e ripetute nel tempo. I film della Walt Disney, in primo luogo. Intendo quelli del tipo "Herbie, un maggiolino tutto matto", oppure "4 bassotti per un danese", o ancora "FBI operazione gatto". Poi i film di Don Camillo e Peppone. Infine i film di Bud Spencer e Terence Hill, che abbiamo diligentemente imparato a memoria, come credo tutti i nati tra il 1970 e il 1980.
Ad un certo momento però, sono stati gli amici, e i cugini che godevano di maggiori libertà, a indirizzarmi verso nuove strade. Ricordo di preciso un pomeriggio in cui alcuni cugini si stavano vantando con me del loro videoregistratore. Per farmi capire di cosa si trattava, mi mostrarono una videocassetta. Si vedeva una spiaggia tropicale, illuminata dal sole tenue dell'alba. Un elicottero arrivava sulla spiaggia, atterrava. Dall'elicottero scendevano degli uomini, solo uno restava a bordo, e si accendeva un sigaro prima di scendere anche lui. Mio cugino, più vecchio di me di quattro o cinque anni, interruppe il vhs con fare misterioso: "E' Predator", mi dice, "è troppo violento!"
Inutile dire che da quel momento ho vissuto solo per vedere questo misterioso "Predator". Ecco, da qui, da Arnold che fuma il sigaro prima di addentrarsi nella jungla con Dillon e soci, è partita la mia passione per i film d'azione muscolare della migliore Hollywood, quella degli anni Ottanta e dell'America reaganiana.
Eccoci arrivati al punto. Che sia vero che la società, ogni società, ha bisogno di eroi? Quella greca aveva Achille, quella romana Enea, quella medievale Orlando o Artù, e avanti così, fino agli eroi della moderna cultura televisiva. Il malinconico e taciturno Rambo, che non parla con nessuno per giorni, a volte settimane, il burbero Jena Plissken, che non ammazza perchè è troppo stanco, il robotico Terminator, pure capace di sentimenti. Ho ragionato a lungo su quali possano essere i comuni denominatori di questi personaggi.
Alla fine ne ho trovati due.
Il primo comune denominatore di questi molti eroi contemporanei pare essere la loro americanità. Per un certo periodo ho creduto che l'Europa fosse in difficoltà nel fabbricarsi eroi cinematografici per pure ragioni economiche... serve la grande macchina milionaria delle case di produzione americane per creare un'icona, nella cultura globalizzata. Con due o tre milioni di euro non combini molto: non solo non ti puoi permettere gli effetti speciali, che sono un po' come le figure retoriche in un testo poetico, ma soprattutto non puoi mettere i gadget del tuo eroe in ogni happy meal di McDonald's, non puoi far fare alla Lego dei pupazzetti con i protagonisti del film, e avanti così.
Il tuo resta solo un personaggio, noto a molti, non a tutti, prerogativa, invece, delle icone, degli eroi.
Oggi, pur restando convinto che quella appena addotta sia una ragione buona per giustificare la nostra cronica incapacità di produrre eroi, credo che il motivo principale sia un altro: non economico, ma ideologico. L'Europa ha conosciuto, in tempi anche molto recenti, la sconfitta, l'invasione, la distruzione, la fame.
Ogni società europea ha acquisito il senso del limite, che porta con sé, o perlomeno dovrebbe portare con sé, la capacità salvifica di non prendersi troppo sul serio, di usare l'autoironia come strumento di salvezza. Se credo troppo fermamente in una cosa che poi svanisce nel nulla, sono rovinato, più o meno come quegli ufficiali nazisti che, alla notizia della resa di Berlino all'Armata Rossa, non esultarono perchè la guerra era finita, ma si tirarono un colpo alla tempia. Meglio invece riderci sopra, meglio essere comunque e sempre con un piede in due staffe.
Gli Stati Uniti, almeno fino all'11 settembre, non hanno conosciuto l'invasione, non hanno conosciuto la sconfitta in casa, la distruzione del proprio territorio, la crisi della propria ideologia. Gli Americani possono permettersi, a differenza nostra, il lusso (discutibile) di essere ancora pienamente fiduciosi nel fatto che il loro modo di vivere sia quello giusto, quello sano, perchè non hanno ancora trovato nessuno in grado di confutare tale convinzione con una sana batosta. E da qui, credo, deriva la loro capacità di sintetizzarsi degli eroi. Il loro mito nazionale è quello del Far West, ossia quello dell'uomo valoroso che conquista una nazione palmo a palmo, con coraggio, fatica, sacrifici. E' un'epica nazionale e nazionalista, che noi non possediamo più, e forse, anzi, non abbiamo mai posseduto (resta infatti da capire quando e quanto noi siamo diventati nazione, e soprattutto come...). E dall'epica nascono degli eroi, basti vedere come la Reconquista spagnola (una sorta di epopea West in chiave medievale!) abbia generato el Cid.
Resta da capire cosa sia meglio, se vivere in una società troppo matura per credere ancora negli eroi, o se vivere convinti che esista effettivamente un giusto e uno sbagliato.
Resterebbero due ambiti da indagare... gli aspetti linguistici della fabbricazione di un eroe, e la "terza via" giapponese alla necessità di miti popolari: pur avendo conosciuto la più tremenda sconfitta con la bomba atomica, la cultura giapponese non ha rinunciato ai propri miti, semplicemente li ha relegati nell'ambito immaginario e onirico del cartone animato. Ma su queste cose magari ragioneremo più avanti.
Ah, dimenticavo... il secondo comune denominatore tra tutti gli eroi hollywoodiani che ho trovato è la loro capacità di portare la canottiera con dignità, con la stessa forza con cui imbracciano il mitra. A me la canottiera ricorda lavori in orto d'estate, o canottiere di lana che beccano d'inverno. Ma è ovvio, non sono americano.