mercoledì 30 maggio 2012

Dialogo di Eurialo e Niso

Le case di Ade non sono posti allegri. Achille stesso afferma di preferire una vita da porcaro piuttosto che una morte da re. Eppure, a differenza dell’oltretomba cristiano, nel mondo classico l’aldilà è inteso come una sorta di stallo definitivo della propria condizione, in cui le anime vivono nella perenne malinconica memoria della propria vita. Niente di cui stupirsi, dunque, se già prima di Dante le anime nell’oltretomba amassero chiacchierare.
“Niso, non vedo nulla. Dimmi, Niso, sei qui, al mio fianco, come credo e spero, oppure è anche questo un triste gioco del fato, e, lemure, parlo con lemuri?”
“Ci sono, Eurialo. Ma siamo entrambi ombre. E nemmeno io posso vedere alcunché. Diversa speravo la morte, diverso l’Ade. Invece è proprio come il padre Enea ce lo narrò, vuoto, freddo, solo”.
“Dimmi, Niso, perché morimmo? Non forse il fato ci ascrisse ben altro futuro che una selva di ombre e un mare di nebbia? Non ricordo… sì, ricordo la strage nera di cui disseminammo, arditi, il campo dei Rutuli sonnolenti. Ricordo la fuga, l’orrore. Ma poi?”
“Poi ci fu solo notte, Eurialo, notte senza luna. E non fu meglio così, in fin dei conti? Se bevendo alla fonte mnemosine, sotto l’alto cipresso all’entrata di queste tartaree case, dimenticasti della tua morte, perché desiderare il rinovellare quel dolore aspro al tuo e al mio cuore?”
“Perdono, Niso. Ti dimostri più saggio, anche ora. È davvero meglio così, vivere, o meglio, semplicemente essere, in questa vaga lattiginosa ombra, e non ricordare, e non dimenticare nulla”.
“Certo che così… No. Non me lo immaginavo certo. Sul campo tonante di mille zoccoli di fuoco, coperto il cielo profondo di aste e frecce e proietti, morire di orrida e sublime furia, con il vento negli occhi, sì, fin da giovane lo immaginavo, e, tremando, lo speravo. Ma fuggitivo, in un bosco di notte, sopraffatto da una schiera impari in numero e forze…”
“A me lo predisse un vecchio, quando ancora dovevo tagliare la prima barba. Mi fermò lungo il sentiero e mi annunziò la morte di notte. Ma da piccoli si vive come le bestie, o gli dei. E me ne dimenticai. Curioso. Di questo solo ora mi rammento. Del resto, sul campo o nel bosco o tra i neri flutti, quale differenza ci sarebbe per noi, qui?”
“Qui nessuna di certo. Ma nel mondo. Lì ora piangono due eroi morti nella fuga, non nella lotta”.
“L’importante è che piangano. Piuttosto, dove sbagliammo? Non fu forse una bella e nobile impresa la nostra? Non uguagliammo Odisseo e Diomede? Per Giove, ancora mi par di sentire vibrare nel pugno l’elsa nera di sangue nemico, mentre corro tra tende e bivacchi, seminando morte ignara e vigliacca. Fu proprio una bella notte”.
“La sete di armi belle e forti nel colpo. Troppo indugiammo tra i morti nel sonno, ricordi? Tu addirittura provasti più volte armi che mal si attagliavano alle tue forti membra, che qui solo in ombra ti è dato ostentare. Più parco conveniva cercare il bottino”.
“Troppo tardi. Nati alla gloria, nella morte che tutti uguaglia non troveremo certo la quiete. Una sola cosa mi stupisce, e se mai corpo vivo scenderà in queste lande buie, certo pregherò affinché nel mondo di sopra si sappia: la rapidità del trapasso”.
“Apri le tue parole, Eurialo, perché possa anche io giovarmi della tua intuizione”.
“Invero è pensiero dappoco. Ma se rifletti, Niso, i mortali donano tempo e dedizione alle loro opere in proporzione della loro importanza. Per cui, ad esempio, costruire una casa merita anni di lavoro, mentre cacciare il cervo è un passatempo nobile, ma da consumarsi in rapidità. Il grande inganno della morte è che, pur essendo forse l’atto supremo della vita, giunge senza avviso, e passa in un momento. Non credo sia giusto. Pensa a cosa avresti fatto, invece che razziare miseri cadaveri, se avessi saputo che la notte scorsa saresti morto, trafitto da arma nemica”.
“Richiami amare memorie, Eurialo, ma altro non resta in questo mondo. Non so, forse ti inganni. Forse è vana gloria dell’uomo la certezza che, nota l’ora della morte, la nostra vita scorrerebbe con ben altra drittura ed efficacia, come rapida freccia mortifera che, con sicura rotta, fende l’aria con sibilo di morte, certa del dove, e del come! Contro il fato ignoto tutti levano le loro proteste. Il contadino contro la grandine, il pastore contro il lupo, il guerriero contro la morte improvvisa. Ma non è forse vero che in realtà la morte è l’unica certezza che ci accomuna?”
“Sì, invero, hai la ragione. Non fatico vedi, a dartela. Sempre più esperto di me fosti, e ti tenni come maestro, non solo come amico, nel mondo di là; ma allora dimmi: perché mai, nonostante sia cosa certa, la morte peggio che fulmine o fiumana improvvisa sorprende i mortali? Di certo, ora che con calma mi fermo a riflettere, vedo che non mancano ad essa i segnali. La vecchiaia, la guerra, il dolore, o almeno la morte dei cari congiunti, sono come la nera nube che preannunzia tempesta sulle terre arate. Dunque? Si dirà che gli uomini sono ciechi e sordi al loro destino? Che tutti, grandi artefici, condottieri, filosofi e poeti, cadono nel medesimo errore degno di un fanciullo cui il nonno nasconda con abile mossa la mela di sotto il naso?”
“Non credo sia colpa della grande semplicità degli uomini. Credo invece che si tratti di un sottile inganno tesoci dai nostri peggiori nemici”.
“Chi dunque?”
“Gli dei, gli immortali. Loro sono la causa del nostro dolore. L’uomo, se fosse solo nel mondo, vivrebbe a misura di se stesso, e godrebbe del tempo della propria esistenza come di una semplice necessità cui non si scampa. Gli anni sarebbero lunghi abbastanza, la giovinezza sarebbe un periodo che, una volta morto, non si rimpiange oltre. Ma la dura condanna che il fato ci volle comminare fu di convivere con gli immortali. Questi esseri si mescolano a noi senza ritegno, ci amano, ci uccidono, ci parlano. Le dee si bagnano alle nostre fonti, gli dei possiedono le nostre fanciulle più belle. E che dunque? Come non cadere nell’aureo tranello della gioia eterna! Chi non desidera la giovinezza perenne avendo visto il florido petto di Afrodite? A che vale la consapevolezza della morte, quando ogni mattina Febo cavalca nei nostri cieli, biondo e possente, e sempre uguale a se stesso? Davvero, Eurialo, gli dei sono causa unica del nostro dolore. Rifletti: i nostri amori mortali finiscono nel pianto, nell’abbandono. Perché? Credimi: se non conoscessimo l’amore infinito e divino della callipigia, se non udissimo le gesta del padre Zeus, i nostri amorucoli terreni, fatti di sudore e schianti, rapidi e sporcati della fatica del lavoro, sarebbero ai nostri occhi i vertici unici cui il creato può giungere. L’essere passivi spettatori della grandezza degli immortali ci condanna all’invidia. E dato che l’invidia è madre dell’inganno, e tenendo per fermo che gli dei non si possono ingannare, che altro resta?”
“Capisco, buon Niso. L’ingannare se stessi”.
“Esatto. Ed ecco che l’amplesso con le giovani contadine diventa eterno amore, e la vita rapida e scontrosa diventa eterna. Non potendo evitare la nostra pochezza, la mascheriamo o, peggio, la ignoriamo. Salvo poi, quando arriva la delusione cocente, o ancor più la morte, chiamare all’inganno, al tradimento, maledire un’esistenza che ebbe come unica colpa l’essere condivisa con gli immortali”.
“Sì, dici bene Niso. Qui è buio. Troppo poco ho vissuto. Quale tristo miraggio mi ha condotto alla morte!”
“Non piangere, misera ombra. Abbiamo solo di un niente anticipato la nostra ora. Siedi qui, vicino a me. Ricordiamo ancora un poco…”

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domenica 20 maggio 2012

La strìa - ultima parte -

Ecco, pensavano tutti, senza osar rompere quella cupa cappa di attesa, non sono stato io ad entrare. Poco male, posso raccontare di esservi entrato per secondo o per terzo, tra qualche anno poi dirò che sono stato io ad entrarvi per primo… L’unico, nel gruppo, che aveva un’espressione palesemente soddisfatta, era Giacomo, responsabile della scoperta della botola nascosta.
Improvvisamente tutti, anche il grosso della masnada rimasta in attesa all’esterno della casa, trepidando per l’evoluzione degli eventi, furono scossi e terrorizzati da un grido di bestia ferita, da un urlo disperato, acuto e potente, di dolore totale e di rabbia senza fine e senza perdono.
Come una serpe, disturbata nel sonno, improvvisamente salta fuori dalla tana, Menico, gettando spavento e scompiglio nel gruppo che lo attendeva sopra l’apertura, ne uscì con un balzo ferino. Ogni suo muscolo era teso e guizzava come una lucertola. I suoi occhi, già prima inebetiti e come annichiliti dal dolore, ora erano orbite vuote, buchi neri senz’anima, trasudanti odio puro. Nessuno di quanti lo videro si dimenticò, mai. Menico era indemoniato. Le labbra arricciate scoprivano i denti e le gengive sanguinanti per la pressione eccessiva e spasmodica del morso. Il collo era teso come una fascina di canne, le vene pulsavano, le mani si aprivano e si chiudevano senza sosta, Menico era ignaro di ferirsi i palmi con le unghie. Era ignaro di tutto. Un automa, una bestia. Ululava e si dimenava senza raziocinio alcuno, urtava i presenti, quanti provavano a trattenerlo, mordeva, graffiava, scalciava. Subito chi lo vide, chi ebbe la sfortuna di guardarlo negli occhi, capì. Era perduto. Suo figlio era perduto. E di fronte alla condanna a lungo paventata e ora improrogabile, la debole mente di Menico, uomo laborioso e forte ma non certo aduso alla riflessione, scivolò lentamente, ma in inarrestabile moto concentrico, verso la follia.
Dopo alcuni tentativi, riuscirono a bloccarne i movimenti, eppure, anche se vincolato da numerose forti braccia, il corpo del povero padre sgusciava e si torceva in mille innaturali torsioni, provocando brividi in chi lo teneva, parendogli di avere per le mani, così dicevano anche ad anni di distanza, un sacco pieno di vipere. Giacomo pensò che la ragione di una così repentina furia dissennata giaceva nella botola, in quel buco lasciato aperto e dimenticato da tutti, entro cui ancora baluginava il riflesso della fiaccola, abbandonata a terra da Menico prima che balzasse fuori come una bestia braccata dal suo nascondiglio.
Non ci pensò quindi troppo su, temendo che il farlo gli avrebbe fiaccato il poco coraggio che ora lo sospingeva verso l’ignoto terribile, e senza dire nulla agli altri, tra lo stupore generale, si calò.
Una volta nell’ambiente sotterraneo, Giacomo temette di svenire. Il fetore era nauseabondo, opprimente e acre, una putredine somma ed annosa sembrava regnare in quella cantina. La fiaccola lasciata dal padre impazzito giaceva a terra, in un angolo, e la fiamma, lambendo la parete in terra battuta, fumigava lentamente. Lungo il fondo della stanzetta, pensata dall’architetto, a suo tempo, come una vera e propria dispensa, stavano, allineate ed in piedi, tre bare, aperte.
Le loro dimensioni e il loro pietoso contenuto non davano adito a dubbio alcuno. Erano bare per infanti. In piedi, ma in realtà distesi sul fondo di legno, assicurati maldestramente con alcune funicelle di cuoio, stavano tre cadaveri di bambini, in vesti bianche. Giacomo sentì lo stomaco rivoltarsi, represse i conati di vomito, oscillò pericolosamente, sull’orlo di uno svenimento. Si fece forza, respirò a fondo l’aria pesante, ma pur sempre aria, osservò meglio. Sicuramente i tre cadaveri erano di fanciulli, morti al massimo sui cinque anni, forse anche meno. Dalle vesti, più ornate sugli orli, sebbene sempre povere e semplici, e dalle poche tracce di capelli sul cranio, il cadavere più piccolo si sarebbe detto di bambina. Di fronte, ai lati dei corpicini, fiori secchi, fiori di campo, marciti nell’aria umida e stantia del sottosuolo, ammorbavano ulteriormente l’ambiente di esalazioni dolciastre e putrescenti; in un angolo, come gettate lì da una mano nemica, abbandonate come minuscoli cadaverini anch’esse, delle bambole di pezza, di quelle riempite con le barbe della pannocchia, con gli occhi di bottone e i capelli di lana nera, giacevano ingiallite, ròse dai topi.
Giacomo, recuperato un minimo di calma per ragionare, rifletteva su quello spettacolo orrendo. Ciò che non gli tornava era la reazione di Menico. Era evidente che quei cadaveri erano lì da anni, forse decenni. Il furore che aveva letto negli occhi del padre disperato, invece, non lasciava adito a dubbi di sorta: egli aveva chiaramente pensato che uno dei cadaveri fosse di suo figlio. Chissà, probabilmente, straziato dal dolore, avrà pensato che la strega avesse succhiato la giovinezza al figlioletto per garantirsi altri cento anni di vita; oppure, più probabilmente, il suo dolore e la sua ansia erano tali da non permettergli di cogliere un particolare del genere: già devastato dall’angoscia, così convinto e certo di dover trovare il figlio, deluso dalla ricerca infruttuosa, si era gettato smaniosamente nell’insperato varco apertosi ai suoi piedi. Visto ciò che vide, si accontentò, per dire così, e fu certo di aver finalmente trovato chi cercava.
Mentre ponderava tali ragionamenti, Giacomo udì un trambusto improvviso sulla sua testa, rumori confusi, esclamazioni soffocate. Una colluttazione. Pensò, intuì, temette il peggio. Si precipitò verso l’apertura, vi si issò a fatica, pensando per un attimo a come mai avesse potuto Menico balzarne fuori con tale foga. Fu di nuovo nell’ambiente vuoto e sporco, ma mille volte meglio, più aperto e salubre della dispensa sotterranea. Vide Delio, suo vicino di casa, riverso sul pavimento, dolorante, con il naso sanguinante. Su di lui vegliava il fratello minore, Fulvio. “L’è scampà de fora! L’è mato!” gridò il ragazzo, accennando alla porta aperta che dava sul sentiero. Giacomo si precipitò all’esterno, temendo il peggio.
Fortunatamente per la Vecia, che giaceva ancora riversa in mezzo all’erba, legata, ma all’apparenza sveglia e in buone condizioni, Menico era stato trattenuto prima che potesse farsi giustizia da solo. In cinque lo bloccavano a terra; due persone puntellavano le sue spalle e le braccia, altre due le gambe. Menico schiumava, nero di rabbia animale, e cercava di mordere chiunque gli stesse vicino, amico o parente che fosse. Gridava, e con ogni probabilità nelle sue intenzioni quei versi inconsulti, gorgoglianti e satanici avevano un senso, erano insulti, minacce, condanne, preghiere mescolate assieme. Giacomo, che non voleva che l’amico si macchiasse di una colpa per la disperazione, fu sollevato. Ora, pensava, si trattava di convincere i capipopolo ad interrogare la Vecia con calma, magari la mattina dopo, e le cose si sarebbero chiarite.
Ma all’improvviso nuove urla provennero dall’interno della casa. Urla di panico, di paura superata e ora rinnovata e più acre. Uscirono di corsa Delio e Fulvio, pallidi come cenci, e tra i singulti del terrore narrarono ai compaesani increduli ciò che avevano visto nel sottosuolo. L’intera comunità esplose in una babele di grida e di imprecazioni. Preghiere e bestemmie si legavano e si slegavano nell’aria senza soluzione di continuità. Gli stessi anziani capipopolo, fino a quel momento garanti dell’ordine dell’assemblea, si erano gettati in ginocchio, e battendosi il petto gridavano al cielo, ora coperto e senza stelle.
L’isteria e il panico si erano impossessati di tutti. Se fino a quel momento si era agito unicamente nell’ambito di una più o meno forte convinzione, ora c’era la certezza, il dato, il fatto. La sommessa acredine nei confronti della Vecia, che solo in Menico, ma per precise ragioni, aveva già sfondato nell’odio, ora fioriva in istinto di autoconservazione violenta e prevaricatrice in ogni singolo uomo. Già alcuni facevano minacciosi passi avanti verso la Vecia che, riversa e silenziosa, fissava all’intorno con uno sguardo ebete. Già attorno a lei un cerchio lentamente andava definendosi e chiudendosi, poco a poco, di pari passo al clamore delle voci, via via più alte.
Giacomo guardava con attenzione. Per prima cosa notò che coloro che fino a quel momento avevano tenuto fermo a terra Menico con la sicurezza di chi agisce per il proprio bene, ora si guardavano l’un l’altro, come incerti sul da farsi, e poi guardavano Menico, non più con fermezza, ma con pietà, quasi con comprensione. Nello stesso istante Giacomo vide i capipopolo confabulare brevemente tra loro, ancora in preda ad una grande agitazione, toccarsi le barbe, acennare ora alla casa del terrore, ora alla Vecia, ora a Menico. Giacomo si domandò che fare. Per un attimo credette giusto intervenire, bloccare il marasma crescente, condurre i capipopolo di sotto, ragionare, far capire. Ma poi, dopo aver meglio osservato i volti dei suoi compaesani, cambiò idea. Ridevano. Ghignavano felici. Erano sicuri di sé, anzi raggianti di essere nel giusto, di essere tanti, e di aver individuato e sconfitto il male, l’infezione che ammorbava il loro paese. Menico, poveraccio, era un demente in preda a cieco desiderio di vendetta, e avrebbe ucciso anche la propria madre se avesse avuto, in quel momento, il benché minimo sospetto nei suoi confronti.
Il paese intero sguazzava, in quel momento, preda del proprio sadismo. Anzi, non era sadismo, ma gioia di vivere, e gioia di aver la possibilità di eliminare una minaccia tremenda. Era euforia, eccitazione, sicurezza. Giacomo si rese conto di esservi dentro, quando gli parve che le fiaccole ardessero di più, illuminando a giorno la scena drammatica. Eppure le fiaccole erano le stesse. Erano gli occhi di Giacomo, gli occhi di tutta Sant’Osvaldo a essere ubriachi. Gli sguardi erano lucidi, le fronti sudate, i gesti frementi. Giacomo non decise di starsene in disparte. Capì piuttosto di esservi obbligato.
Opporsi in quel momento al rito di purificazione violenta al quale i tranquilli paesani si preparavano, con godimento febbrile e sconcia sicurezza, significava morire. Leggeva negli occhi degli ultimi della calca la rabbia già repressa per non poter essere i primi, per dover attendere. Giacomo ebbe in quell’istante la capacità di salvarsi la vita, capendo che provare a fermare ciò che si era innescato era equivalente a togliere il cibo da sotto il muso del mastino, a separare due bestie durante l’amplesso. E non capì tutto ciò ragionando freddamente, semplicemente lo sentì nell’aria, lo odorò. Sentì il profumo dolce del sangue, le narici fremettero. Capì istintivamente da che parte stare, e lì stette.
Come per incanto, come negli spettacoli di burattini l’orco appare da sotto la scena all’improvviso, così nella ressa che già premeva ostilmente attorno alla Vecia, ma ancora non osava nulla, come attendendo un segnale, un’autorizzazione, emerse Menico, terribile. Vi furono delle urla, che parvero quasi dei guaiti, e in molti si scansarono evitando il contatto con quella furia che ora, però, pareva aver riguadagnato un minimo di freddezza. Camminava lento e a scatti, ma il respiro era più regolare e lo sguardo, ancorché vitreo, aveva una luce di umanità percettibile nel fondo della pupilla.
Di fronte alla Vecia erano già giunti i capipopolo, che soli avevano l’autorità o di salvare o di sferrare il primo colpo. Menico li raggiunse, sovrastandoli con la propria mole. Non calò il silenzio, continuò un sordo mormorio di rabbia all’intorno. I vecchi diedero un’occhiata larga, a tutti i paesani. Capirono anch’essi, come Giacomo, che si era aggregato al branco, pur standosene in fondo. Si fecero da parte.
La Vecia non gridò, quando il primo colpo di mazza la raggiunse sulla schiena. Si udì solo, frammisto all’ansimare ormai ringhioso degli uomini tutti, il rumore sordo dell’osso che si spezza. Giacomo provò a vedere, ma non riusciva. Vedeva solo un grumo di uomini sordi ai richiami, sudati, deformati nel volto, colpire e colpire, in silenzio, con il ritmo di chi è abituato a battere il grano sull’aia a luglio, con mazze, bastoni, zappe, forconi, falci. Vide, dopo poco, i primi ritrarsi, lordi di sudore e d’altro, feriti alle mani. Quasi certamente si erano colpiti anche tra loro, senza avvedersene. Partiti i primi, ebbri e quasi sazi di rabbia e di omicidio, subentravano gli altri, che anzi con foga maggiore, per sfogare la delusione di non aver affondato per primi nella carne il proprio ferro, picchiavano, penetravano, spaccavano con furore maggiore, con foga, frenesia, finché, come il contadino che all’udire il tuono lontano si blocca e abbandona la falciatura affastellando in fretta il grano mietuto per metterlo in salvo, anch’essi si fermavano all’improvviso, spesso con la vanga sollevata sulla testa. Sbattevano le palpebre, respiravano un po’ più a fondo, poi se ne andavano, in silenzio, senza salutare né accennare a nessuno, senza torce, spesso senza giacca, sudati e incuranti del vento freddo che scendeva dai monti; camminavano a capo chino, strascicando il loro attrezzo per terra, inciampando sul sentiero tra sassi e radici.
Frattanto, alle loro spalle, il rituale, la comunione di sangue, non aveva tregua. Molti erano gli aspiranti a voler sferrare almeno un colpo. Molti anche i giovani, costretti a restare indietro per rispetto dei padri e dei nonni, che alla fine, estasiati da quella laboriosa frenesia, dall’insolita libertà che i parenti concedevano loro, convinti infine di dover fare quel che facevano quasi come un’iniziazione all’età adulta, si accingevano al loro momento con seria compunzione sul volto, loro, forse, gli unici a non essere ebbri di odio, ma altresì convinti e desiderosi di partecipare al truculento banchetto.
Giacomo restò fino alla fine, accodandosi agli ultimi, senza fretta. Uno ad uno, vide i suoi parenti, i suoi amici e i suoi nemici andarsene come incoscienti, vagare nelle tenebre, forse verso casa. Vide anche un suo vecchio zio camminare lentamente verso il bosco, in direzione opposta al paese, insensibile ai richiami di chi, ancora in attesa del proprio turno, cercava di sapere, di capire, e in questo caso anche di riportare sulla via maestra.
Chissà quanto tempo passò prima che l’ultimo grassoccio ragazzino, rosso in volto e nelle mani, abbandonasse il bastone rimediato lì nei pressi e corresse verso casa, verso sua madre e il letto ben conosciuto e finalmente meritato. Forse ore, forse minuti. Alla fine Giacomo restò solo. Il buio era totale, il silenzio opprimente e maligno, l’aria, sebbene andasse lentamente purificandosi negli effluvi del bosco e del torrente, manteneva una nota dolciastra e salata, di rabbia, sudore, sangue, macello.
La fiaccola ardeva ancora nella cantina. Scese di nuovo, a prenderla. Si interrogò a lungo, in piedi, con la fiamma che illuminava e animava di riflessi incerti i tre scheletri ricoperti di pochi rinsecchiti brandelli di epidermide, vestiti con gli abiti che solitamente i bambini della valle indossavano il giorno della prima comunione. Il silenzio era di tanto in tanto interrotto dal verso sommesso ed amichevole di una piccola civetta, in lontananza. Era chiaro che tutto aveva avuto fine, e la notte, quieta, proseguiva la sua lenta marcia verso il nuovo giorno, come sempre.
Giacomo non trovò la risposta a quei tre corpi, a quelle tre bare. Salì all’aria aperta solo quando, sebbene fosse ancora buio, una nuova brezza, frizzante e fremente, già premoniva la prossima aurora. Si avvicinò al luogo dove l’orrendo assassinio si era consumato con indicibile lunghezza. Non v’era rimasto nulla della Vecia. Nulla di riconoscibile, almeno. Migliaia di colpi erano caduti su ciò che ora si presentava allo sguardo lucido e vitreo di Giacomo come una macchia più scura nell’erba. Gli piacque pensare che già il primo colpo di Menico l’avesse ammazzata. Non perché fosse convinto dell’innocenza della Vecia, anzi, quei tre cadaveri antichi in cantina proiettavano sul suo cuore ombre lugubri di paura e di dubbio. Ma era certo che nessuno di quei tre corpicini appartenesse al piccolo scomparso. Non c’era rimasto molto da seppellire, né avrebbe sepolto un corpo sul quale pesava ancora la maledizione della comunità. Meglio non rischiare.
Tornò a casa, e dormì le pochissime ore restanti, prima di alzarsi per una nuova giornata di lavoro. Con gli amici e i parenti, che rivide la mattina seguente, chi per strada chi alla segheria chi sulla diga che costruivano a valle, non disse nulla. Nessuno accennò minimamente al fatto. Nessuno denunciò la scomparsa della Vecia, nessuno la pianse.
I tre corpi vennero sepolti nel cimitero del paese, in tombe senza nome. La Vecia rimase lì dove l’avevano uccisa, a concimare la terra. Nessuno si arrischiava ad entrare nel cortiletto, per paura di essere intrappolato in qualche sortilegio satanico. Passarono alcune stagioni, e nei filò si iniziò a narrare della strega uccisa da un gruppo di coraggiosi, una notte che essa aveva rapito ed ucciso un bambino.
Poco importò che il corpo del figliolo del Menico fosse emerso, alcuni giorni dopo l’accaduto, parecchi chilometri a valle, presso San Donato. Nessuno ebbe la prontezza di spirito, o la volontà, o il coraggio, per affermare ciò che, del resto, era evidente a tutti.
Nessuno, nemmeno il buon pievano, che, troppo giovane e cresciuto in altre zone, passò saggiamente sopra al fatto, chiudendosi nel suo frutteto per due settimane, uscendone solo per celebrare, pensò di consultare gli archivi parrocchiali, dai quali, forse, sarebbero saltati fuori gli atti di nascita e di morte di tre bambini, orfani di madre, di padre ignoto, allevati dalla nonna, portati via, assieme a molti altri, dal tifo, più di trent’anni prima, sepolti nel cimitero del paese e di lì misteriosamente trafugati pochi mesi dopo.
Dopo quel furto macabro si erano rinfocolate storie di orchi e diavoli, senza che nessuno però si scomodasse troppo a indagare, in un momento, del resto, in cui era meglio starsene chiusi in casa con il naso nell’aceto balsamico piuttosto che andare in cerca di cadaveri appestati, che non volevano starsene al loro posto in camposanto.
Giacomo provò a dormire, nei giorni, nei mesi seguenti, come aveva sempre fatto fin da bambino, ma il sonno non voleva più venirlo a trovare. Era diventato pallido e magro, solitario e schivo. Partì per cercare lavoro nelle grandi industrie della pianura due anni dopo. Partì senza salutare nessuno, di notte.

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lunedì 14 maggio 2012

La strìa - quarta parte -


La casa rimase avvolta nell’ombra e nel silenzio. Sembrava vuota a tutti gli effetti. I capifamiglia decisero di entrare, di forzare la porta, di prelevare la Vecia. Mandarono avanti Tomaso, il più grosso tagliaboschi di Sant’Osvaldo, tant’è che tutti lo chiamavano Cristoforo, non Tomaso. Alto quasi due metri, riusciva a sradicare a mani nude alberi giovani, e ad abbatterne di anziani con pochi, mostruosi colpi di mannaia. Cristoforo, che non aveva paura quasi di nulla, arrivò in silenzio, sforzandosi di assumere un’andatura spavalda e sicura, in barba alla paura negra che gli mangiava lo stomaco e gli segava le ginocchia, di fronte alla minuscola porta di legno annerito dal tempo. Non abituato ad altro oltre al rompere e al divellere, non passò nemmeno per la testa dell’omaccione di provare a girare il vecchio saliscendi: voleva, doveva tagliare le misere assi di legno marcescente con un sol fendente, questo era quanto il paese chiedeva, esigeva da lui, dal suo braccio. Divaricò le gambe, prese il giusto respiro, abbrancò il lungo manico di legno levigato, sollevò con ampia rotazione delle braccia e della schiena la pesante mannaia che si era fatto forgiare su misura dal fabbro, e che solo lui riusciva a maneggiare, calcolò con occhio esperto la traiettoria, sospeso come un nembo che sta per deflagrare in tempesta, solenne come la statua di San Paolo con la spada della cappella di destra della chiesa.
In quel preciso istante la porta si spalancò con forza, come risucchiata da un turbine nero. La Vecia, o per meglio dire la sua ombra, si delineò nel buio odorante di muffa dell’interno, raggiunto a malapena dal lucore delle fiaccole circostanti. Cristoforo rimase interdetto. Non aveva più il bersaglio da colpire, non sapeva cosa fare, e nel dubbio rimase come folgorato, inchiodato in quella posizione innaturale, teso nello spasmo del colpo bloccato. Dall’ombra, da quella inquietante sagoma appena delineata nell’oscurità, tralucevano, forse di luce propria, forse solo riflessa dalle torce all’intorno, due occhi freddi e minuscoli, di felino in trappola.
Alcune grida di terrore si levarono dal gruppo, che impercettibilmente si raccolse su se stesso, come la massaia che, finalmente scovato il sorcio che di notte saccheggia la dispensa, urla e sale sulla seggiola prima di decidersi a cacciarlo con la ramazza.
Cristoforo, nel trovarsi così inopinatamente di fronte al nemico, suggestionato dai racconti, dalle testimonianze di poco prima, vacillò, lui abituato unicamente ad abbattere alberi innocui. I grossi scarponi retrocedettero sul sentiero, si incespicarono sulle radici e sulle gramigne alte. Cristoforo perse l’equilibrio, e cadde all’indietro, rovinosamente, sostenuto a malapena dai capifamiglia che gli erano alle spalle. Subito punto nell’orgoglio, forse già immaginando le facili ironie da osteria sul più forte tagliaboschi abbattuto da una vecchia grande come uno scoiattolo, Cristoforo si levò subito, e quasi singhiozzando urlò ai compaesani, stravolto nei gesti e nel volto: “La me gà stregà! Ea gà i diavoi che ea ‘iuta! I me gà butà zò!”
La presunta presenza diabolica, paventata ma mai esplicitamente chiamata in causa, sconvolse immediatamente la comunità, come un turbine di vento che si infila nella porta e sconvolge l’ordine vissuto della cucina. Solo tutta l’autorità e la voce dei capifamiglia impedì il fuggi fuggi generale. La masnada fu presa da un fremito, le fiaccole oscillarono, come sul punto di cadere. L’agitazione dei primi fu spavento per i secondi e terrore per gli ultimi che, incapaci di vedere e di sentire con precisione cosa stesse accadendo, ingigantivano le mezze parole che arrivavano, e già erano convinti che il demonio stesso stesse combattendo un duro corpo a corpo con il povero Cristoforo.
La fuga disordinata sarebbe stata la soluzione che, d’istinto, ogni paesano avrebbe preso. La rabbia furente fu la reazione logica, da animale spaventato e in trappola, agli ordini tassativi e violenti che lanciarono, tra urla feroci, i capifamiglia.
Nel frattempo, la Vecia si era mossa. Era uscita dall’ombra della soglia, e ora, illuminata per intero dalle fiaccole, terrorizzava ancor di più, a causa di uno sguardo orribile e crudele, mai visto in precedenza addosso alla donna che, per di più, abitualmente camminava curva su se stessa come una vite d’inverno, mentre ora si mostrava ai suoi compaesani diritta, alta la fronte e fisso lo sguardo, e tanta era la distonia di quest’immagine rispetto alla forma consueta con cui il paese conosceva da sempre la Vecia, che ai più la donna parve gigantesca, titanica, ciclopica, orrenda, spaventevole.
Le pupille erano di un azzurro acqua, tendente paurosamente al bianco, tanto che nell’incerto riverbero della fiamma non si sarebbe potuto dire con sicurezza dove iniziava la sclera, e non pochi credettero di aver di fronte una posseduta dal demonio, a causa di quegli occhiacci apparentemente arrovesciati all’indietro. Attorno alle palpebre, fisse e sbarrate, solo rughe, una fitta selva, un labirinto, un rovaio di solchi incerti e profondi. Le sopracciglia erano scomparse, forse smangiate dagli anni o dalla pellagra. Il naso, forse un tempo fine, dritto ed elegante, su quella pergamena ingiallita e arricciata ora figurava orrendamente, come il muso appuntito e ferino del topo, e le sue piccole dimensioni quasi davano l’impressione di una piega solo un po’ più ardita e inconsueta su quel ginepraio di bizzarre irregolarità. Le labbra erano invisibili, serrate in un ghigno davvero malefico, chissà se di ira o di terrore, a quel punto poco importava, rinchiuse su se stesse come i lembi di una ferita, rincagnate dentro il foro della bocca completamente sdentata.
La Vecia parve a tutti i presenti decisamente più orrenda del solito, ed imputarono il fatto ad un qualche artificio malefico, confermando ulteriormente le proprie paure; solo in pochi pensarono che era la prima volta che la strega mostrava apertamente l’orrendo volto, senza nasconderlo sotto scialli o veli.
Dopo il primo smarrimento, sottolineato da grida, esclamazioni, mormorii di timore raffrenato, era calato il silenzio, nuovamente, e più pesante che prima, su quella scena strana e densa di drammatica violenza. La Vecia, che appariva per nulla intimorita dalla massa che occupava il sentiero di fronte alla sua casa, minacciosa e irta di fiamme e lame, fronteggiava con sguardo di ferro, freddo e inespressivo, quelli che sentiva, che si presentavano come nemici. Fece anzi un altro passo in avanti, e con una voce mai udita prima, cavernosa e chioccia al tempo stesso, proveniente dalle profondità infernali della sua gola, esclamò: “Cossa voì? No go gnente. No so gnente. No so dove che ‘l sia el to putìn, Menego. ‘Ndè via, se no…” e su questa oscura minaccia, la Vecia alzò la mano ossuta sulla folla che, impietrita, ascoltava le sue parole, e disegnò nell’aria fredda, percorsa dai bagliori metallici delle falci, dei segni di scongiuro.
Erano segni di scongiuro noti in tutta la valle, vecchi quanto le pietre misteriose adagiate in forme geometriche magiche, millenni addietro, dagli stregoni che proteggevano gli abitanti e i contadini dei borghi da demoni e lemuri prima dell’arrivo del nuovo Dio.
Ogni abitante di Sant’Osvaldo, rincasando a notte fatta dall’osteria, in alcuni punti precisi, in prossimità del pozzo in cui anni addietro era precipitata una donna, nei pressi dei crocevia, sia pur già protetti da capitelli e crocefissi, sul limitare del bosco, fremente di fruscii e rumori estranei, era solito, per farsi coraggio, tracciare con le dita dei triangoli, o delle mezze croci, o dei cerchi con strane rune, deformate dall’uso e dai secoli, all’interno. La Vecia, minacciata, non aveva fatto altro che usare le formule a lei da sempre note per difendersi da ogni tipo di male. O forse lei stessa era convinta di essere una strega, o che fingendosi strega avrebbe avuto una possibilità di far fuggire quella masnada di indemoniati.
Del resto con i decenni di esperienza alle spalle, aveva accumulato, la Vecia, una conoscenza delle piante e dei funghi del bosco che le permetteva di sopravvivere anche negli inverni più duri e negli anni di carestia. Infatti non solo sapeva quali erbe e addirittura quali muschi fossero buoni da mangiare, bolliti o abbrustoliti sulla fiamma, ma si guadagnava qualche baiocco facendo passare, o perlomeno facendo calare temporaneamente, le febbri terzane, oppure pulendo le ferite infette e gli ascessi con qualche strana mistura di radici che solo lei conosceva.
In quel momento nessuno dei paesani però riconobbe i gesti di scongiuro tanto familiari. Nessuno nemmeno vedeva nella Vecia la donna che per una moneta di rame, anni addietro, senza mai pronunciare una parola, aveva aiutato la moglie, o la vacca, a sgravarsi. Per tutti era la strega, che con l’aiuto del demonio poteva ucciderli tutti. Fu così che in molti, quando la Vecia tracciò gli scongiuri, si coprirono gli occhi, gridando e segnandosi. Fu come sollevare un vespaio, o versare grappa su un formicaio. Il clima di tensione sospesa si ruppe in un’aperta, bestiale ostilità. Il primo a muoversi fu proprio Menico, che, del tutto dimentico di aver lui stesso urlato all’indirizzo della casa della Vecia di ridargli il suo bambino, gridò, furibondo e con il ghigno sadico del cacciatore che trova la donnola con la zampa nella tagliola: “Come xé che te sè del me bocia! Ti te sé ma no te vol dir! Fame vedere in casa, strìa!” Urlando queste parole l’uomo, sempre armato della sua mazza, si era mosso, nonostante qualcuno avesse cercato di trattenerlo, dritto verso la vecchia che, resasi conto delle reali intenzioni degli scalmanati, tremò come una foglia, mentre la sua espressione, da cupa e minacciosa, si deformava in una maschera di animale in trappola, la bocca sdentata ghignante di terrore, la pupilla dilatata e impazzita, roteante nella disperata e vana ricerca del rifugio.
Cambiò tono, tornò a curvarsi su se stessa, quasi si inginocchiò, tentando disperatamente di bloccare il passo all’uomo che avanzava deciso. Si sarebbe detto che la Vecia cercasse di parlare, ma in effetti i paesani udivano solo un bisbiglio singhiozzante, anzi quasi un pigolio da pulcino, lento e continuo. Menico prese coraggio dalla resa della nemica, e arrivò in cinque passi di fronte alla porta. La Vecia sollevò le mani, cercando disperatamente di bloccare l’uomo, avvinghiandosi ad una sua gamba, piangendo, implorando, singhiozzando.
Menico, accecato dalla paura di trovare morto il figlio e dalla certezza di essergli vicino ormai, si scrollò di dosso la Vecia, non più strega malefica e onnipotente, ma minuscolo scherzo della natura, oggetto di scherno e di rifiuto. La colpì sulla schiena con il manico della mazza, non troppo pesantemente, per scostarla. La Vecia cadde riversa nella gramigna.
Il popolo di Sant’Osvaldo aveva assistito con la bocca aperta e il cuore fremente alla scena, come un branco di lupi in attesa che il maschio dominante sferri il colpo di grazia al cervo, per poi gettarvisi sopra. Non appena la Vecia cadde, inoffensiva e forse morta, i giovani si mossero, percorsi dall’ansia della gloria, dalla curiosità dell’impresa, e superarono d’un balzo i capipopolo, che, impotenti, restarono immobili e interdetti.
Un paio di ragazzotti presero la Vecia e la legarono con una corda che avevano con loro. Gli altri, raggiunto in un attimo Menico, entrarono nell’antro.
I pochi che superarono quella soglia furono subito colti da una nausea profonda, come quando si entra in una cantina nella quale è morto un topo. L’odore era fetido, di aria chiusa e putrida, opprimente di muffa e di stantio, di sottoscala e di camera mortuaria. Tutto era buio, denso e privo di ombre, compatto come una gigantesca lastra tombale di basalto. Fu Giacomo, un giovane quasi giunto ai vent’anni, a portare torcia. In un primo momento il gruppetto compatto di arditi esploratori, uno solo dei quali, ossia Menico, disperato e ansioso, fu stordito dalla luce improvvisa. Ogni ragazzo, sia pure con un sottaciuto orrore per l’impresa che stava compiendo, già pregustava con sorda eccitazione le serate all’osteria, a pavoneggiarsi con gli amici codardi che erano rimasti fuori o, peggio, a casa, e soprattutto le notti lunghe ai filò, quando la sua morosa, o la ragazza alla quale non si era ancora dichiarato, l’avrebbe guardato con ammirazione, mentre lui narrava ai bambini sonnacchiosi l’avventura, non potendo certamente negargli più oltre i suoi baci e il suo amore.
Mano a mano che il gruppo riguadagnava la vista, la delusione colse ogni animo. Di fronte ai loro occhi, una semplice stanzetta, un unico, basso locale, nel quale la Vecia viveva la sua vita squallida. Il pavimento, in pietre piatte, era lurido, coperto da una densa patina scura di secoli di polvere. Su una parete, un semplice camino, ottenuto con pochi pietroni, come in ogni casa di Sant’Osvaldo. A un lato del camino vi era un letto, o ciò che ne restava, cioè un giaciglio di paglia e di foglie di pannocchia. Sull’altro lato, un tavolo con un’unica sedia. Sopra il tavolo, una brocca scheggiata e quasi inutilizzabile, qualche mestolo di legno, una scodella. Niente libri magici, niente effigi diaboliche, niente caproni e, soprattutto, niente bambini.
L’unica nota di originalità era data da alcune treccioline di erbe poste a seccare sopra il camino. Ma dopo una prima analisi il gruppo si rese conto che erano normalissime erbe di campo, di quelle che le comari usano per profumare le zuppe o i pochi arrosti che si mangiano durante l’anno.
Menico era dilaniato dal dubbio. Nel suo cuore era certo di trovare suo figlio in quella casa maledetta, ma i suoi occhi lo tradivano, mostrandogli una realtà deludente e vuota. L’uomo tremava, ansimava forte, reggendosi alla sua mazza ferrata. Quasi gemeva, e tratteneva le lacrime solo per la presenza degli altri uomini.
Dopo un attimo di generale scoramento e dubbio, i più intraprendenti si diedero a girovagare per il locale, dando un’occhiata dentro al camino, rovistando nella paglia del letto, scrutando sotto il tavolo e le sedie. Fu quello della fiaccola, Giacomo, ad accorgersi, per avervi posto sopra il piede, che una pietra del pavimento oscillava abbastanza vistosamente. Richiamò l’attenzione dei compagni, e, consegnata la torcia ad un fratello, sollevò il pietrone senza troppa fatica. Comparve ai loro occhi un’apertura nel pavimento, di quelle che spesso gli uomini di Sant’Osvaldo praticavano per accedere alla dispensa sotterranea, una ambiente che, nel freddo della terra di montagna, conservava i cibi anche per tutto un inverno e per buona porzione della primavera.
Scoperta quella tana, gli uomini tornarono a tremare, e tentennarono, guardandosi di sottecchi, non osando avventurarsi in quel buco, nero ed irto di chissà quali trappole. L’unico che non esitò fu Menico. Di nuovo speranzoso, con un’espressione trasognata e omicida stampigliata sul volto e resa tremenda dal taglio obliquo della luce della fiaccola, scansò chi gli ostruiva il passo e, sempre ansimando miserevolmente, si gettò, fattasi dare la torcia, nell’antro. Il gruppo di giovanotti coraggiosi rimase in cerchio, nel più totale e sospeso silenzio, attorno a quell’antro ora illuminato di un fioco bagliore, che disegnava cupe ombre e rilievi strani nella casa rimasta al buio.



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domenica 6 maggio 2012

Domenica 13 maggio 2012


Ringrazio fin d'ora gli amici dell'Associazione treH2o per la bella opportunità! A domenica!

sabato 5 maggio 2012

La stria - terza parte -

L’uomo, ormai solo e terrorizzato, si inumidì nervosamente il labbro superiore con la lingua, gli occhi roteavano, impazziti, evidentemente alla ricerca di una via di fuga. Ad un tratto, come sibilando, quasi impercettibilmente, Sebastiàn riprese a parlare:
“Ea go vista, sì, gera proprio ea Vecia. Ea gaveva na sporta, de quee grande, soa schina. Ea caminava curva, come soto on gravame. Ea no me ga visto, la ‘ndava verso casa sua”.
Aveva pronunciato le ultime frasi tutte d’un fiato, come si trangugia una medicina amara, o come si recita una formula imparata a memoria. Fu a quel punto che Menico si mosse, girandosi lentamente attorno, come estendendo la conversazione, fino a quel punto a due, a tutta la comunità. L’uomo abbracciava la folla con lo sguardo pietoso, fisso e assente, ma allo stesso tempo disperante e carismatico. Le membra si mossero, come percorse da nuovi fiotti di sangue, caldo e inebriante; gli occhi si volsero, a cercarsi tra loro, a condividere, a convincersi. Poi, come foglie autunnali staccate dal ramo da un improvviso vento aquilonale, si spansero sul selciato della piazza le voci.
Prima poche, quasi dei sussurri, dei mormorii discreti. Poi fu un crescendo di esclamazioni, di interrogativi, di testimonianze sicure, di giuramenti e conferme, di avvalli e rilanci. Così il fornaio ammise che la Vecia non si faceva vedere da un po’ di tempo, e che insomma l’era strana; Corradina, perpetua del prete, sentenziò che la Vecia da anni non si faceva vedere in chiesa, e di brava gente non credente non se ne era mai vista. Il prete, direttamente chiamato in causa da un’occhiataccia della Corradina, non poté che annuire, limitandosi a farlo delicatamente, quasi a dimostrare che, in fin dei conti, altro non poteva fare, e che, fosse per lui, sarebbe anche rientrato in casa a finire il pasticcio di piccione preparatogli dalla brava serva.
Poi arrivò la Gemma di Giò Batta, la levatrice, grassa e lucida, enorme e ridicolo donnone nel suo striminzito scialle rosa, affermando, anzi giurando di aver sentito, passando pochi giorni prima davanti alla casa della Vecia, strani rumori, come litanie sussurrate, pronunciate sotto voce, un mormorio cantilenante e ignoto. Su questa voce, che dilagò per la folla sulle ali della voce tonante della Gemma, rilanciò il vecchio Tino Galo, il falegname, piccolo e rinsecchito come certi tronchi che lavorava per farne pipe e sedie, ma coriaceo e ruvido come la quercia. Affermò con fare sornione, come chi dice cosa nota a molti ma da molti taciuta, che, circa quarant’anni prima, la Vecia era stata sorpresa da un guardiaboschi, la notte del Venerdì Santo, a dormire, tutta ignuda e sfatta, sotto a un vecchio tronco morto, verso i masi alti, in una zona poco frequentata di giorno e temuta di notte perché da sempre abitata da spiriti malvagi.
Questa voce fece scalpore, e tenne banco sulle labbra dei paesani per parecchi minuti. Tino, chiamato in causa, si pavoneggiava, rispondendo, correggendo, chiarendo, rispiegando a destra e a sinistra, ora mettendo a tacere, date e nomi alla mano, gli scettici, ora chiamando in causa coetanei che, nel rispondere confermando in tutto e per tutto la versione data, si divoravano di rabbia per non aver saputo sfruttare prima quella fola dimenticata, e in qualsiasi altra occasione sicuramente derisa.
Ed ecco che, corrosi dall’invidia, fomentati dalla moglie o dalla suocera, i capifamiglia iniziavano a darsi sulla voce, a gara a chi recuperava dalla cantina muffosa delle memorie d’infanzia le leggende più diverse, le tradizioni più corrose dal tempo, i pettegolezzi più scomodi e dimentichi. E ognuno condiva, rimaneggiava, esagerava le tinte, incrociava luoghi, personaggi, elementi orrorifici e magici, poneva se stesso o un antenato al centro della vicenda, come spettatore coraggioso o come eroe liberatore. “Ea volava…”, “…basar na piegora negra…”, “…ghe gero la drìo, sentivo na spusa de solfo…”, “…rideva come un demonio”, “…me nono xé entrà in casa sua…”, “…dentro na bara…”, “…i oci verdi da gato…”, “…ea vaca xé morta…”. Sempre di più, sempre più forte, sempre più veloce. Si scoprì all’improvviso che tutto il paese sapeva fatti segreti della Vecia, retroscena presunti, risvolti inattesi, trame notturne, dettagli sconci, macabri.
E nessuno, nemmeno il capopopolo, si rendeva conto che, con il crescere del tumulto, le facce si accendevano, i denti si scoprivano. L’umore della piazza era passato da un timore vergognoso e intimidito a una spavalda e ciarliera sicurezza, e già certi volti, certi occhi, lasciavano presagire una rabbia a lungo repressa, e solitamente pavida, per cui tanto più acre e furibonda. Già le mani di certuni, strette a pugno, fremevano, accompagnando le parole gridate con gesti di cupa minaccia. Gli aneddoti ora si concludevano sulle labbra con un certo qual tono sospeso, carico di violenti sottintesi, quasi che, dopo tante e tanto gravi malefatte, rimaste eccezionalmente impunite, fosse davvero giunto il momento buono, di fare qualcosa.
Ed ecco, accadde l’impensabile, l’inatteso, l’irrazionale. Una ad una, come carillon a molla, le voci si smorzarono, si attenuarono, si spensero. Gli sguardi vitrei dei concittadini si cercavano, le guance, arrossate dall’eccitazione del momento, ansavano leggermente per la fatica della discussione, ma le mandibole, serrate in morse violente, tacevano. Non c’era più nulla da dire, o, piuttosto, le chiacchiere e i pettegolezzi, divenute poco alla volta denunce aperte, non bastavano più. Gli animi, esacerbati e indispettiti da quel rincorrersi e superarsi in malo modo degli amici con gli amici, dei parenti con i parenti, covavano un rancore sordo, una spinta ormai indomabile; eppure la folla ondeggiava, immota e silente, in bilico. Non c’era più nulla da dire. L’onda di piena delle parole, delle accuse, dei gesti era giunta al culmine. Gli occhi erano sbarrati, le labbra tese, come in attesa di un gesto, un tocco, il ramo spezzato dal vento, che cade nello specchio d’acqua rigonfio e fa tracimare la diga.
In certi momenti basta poco. Una voce, una parola piuttosto che un’altra, fanno la differenza, a volte, tra la vita e la morte. Il prete, dopo quella notte, non ebbe il sonno quieto per molti anni, pensando che se in quella parentesi di silenzio densissimo di attesa egli avesse parlato, se fosse riuscito in qualche modo a blandire la masnada, tutto si sarebbe, forse, risolto in una gigantesca bolla di sapone. Magari, la sera dopo, dieci o venti maschi in più si sarebbero sbronzati all’osteria, per digerire l’eccitazione mal sfogata, o le comari si sarebbero punzecchiate, giù al torrente dove lavavano i panni, con maggiore acrimonia, ma nulla più. Invece il prete tacque.
Chi parlò fu ancora Menico, che a dire il vero non fece discorsi, non articolò periodi complessi. Disse solo, a mezza bocca, udito peraltro dai vicinissimi solamente, ma con tono fermo, inesorabile, immutabile: “Andiamo”. Solo per un attimo il paese tutto, come il bambino che, chiamato al gioco pericoloso e vietato, freme per la fuga ma, già sulla soglia, si gira a osservare implorante la madre, fissò il suo sguardo sul capopopolo. Egli, colto di sorpresa, distratto forse, non disse nulla, non fece alcun gesto. Fu sopraffatto da quella smaniosa ansietà di violenza, e senza volerlo, probabilmente senza saperlo, annuì con lo sguardo. Bastò.
La folla si mosse, animata da mille volontà fuse in una, confuse, miste negli intenti e nella chiarezza dei gesti da compiere. Solo pochissimi rimasero, come stupidi e interdetti, nel perimetro ora tragicamente buio e vuoto. La madre, con il prete sempre accanto, non piangeva più, si era accasciata interiormente, ubbidiva mansueta alle spinte esterne. Entrarono in canonica, e attesero.
Il branco percorreva le vie strette del centro di Sant’Osvaldo. Raffrenato e calcato su se stesso come il gregge che entra nell’ovile, cresceva nell’astio e nella confusione, e prima ancora che furia e violenza, serpeggiavano tra i compaesani il nervoso, la stizza, l’intolleranza per l’urto, la spinta, l’attrito. Proteste, calche, mezze zuffe. Non si sarebbe potuto dire chi guidasse l’orda. Chi stava davanti era sospinto dalle voci, dalle luci, dalle mani di chi stava dietro.
Poco alla volta la processione acquistò logica e quasi ordine. Aprivano i capifamiglia, silenziosi e scuri in volto, le giacche avvolte sulle spalle, ché in quella densità di aliti e corpi si sudava. Dietro, i maschi adulti di ogni casa, più spavaldi nelle mosse, più ferventi, carichi di frizzi e risate ardite, volutamente eccessive nel tono, a darsi coraggio nel buio che avvolgeva e quasi opprimeva la torma infiammata dalle luci delle fiaccole, arrossata dal riverbero del fuoco e dal calore dell’eccitazione. Chiudevano le donne, non molte, soprattutto le comari, le reggitrici delle case, grasse, autoritarie, sempre pronte a mettere il loro ordine su ogni luogo, su ogni problema. Vecchi, bambini, spose, erano tornati a casa e, incapaci di dormire, si rigiravano nei letti delle case all’improvviso fattesi deserte, più grandi e silenziose, tendendo l’orecchio ai rumori del bosco e della notte, cercando di intuire, immaginare gli avvenimenti dai quali, controvoglia, erano stati esclusi.
Non si sa come, né da dove, erano arrivate nelle mani dei più, oltre a nuove fiaccole, forconi, vanghe, qualche falce, mannaie. Gli attrezzi del lavoro quotidiano nei campi e nei boschi, non più appoggiati sulle spalle come nel serale ed esausto ritorno dalle opere giornaliere, erano branditi e levati in aria, minaccevolmente, a spaventare oscuri nemici certamente annidiati nell’ombra e pronti all’attacco.
Lungo il tragitto la foga dei primi momenti, mista di eccitazione e di rabbia ferina, si sedimentò, lasciando filtrare una rabbia precisa e quasi calcolatrice, non frettolosa negli atti, ma risoluta e ponderata. Il paese, senza esplicitarlo, considerava la presenza della Vecia tra di essi come un frutto ormai maturo, che va colto dal ramo al più presto, affinché non marcisca, imputridendo i frutti a lui vicini. Esattamente come la muta accettazione e, anzi, l’occasionale aiuto garantiti alla Vecia erano durati per decadi in nome di un patto collettivo non scritto ma riconosciuto come universalmente e intrinsecamente valido, allo stesso modo ora ogni singola coscienza di Sant’Osvaldo si era coesa in un magma di rifiuto e di odio forse mai assente, in tutti quegli anni, bensì a lungo covato, accresciuto nel rimorso dell’aiuto dato senza tornaconto immediato, coltivato nella costante, benché il più delle volte doma, paura del diverso, esaltato nella superiorità tracotante della comunità rispetto al singolo, della forza rispetto alla debolezza, della grassa gioventù e della saggia maturità nei confronti della vecchiaia rachitica ed ebete.
Il tragitto che dalla piazza porta alla casa della Vecia è breve, e venne ricoperto in pochi minuti. Una volta trovatisi di fronte all’orticciolo incolto, alle finestre nere e spente come orbite di cadavere, gli uomini che aprivano la processione furibonda si bloccarono, si aprirono a schiera e imposero, con gesti lenti ed autoritari, il silenzio ai sopravvegnenti, che tacquero, smorzando i borbottii dei giovanotti e il sommesso ma costante mormorio delle donne.
Vi fu un attimo eterno di incertezza e di inquietudine sospesa, durante il quale furono molti ad avvertire, netto, il desiderio di tornare a casa, considerando quella passeggiata al chiaro delle stelle una traccia sufficientemente nitida, una testimonianza già forte della loro rabbia e della loro indignazione; di più, non se la sentivano di dare, come singoli. Ma al tempo stesso, l’uscire a quel punto dal caldo abbraccio della folla, tornarsene a casa da soli, separarsi dal comune pensare, dalla sicurezza della maggioranza, dal nutrimento della mandria, avrebbe significato un atto di volontà e quasi di ribellione difficile da concretizzare, e periglioso nelle conseguenze.
Il risultato fu che anche in quel sostare incerto e quasi meditabondo della calca, sebbene non pochi fossero, più che disposti, decisi a tornarsene al letto mai così desiderato e lontano, nessuno osò separarsi dal grappolo di amici e parenti, dal crogiuolo di aliti ebbri, dalla fumigante e indistinta marea umana. Tutti rimasero in forse, attendendo il manifestarsi di una volontà forte che guidasse, ordinasse, interpretasse, non importa se giustamente o meno, il volere del paese come univoca, inscindibile realtà.
Fu quindi un fatto pressoché naturale il volgersi, poco a poco, degli sguardi verso Menico il quale, alto e fremente, si era piantato, solido come un frassino, all’imbocco del vialetto erboso che conduceva dalla strada alla porta, chiusa, della Vecia. Menico stesso, in cuor suo, per un attimo non seppe precisamente, nel dettaglio, il come e il cosa. Ma bastò ripensare alla arruffata chioma bionda del suo figlio minore, che amava scompigliare bruscamente, con fare burbero ma segretamente bonario e quasi affettuoso la sera, di fronte al fuoco, o all’espressione beata che il bambino aveva quando, dormiente, riceveva il saluto del padre che si levava col buio per andare alla segheria, perché il benché minimo dubbio venisse spazzato via, come un ago di pino dalla forza primaverile del torrente.
L’uomo inspirò quanta aria poté capire nell’ampio torace, poi, improvviso come un tuono che scoppia simultaneo alla folgore, gettando sconcerto e spavento sui presenti, gridò, anzi berciò, all’indirizzo della catapecchia apparentemente deserta: “Vecia! Vecia, dame el me putìn!” e poi aggiunse, a voce alta, ma con fermezza orribile di risolutezza definitiva e inappellabile, con sguardo vacuo e fisso: “Se no te copo”. Per la prima volta quella sera si faceva chiara allusione alla morte. Prima, nessuno aveva formulato tale minaccia a chiare lettere. Eppure né stupore né scandalo percorsero o smossero la turba astante, silenziosa eppure fremente, ansiosa: la morte, l’uccisione della Vecia aveva aleggiato nell’aria, onnipresente e ben chiara a tutti, forse solo da quella sera, forse, anzi più probabilmente, da ben più tempo. Uccidere quella donna significava comunque saldare dei conti, troppo a lungo lasciati insoluti. Non ucciderla, o comunque non ucciderla ancora, significava rinnovare un atto di misericordia che il paese accordava alla strega, a colei che tutti, da sempre e in ogni caso, sapevano capace di atti turpi.

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