mercoledì 27 marzo 2013

Una segnalazione...

Mi permetto di fare pubblicità a un blog a mio avviso interessante, in cui si parla, con perizia e freschezza, di arte e letteratura, nelle loro più varie declinazioni.
La cosa che più mi piace sottolineare è che questo blog è gestito e portato avanti da un giovane studente universitario, ex studente del Liceo in cui lavoro.
Triste il paese in cui son considerati giovincelli i trentenni e i quarantenni, segno evidente di un invecchiamento generale, in ogni ambito e in ogni struttura sociale... pertanto grazie e complimenti a chi, giovane per davvero, si rimbocca le maniche per dire la sua! In bocca al lupo!
Eccovi il link:

domenica 24 marzo 2013

Sulla necessità dei ritorni nell'arte

 



Osservando la mia libreria, nella sezione della narrativa, mi sono reso conto che la distinzione più significativa che potrei fare non è (come in un primo momento avrei potuto pensare) tra i libri letti e i libri non letti. Nella realtà dei fatti, potrei organizzare la mia libreria tra i volumi letti tante volte e quelli invece mai aperti, o al massimo sfogliati.
Intrigato da questa forse ovvia constatazione, ho riflettuto un po' sulle esperienze artistiche della mia infanzia. La mia famiglia era dominata da una profonda e serena abitudinarietà: il nostro anno era scandito da appuntamenti uguali a se stessi, che io accettavo come si accetta il fatto che il 25 dicembre debba arrivare Natale. Durante le vacanze pasquali, ad esempio, quando si andavano a trovare i nonni ferraresi, l'appuntamento d'obbligo era con la pinacoteca di Cento e, più nello specifico, con alcune tele del Guercino, di fronte alle quali mio padre ci ripeteva sempre le stesse cose, ricevendo da noi, in una sorta di copione tacitamente rispettato, le stesse domande o le stesse riflessioni.
D'estate, durante le vacanze al mare in quel di Bibione, la meta obbligatoria, e ripetuta per almeno una decina d'anni, era Aquileia, la visita alla basilica, l'osservazione dei mosaici, poi la cripta, con gli affreschi, poi gli scavi archeologici, con fotografia nell'ex foro romano.
Insomma, posso dire con una certa sicurezza che le mie esperienze estetiche, fino ai quattordici anni, quando acquistai il "Black album" dei Metallica, iniziando un percorso autonomo, abbiano gravitato attorno a un nucleo relativamente esiguo di "oggetti artistici", visti, e rivisti, e rivisti.
Alla luce di queste considerazioni, ritengo che la rilettura, o se si preferisce la rivisitazione, siano esperienze sostanzialmente necessarie nell'arte, esattamente quanto l'esperienza estetica nuova.
Eppure mi pare che gravi una sorta di diseguaglianza concettuale, in questo ambito: parlando di un libro, è normale sentirsi dire "L'ho già letto", quasi a far capire che una rilettura dello stesso viene percepita come superflua. Anche di fronte a un museo, o a una chiesa, capita di sentirsi dire "L'ho già visitata"... Di fronte a una canzone invece, l'affermazione "l'ho già ascoltata" suona strana. E in effetti le canzoni, le opere musicali in genere, si fruiscono a ripetizione, si ascoltano e si riascoltano.
Eppure, se ci pensiamo, una canzone dei Beatles, per quanto geniale possa essere, con i suoi 5 minuti di durata non potrà mai ambire a raggiungere la complessità di creazione e di fruizione, ad esempio, di un romanzo dell'Ottocento.
Nella sostanza, voglio dire che sarebbe molto più logico avvertire il desiderio di rileggere romanzi già letti, e di rivedere opere d'arte già viste, piuttosto che voler riascoltare canzoni già udite.
E infatti nella mia esperienza, ma qui credo che chiunque possa dire autorevolmente la sua, ogni volta che ho riletto un libro che ho amato (i primi che mi vengono in mente: "Libera nos a Malo"; "Il mulino del Po"; "Moby Dick"), ho scoperto qualcosa di nuovo. Una sfumatura linguistica che non avevo colto, un aspetto del protagonista o dei personaggi secondari mai osservato prima...
Questo elemento, che potremmo definire "costante novità" dei classici, deriva in primo luogo dal fatto che le riletture sono normalmente più razionali, più analitiche del primo incontro, dominato dall'ansia della scoperta... Quando si legge un bel libro la prima volta, è come se un archeologo entrasse in una tomba sotterranea appena scoperta: gira di stanza in stanza, coglie con gioia gli aspetti più eclatanti, cerca in fretta e col cuore in gola il salone centrale, dove è conservato il tesoro... Quando si ritorna su un libro già letto, si può iniziare a prestare attenzione ai dettagli secondari, a catalogare i vari elementi, a riordinare i pezzi...
Ma in secondo luogo, credo soprattutto che la costante novità, e quindi il costante piacere della rivisitazione della grande arte siano dovuti al fatto che, di anno in anno, noi cambiamo. Cambiamo grazie alle esperienze avute, agli incontri fatti, alle cose studiate... E quindi posso dire che, mentre di sicuro il "Moby Dick" che conservo in libreria è lo stesso di cinque e di dieci anni fa, io sono diverso. E sono quindi diversi gli occhi con cui leggo il libro. Se a quindici anni ho tratto profondo piacere dall'episodio carico di suspance dell'incontro tra Ismaele e Quequeg nella camera della locanda, oggi, rileggendo lo stesso libro, troverò molto più appagante il personaggio di Achab, con le sue fratture interiori, con la sua monomania...
Concludendo, l'arte non va solo vista, letta, ascoltata, ma va anche frequentata con pacata ripetitività nel tempo... Un'ovvia conseguenza di questo fatto è che l'arte, quindi, va conservata con cura. I libri, i film, i cd, vanno accumulati, messi da parte, quasi con devozione, perchè, se loro restano gli stessi, noi cambieremo.

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venerdì 22 marzo 2013

La Pasqua della Carne

 
 



Tra tutte le feste della liturgia cattolica, quelle che introducono alla Pasqua sono, a mio avviso, le più affascinanti, al di là della variabile della fede avuta o meno in dono.
Sarà che il triduo cade nel periodo della rinascita primaverile dopo l'inverno, sarà che, rispetto al tempo d'Avvento, fortemente venato di elementi secolarizzanti (febbre dei regali in primis), la Pasqua mantiene una connotazione prevalentemente sacra e religiosa.
O sarà, piuttosto, che la Chiesa pare dare il meglio di sé, anche ad un semplice livello formale, in queste celebrazioni così venate di tradizioni millenarie, così, in un certo modo, esotiche rispetto alla normale routine domenicale: la recita drammatizzata della Passione, la Via Crucis, il bacio alla croce, il rito dell'acqua e del fuoco al Sabato Santo, la lavanda dei piedi al giovedì... e poi ancora la spoliazione degli altari, i riti di penitenza, la traslazione dell'Eucarestia, le letture innumerevoli e strane, di libri e profeti veterotestamentari che, per il resto dell'anno, riposano tranquilli nel buio delle pagine chiuse (penso al povero Baruc!).
Che ci si professi credenti, agnostici o atei, credo che non si possa fare a meno di riconoscere al Cristianesimo un ruolo centrale nella formazione dell'immaginario occidentale; ancora più a fondo, credo che il Cristianesimo abbia contribuito sostanzialmente a determinare uno specifico approccio alla realtà, e all'autopercezione dell'individuo nella realtà, tipica della cultura occidentale.
E credo che il cuore di tutto stia nel mistero della Pasqua. Cioè nella scelta, fatta dal Cristianesimo, di dare al corpo umano, alla sua dimensione materiale, come somma di carne e sangue e ossa, una dignità tutta nuova, al punto di farne la traccia evidente del Divino che vince la morte, risorgendo nel corpo, e portando quel corpo nel regno dei cieli.
Penso alla medicina, certo derivata da altre culture, quella araba in primis, in occidente, ma poi in occidente assurta a livelli mai raggiunti altrove; ma penso anche alla pittura, alla scultura, e ciò che vedo, o per meglio dire, ciò che intravedo è un grande, profondo e viscerale amore dell'uomo occidentale per la carne, per il corpo, per la materia.
Si potrà obiettare, e sarebbe obiezione del tutto legittima, che l'attenzione dell'estetica nei confronti del corpo umano era già realtà consolidata nell'età classica, prima, dunque, dell'avvento del Cristianesimo in occidente.
In effetti non credo che la cultura cristiana occidentale abbia "inventato" tale amore verso la realtà fisica e materica, oltre che spirituale, del nostro essere. Piuttosto, potremmo dire che l'occidente cristiano ha ripreso, ha ritradotto e rideclinato l'estetica classica, sostanziandola, però, di una nuova dignità, di una prospettiva che gli Antichi non possedevano, figli com'erano della convinzione che, con la morte, finisse la pacchia e iniziasse l'oblio delle tristi case di Ade ("Della giovane età son questi i fiori, mirabili per l'uomo e per la donna. Poi, quando sopraggiunge la vecchiaia squallida, grave affanno opprime sempre il misero mortale" scriveva Mimnermo).
L'occidente cristiano introduce la convinzione, cioè, che il corpo, al di là delle afflizioni, delle pene, delle mutilazioni di cui poteva soffrire in vita, avesse, nel suo intimo, una dignità intrinseca, una valenza profonda garantita dal fatto che Dio stesso si era fatto uomo, trovandosi poi così bene nella condizione umana da decidere di tenersi il corpo anche dopo la Risurrezione.
Ho avuto la fortuna, un paio di anni fa, di visitare Gerusalemme, e di entrare nel Santo Sepolcro. Lì inginocchiato (anche perché è alquanto complicato restare in piedi) ammetto di non aver provato un moto spirituale, quanto piuttosto un'emozione profonda derivante dalla presa di coscienza di trovarmi, se vogliamo simbolicamente, nel luogo a partire dal quale la nostra civiltà ha preso una piega del tutto nuova e densa di conseguenze, vive fino ai giorni nostri.
Una su tutte, se il cristianesimo fosse rimasto, come ebraismo e islam, una religione aniconica, priva di immagini umane, o addirittura iconoclasta (e ad un certo punto abbiamo pure corso il rischio di diventarlo, nella prima metà dell'ottavo secolo), beh, dubito che avremmo avuto Giotto, Leonardo, Michelangelo.
Nel bene e nel male, credo che la storia della chiesa nella civiltà occidentale possa essere letta anche come un lungo rapporto di amore con la dimensione materiale del corpo; un rapporto, certo, fatto di alti e bassi, ma nel quale non è mai stata persa di vista la dimensione centrale della questione: l'uomo non è puro spirito; la perfezione dell'uomo sta nel suo essere anche di carne.

lunedì 18 marzo 2013

NERO13 - Il giallo a Nord-Est

Un saluto a tutti, e buon inizio di settimana, nonostante una primavera che sembra essersi persa chissà dove!
Ecco il libro di racconti gialli e noir che verrà presentato alla Libreria Palazzo Roberti sabato 6 aprile, e al quale ho contribuito con il racconto "Il bambino di Marostica", giallo storico ambientato nel 1485, attorno ad una vicenda realmente accaduta: un'accusa (infondata) di infanticidio rituale che portò all'espulsione delle comunità ebraiche dal territorio vicentino.
Un saluto e a presto!
 
 

sabato 16 marzo 2013

12 APRILE a Castelfranco

Venerdì 12 aprile presso il Teatro Accademico di Castelfranco Veneto parlerò di Grande Guerra e di scrittura, partendo da "Sul Grappa dopo la vittoria", con il vincitore del premio Campiello e del premio Comisso Andrea Molesini! Spero che possiate partecipare, a presto!
 
 


sabato 2 marzo 2013

Una piccola anteprima...

... in barba alla scaramanzia, ecco una piccola anticipazione di quanto, più o meno a breve, dovrebbe uscire...
Nel tentativo di solleticare la fantasia e la curiosità, non offro altre spiegazioni oltre all'immagine...!