sabato 28 aprile 2012

La stria - seconda parte -



Un pomeriggio di settembre, con un cielo così blu da sembrare viola, mentre a poca distanza dal paese, sopra al bosco già macchiato di giallo e di rosso, le mandrie si preparavano a tornare a valle, con i bovari che senza fretta, con un ritmo erede dell’eternità, richiamavano gli animali, mormoravano tra loro, godendo dell’ultimo fresco tepore montano, prima di marciare lenti verso le nebbie della pianura, dei cinque fratellini figli di Tonia e del Menico, andati come al solito a giocare al torrente, rincasarono solo in quattro.
Alle domande preoccupate e convulse della madre, che ben conosceva i rischi del bosco e dell’acqua, che ogni anno portavano via almeno una vittima nel loro abbraccio di morte, i quattro fratelli avevano risposto frammentariamente e in lacrime, dicendo che Tommasino, il più piccolo, a un certo punto si era allontanato verso il folto, mentre loro cercavano di prendere delle rane, ed era scomparso nel nulla. Erano andati a cercarlo, ma non avevano trovato che foglie secche e ombra. Allora avevano avuto paura, ed erano corsi a casa.
Subito la madre corre a chiamare il marito, che lavorava alla segheria, tre chilometri a valle.
L’ultimo sole, di un giallo oro degno dei migliori campi di grano, dipingeva di bagliori sanguinolenti, violacei e innaturali, le crode più alte e inaccessibili, dove i ghiacciai, raggiunti i loro livelli minimi con il caldo agostano, quasi fremevano, brillavano, tintinnavano come cristalli nella prima brezza serale, impazienti di tornare a dominare le nude rocce per un altro inverno. Davanti alla casa della Tonia e del Menico si era radunata una piccola folla, complice, più che l’effettiva preoccupazione, il fatto che ormai i lavori e le opere andavano abbandonati, dopo il lento suono della campana dei vespri, i cui ultimi rintocchi si spegnevano, rimbalzando con forza sempre minore lungo le pareti strette della valle.
Il padre aveva organizzato una squadra di ricerca. I posti pericolosi del bosco vicino si conoscevano bene, da sempre. C’era il gorgo del torrente, ma era molto più a monte di dove i figli della Tonia erano soliti giocare. C’era la voragine lasciata da un gigantesco pino, sradicato dal peso dell’eccezionale nevicata di tre anni prima, ma era vuota. Ogni forra, ogni pozzo, ogni anfratto fu controllato, inutilmente.
Alle dieci di sera il paese si ritrovò in piazza, nel buio, a mani vuote. Le poche fiaccole disegnavano sulle pareti bianche della canonica ombre torbide e tremule, le espressioni erano rese taglienti e insicure dalla luce fioca, ondivaga, quasi anch’essa impaurita. Al centro di un semicerchio creatosi quasi automaticamente, stavano i genitori, con il prete. La madre era abbandonata sulla spalla esile del sacerdote, che con poche parole sommesse cercava di offrire consolazione. Il padre invece, armato di una pesante mazza dalla quale non si era separato uscendo dalla segheria, incuteva timore. Pallido, stralunato, i capelli madidi, cascanti sulla fronte in malo modo. La barba lunga lasciava appena intravedere le labbra tese, socchiuse in una orrenda maschera di rabbia cieca, da bestia nel travaglio. Il naso affilato, fremente quasi ad odorare l’aria, alla ricerca di tracce sempre più insperate, saliva fino agli occhi, sbarrati e liquidi, cristallizzati in un’espressione di ebete omicida.
Il silenzio regnava, eccezion fatta per il crepitio lento ed uguale delle fiaccole, il raro sbattere degli zoccoli sul selciato, qualche colpo di tosse, un sospiro subito raffrenato, come se fosse vergognoso turbare quel quadro di immobilità, così innaturale per il paesello.
Ad un tratto, come un fulmine che, inatteso, schianta una casa, come l’onda di piena che rugge e dirompe dove pochi attimi prima volava tranquilla la libellula, un nome venne mormorato, nel silenzio già funebre degli astanti, sorgendo dal buio del perimetro esterno del gruppo, laddove la luce delle fiaccole arrivava poco e male: “La Vecia! L’è sta ela!”
Fu come se uno sciame d’api si fosse librato contemporaneamente dal proprio alveare, volando all’intorno senza tregua. La voce non aveva ancora taciuto, che la massa di persone fu scossa, si mosse, ondeggiò pericolosamente, fu sul punto di sfaldarsi. Allo stupore fecero eco mille voci, bisbiglianti, esclamanti, irridenti. Vi era chi domandava, chi inveiva, chi già si dava a chiosare, a compendiare, a completare la voce che aveva scatenato quella babele. Voci di donna, si cercavano tra loro, a mezza bocca, cicaleccianti, ora alte ora basse, parlando fitto fitto, lasciando poche pause, interrompendosi ed accavallandosi senza tregua tra loro. Voci d’uomo, lente e fatte tarde dalla stanchezza, si davano a ragionamenti circolari, a considerazioni, o a sbuffi inconsulti di bestemmie dimentiche della presenza del prelato, impotente di fronte alla masnada incontrollata e incontrollabile. Vi era chi, per età o autorità, cercava di imporre il silenzio ai suoi circonvicini, iniziava un ragionamento, un’arringa, ma veniva, se non ridotto al silenzio, sovrastato da onde concentriche provenienti da altri punti della piazza gremita, i suoi ascoltatori si giravano altrove, riprendevano piano il discorso lasciato a mezzo, contraddicevano con mosse, gesti, occhiate.
La folla si stava per trasformare in calca, in turba. Come un improvviso scroscio d’acqua, non incanalato nei giusti alvei, si perde in mille rivoli incontrollati ed inutili, la voce aveva generato un caos anarchico e disordinato, destinato a smorzarsi e a morire come il moccolo incerto di una candela.
Fu una voce, non umana nel tono e nella violenza, a rigettare l’assemblea indisciplinata in un silenzio non più rispettoso e raccolto, come prima, ma piuttosto atterrito e devoto, da mandria ubbidiente. Era stato Menico, irriconoscibile nei gesti e nei movimenti, animato come da scosse elettriche, a scatti rapidi e inconsulti, a urlare, imponendo il silenzio. “Chi ha parlato!” sbraitò, menando la mazza verso il punto della piazza da cui, almeno così pareva, si era levata la prima voce.
La folla, come il Mar Rosso di fronte al bastone ferrato di quel nuovo, crudele Mosè, si fendette immediatamente. Solo, tremante forse per paura forse per l’effetto del riverbero incerto delle poche luci, rimase Sebastiàn, l’ubriacone del paese. Si guardava attorno smarrito, lucido l’occhio e rosso il volto, vuoi per la vergogna, vuoi per la grappa che sull’autunno incipiente si fa bere più volentieri con quel venticello, frizzantino come il verduzzo, che raffredda il naso.
Non era mai capitato che Sant’Osvaldo tutta insieme pendesse dalle labbra di uno dei suoi ultimi, dei suoi bersagli preferiti, un vizioso che beveva all’osteria tutti i pochissimi soldi che tirava chissà in che modo. Già qualcuno cercava, di sottecchi, lo sguardo del compare, dell’amico o della moglie, per condividere silenziosamente l’assurdità di quella situazione. Ma la folla era come inanimata, succube degli eventi, così innaturali, dominata e anzi tiranneggiata dalla folle volontà di lucido assassino di Menico che, persa la ragione, annegata nel fiotto della disperazione e del dolore, agiva in nome di un preciso sentire nero e opaco, come schiavo di un macigno che gli gravava sullo stomaco e sulla cassa toracica.
Percorse a passi traballanti e secchi, simili al movimento del ragno sul muro, il corridoio umano che si era aperto al suo grido. Arrivò di fronte a Sebastiàn, che, retrocesso per paura e inibizione ad ogni passo del corpulento carpentiere, ben presto si era trovata la via di fuga sbarrata dal muro solido di una casa, e vi aveva incollato le spalle come potrebbe fare un condannato in attesa del plotone di esecuzione.
Menico, in un silenzio sospeso e carico di presagi di sangue, arrivò di fronte a colui che per primo, e pure così tardi, aveva parlato. Appoggiò la mazza per terra, continuando però a tastarne con polso fermo l’impugnatura, si piantò a gambe larghe, gonfiando il torace in tutta la sua ampiezza, a pochi centimetri dal minuscolo Sebastiàn, impallidito come un cencio di fronte a tanta furia.
Menico disse solo: “Parla”. Ma le parole, risonanti nella piazza gremita con eco vuota, come emesse da una campana, o da misteriosi effetti sonori in una grotta, impaurirono più di una lunga sequela di insulti e minacce.
“Mì no so ben”, iniziò balbettando Sebastiàn, che nervosamente si passava e ripassava la mano tremante sul mento, a tastare la lunga barba unta e sporca di cibo e di vino “ma me pararìa de ‘verla vista ancuò, sol torente, soe do pasà mezodì”. Menico non pronunciò una sola parola, non si mosse. Come se Sebastiàn non avesse nemmeno parlato, aspettava, taceva, osservava con sguardo vitreo. Sebastiàn, interdetto, si guardò attorno, cercando silenziosamente un aiuto che non gli giunse. Il paese fissava e taceva, inquisendo tacito.

- fine seconda parte -

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giovedì 26 aprile 2012


Piccola soddisfazione che condivido con voi, da lettore di Corona (in particolare il primo Corona, quello de "Il volo della martora" o "Gocce di resina")...
Speremo ben!

lunedì 23 aprile 2012

La stria - prima parte -

Macbeth e Banquo incontrano le tre streghe

Il suo nome, per tutto il paese, era, da sempre, semplicemente “la Vecia”. Nessuno sapeva o mostrava di sapere come si chiamasse realmente. I più vecchi delle famiglie, interrogati nelle lunghe notti invernali passate al caldo, nelle stalle, dai nipotini, curiosi e avidi sempre delle stesse storie, affermavano, con tono misterioso e voce sommessa, che la Vecia non aveva parenti, non parlava con nessuno, e, soprattutto, che non era mai stata giovane, a memoria loro. Doveva avere cento anni e più, a conti fatti.
La si vedeva poco, ma sempre nei soliti punti. Al pozzo, con una grande giara di terracotta sbeccata lungo l’orlo, ormai più grande di lei, vecchiaccia piegata in due dal tempo come un albero dal fulmine; dal fornaio, una volta alla settimana, a prendere il poco pane che consumava, pagandolo, senza mai pronunciare una parola, quasi che col negoziante avesse stipulato un contratto segreto, con monete rugginose e piccole, che estraeva da tasche invisibili della sua gonna lercia e vetusta, di stoffa grezza che forse, un tempo, era stata verde.
I suoi abbigliamenti possibili, o per meglio dire gli unici che da sempre le si vedevano addosso, erano due. D’inverno era perennemente avvolta in un pesante scialle di lana nera, che copriva ogni sua forma residua, ad eccezione appunto del gonnellone, lungo fino ai piedi, ampio e pesante come un arazzo; d’estate il gonnellone restava quello, mentre, al posto dello scialle di lana, la Vecia indossava, sopra una camicia a fiori, o per meglio dire a macchie colorate, dei fazzolettoni in cotonaccio azzurro, che periodicamente, ogni cinque o sei anni, si procurava nuovi al mercato del santo patrono, quando dalla lontana pianura saliva fino al paese un coraggioso rigattiere, grasso e rubizzo, armato di carretta e di ciuco, e riforniva il borgo di Sant’Osvaldo, perso in una valle fino a pochi anni fa senza nome né fama, oggi un semplice puntino perso nell’angolo più estremo di una cartina stradale, di ogni genere di beni, dagli spilloni alle stoffe grezze ai tegami di rame.
La Vecia si poteva però incontrare anche in un ultimo posto, sebbene lì nessuno avrebbe mai voluto vederla. Infatti i vecchi raccontavano ai bambini storie terrorizzanti di incontri, avuti da sfortunati compaesani, con la Vecia, di notte, nel bosco. Nelle stalle del paese si mormorava che la donna, sempre vissuta sola, senza figli, né marito, né genitori da piangere nel piccolo cimitero fiorito di croci attorno alla chiesa, una volta al mese, con la luna nuova, usciva, nel buio più totale, a mezzanotte, per andare in un punto preciso nel bosco, in corrispondenza di strane pietre dalle forme bizzarre e misteriose, dette lumaciac nella parlata del posto, ad evocare spiriti malvagi, forse il signor Zampadicapra in persona!
Insomma, una strìa. Nella vita tranquilla di Sant’Osvaldo la presenza di una strega era accettata e in fin dei conti tollerata. La Vecia, con la sua solitudine marcata a fuoco sulle rughe profonde del volto, scavato come un pino secolare, o come le rocce della cascata Zorlandina, con l’indifferente e ormai secca tristezza, ombra di probabili e cocenti dolori, ora lontanissimi, chiusi a chiave nelle stanze del passato, sempre tralucente dalla palpebra socchiusa e dalla pupilla velata dalla cecità senile, era il simbolo concreto e presente del dolore e dell’abbandono, simbolo, in fin dei conti, necessario ad ogni abitante del piccolo borgo, per potersi ritenere fortunato ad avere una famiglia, dei figli, per potersi stringere con gratitudine e sicurezza, di notte, mentre fuori nevica in silenzio, nel caldo abbraccio del coniuge, sotto metri di piume e di lana, pensando alla buia e lercia catapecchia, alle porte di Sant’Osvaldo, da cui ogni tanto la Vecia usciva, e al suo letto vuoto, freddo, disperato.
Anzi, quando, specie d’autunno, dopo i primi freddi, o in primavera, quando il sole, ancora mascherato d’inverno, gioca brutti scherzi ubriacando con i suoi raggi velenosi l’incauto che si scopre anzitempo, la Vecia non si vedeva per più di due settimane, non era difficile vedere qualche comare lasciare davanti all’ingresso del suo orto, un pezzaccio di terra ormai tutto pietre e rovi, un involto con qualche uovo, magari una gamella di latte, o una fascina di legna da ardere. La Vecia non parlava, non ringraziava nessuno, sempre attenta a non cadere, incespicando sulla sua gruccia di legno ormai consunta dal tempo quasi quanto la padrona.
Tale ostinazione attirava le ire e raddoppiava le maldicenze tra le donne del paese, nessuna delle quali, del resto, osava darle il saluto o rivolgerle una domanda. Esattamente come la sua casa, la Vecia era ai margini della comunità, ne faceva parte, ma non del tutto; era accettata e in certi frangenti anche aiutata, ma era palese nei suoi confronti un clima di sotterranea diffidenza, tendente all’ostilità rancorosa.
Il prete non ne diceva nulla, intento più che altro a guidare alla bellemeglio il suo gregge di anime, confessando e raramente consigliando le donne che venivano a piangere in canonica quando i loro mariti, rincasati ubriachi, le battevano, troppo appassionato al suo piccolo frutteto, vera ragione di vita e orgoglio di fronte a ogni laico del borgo, per perdersi dietro alle malelingue e alle mille maldicenze che, si badi bene, non investivano solo la Vecia, ma a turno anche Sebastiàn, il vecchio ubriacone già alticcio all’alba, che forse rubava qualche pollo qui e lì per potersi permettere l’ombra di rosso la sera; la Teresina, figlia della Carola di Vanni, che l’anno avanti, durante la mietitura, pare fosse scomparsa nella pausa del pranzo da mezzogiorno alle due prima con Marco e poi con Antonio, i due figli giovani e forti del capopopolo; Giacoma, vedova di un boscaiolo morto sotto a un grosso faggio, che guadagnava la pagnotta non solo facendo l’elemosina nei paesi delle vallate limitrofe, ma anche facendo la gatta morta con qualche viandante o con i pastori dei masi alti, in cambio di un formaggio o di un pane di burro.
Il capopopolo, dal canto suo, faceva finta di ignorare il problema, e forse non aveva tutti i torti, giacché problemi veri e propri non ve ne erano mai stati, a memoria d’uomo, con la Vecia. Però lui, a differenza del prete, arrivato a Sant’Osvaldo trent’anni prima da una lontana parrocchia di pianura, era nato e cresciuto nel paese, e conosceva benissimo tutto ciò che, più che dire apertamente, si mormorava nei riguardi della donna misteriosa. Quando una vacca stava male, prima che chiamare il veterinario dal capoluogo vicino, prima ancora che bruciare un ramo d’ulivo pasquale o accendere una preziosa candela all’immagine di Sant’Antonio abate, si trinciavano nell’aria greve della stalla, davanti all’animale malato, certi segni strani, il cui senso era ignoto a tutti, anche ai più anziani, ma che di sicuro cacciavano via le forze del male, e potevano giovare alla bestia. Ma siccome nulla viene per niente, capitava sempre nella stalla sfortunata, mentre le donne recitavano il rosario a turno e a mezza bocca, una comare, che puntualmente gettava lì, tra un’Ave e l’altra, di aver visto, la sera o due sere prima, la Vecia camminare nei pressi della greppia.
Bastava poco, una parola, un accenno, e subito l’indiziata, la presunta, anzi, la colpevole del tutto, si trovava. Non si faceva nulla in concreto, a parte, appunto, una serie complessa di rituali di scongiuro, anche perché tutti sapevano che è rischioso andare direttamente contro una strega, familiare del diavolo e in grado di fare ben altro che gonfiare lo stomaco a una vitella; però in molti si ricordavano che nei decenni passati, in occasione di alcune sciagure – uomini colpiti dal fulmine, grandini che rovinavano i raccolti a giugno inoltrato – la Vecia era stata presa di mira, e che talvolta aveva evitato le legnate per un soffio. Erano più che altro leggende fiorite sulle leggende: si diceva che, inseguita dal popolo furente, la Vecia era corsa con velocità inaspettata nel bosco, fino ad una certa radura, dove era scomparsa in una voragine, apertasi immediatamente sotto i suoi piedi, oppure che era uscita volando e soffiando come un gatto dalla cappa del suo camino, quando erano andati a bussare alla sua porta per chiederle conto di sospetti e colpe.
Nessuno, ovviamente, si domandava perché, nonostante questi tentativi di linciaggio, la Vecia fosse sempre tornata alla sua catapecchia. Quello era il suo posto. Sant’Osvaldo era il suo posto. E il paese si accontentava che la Vecia, nella realtà o più frequentemente nei racconti da filò, recitasse il suo ruolo, senza fare domande, paga della sua solitudine.
Sulla sua pelle, esattamente come il tempo aveva inciso le rughe, il paese aveva scavato le storie, fòle senza capo né coda per lo più, ma che, raccontate nei filò quando fuori il vento fischiava, davano un brivido anche agli adulti. Storie di fulmini e pozzi profondi, di fughe e rituali malefici, ma anche storie di bambini, i nipoti che la Vecia avrebbe allevato dopo la morte della sua unica figlia, una ragazza bella e buona quanto la madre era brutta e malvagia. Chissà com’era morta quella povera ragazza, di cui ormai solo i più vecchi serbavano sbiadito ricordo, e chissà, chissà quei bambini, che nessuno del resto aveva mai visto, forse gelosamente custoditi dalla nonna strìa, forse mai esistiti se non nell’aria densa del fiato delle vacche su cui le storie aleggiavano, pesanti e uguali a se stesse, nelle eterne notti invernali.
Comunque, per non saper né leggere né scrivere, le madri di Sant’Osvaldo, oltre al babau o al Nano cattivo della foresta, per ridurre all’obbedienza i bambini riottosi e restii al sonno, potevano chiamare in causa anche la Strìa, che certamente passava di notte lungo le vie buie del paese a cercare i fanciulli rimasti colpevolmente svegli, per portarseli via.

- fine prima parte -

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domenica 15 aprile 2012

Dialogo di Atteone e Tiresia

Diana e Atteone

Almeno dopo morti, è necessario immaginare un dialogo tra i due (s)fortunati uomini che videro delle dee nude.
“Caro Tiresia, ti assicuro che Diana al bagno è spettacolo necessariamente più raro e più bello di una Venere nuda”.
“Non celiare. È Afrodite dea dell’amore e quindi della bellezza, o no? Diana, al più, può essere uno spettacolo originale, ma il migliore…!”
“Dico che vedere Afrodite nuda non è cosa rara. Proprio in quanto dea dell’amore e dell’appetito sessuale, credo che qui nelle case di Ade più di qualche ombra alleggerisca la sua pena con la memoria delle belle natiche!”
“Vedo che è difficile farti ragionare, cacciatore. Del resto, non ho mai sentito, in vita, di una discussione conclusasi con il cambiamento di opinione di uno dei due contendenti. A maggior ragione qui nell’oltretomba non spero di convincerti. Dunque, racconta, dimmi di questa Diana”.
“Vecchio, ti manca la vista ma non la saggezza, lo riconosco. Dunque, con gioia te ne parlo. Ricordo che era mezzogiorno, e mi trovavo nel mezzo di un bosco di acacie. Non mi ero perduto, come qualcuno sostiene, ma stavo dall’alba seguendo un cervo dalle lunghe corna, ferito dalla mia rapida freccia. Quando il sole, perpendicolare sulla mia testa, fece scomparire le ombre all’intorno, mi resi conto di aver perduto le tracce dell’animale. Cosa questa, Tiresia, unica per me! Mai accadde che il grande Atteone venisse ingannato da un animale. Orbene, quel cervo, che credevo avere in pugno, mi sfuggì di sotto il naso. Poco male. Di cervi ne ho cacciati a miriadi, uno più o uno meno. Vista l’ora calda e il luogo solitario, decisi di stendermi al fresco. Deposi la faretra e l’arco, staccai la spada dalla cintola e mi immersi, nudo e sudato, nella macchia, alla ricerca del corso d’acqua di cui, tra lo stormire delle fronde e il raro frinire delle cicale, sentivo il non lontano sciacquio”.
“Atteone, che gioia hai provato, anche tu! Nude le membra, camminare soli nella selva ombrosa a mezzogiorno. Sentire il sudore della terra penetrare le narici, avvertire distintamente, alla base del collo, la presenza della divinità al tuo fianco. Chi si dice uomo dovrebbe almeno una volta, ma da giovane, provare tale entusiasmo!”
“Vedo che mi capisci, e che segui agilmente il mio pensiero, Tiresia. Ebbene, la resina quel giorno emanava un profumo che pareva mille volte più suadente; i pochi raggi del grande Elio che riuscivano a penetrare la fitta schiera di rami e di foglie sulla mia testa parevano aste di guerra, di duro diamante, penetrate disordinatamente da chissà quale mischia divina, e lì rimaste, immortali, a fare ancora più fitti gli ostacoli al mio passo. Vi fu, solo ora lo confesso, ma vi fu, un momento preciso in cui mi parve come se la terra desse un tremito, le poche e rinsecchite erbette si stendessero a bloccare il mio passo sempre più esitante. Nel cuore ebbi un tuffo, il respiro mi mancò per un attimo, come quando, fanciullo, attendi nel gioco che l’amico ti venga a discoprire del tuo puerile nascondiglio nel fieno o in mezzo all’erba. Se forse avessi tentennato, tutto, credo, sarebbe scomparso per sempre. Ma continuai”.
“E so a che ti valse questa tua ostinazione, Atteone!”
“Non interrompere il flusso della mia memoria, non ora, ti prego. Continuai dunque, ed ecco, prima ancora di uscire dall’intrico del bosso e del mirto, io la sentii. Ma non come quando s’ode il volo della pernice impaurita nell’aria serena dell’autunno, né come quando il cinghiale, spezzando cespugli rovi e radici, impazzando fugge il suo destino. Non udii suoni, né rumori. Io percepii la dea, essa mi chiamava a sé, mi penetrava prima ancora che la vedessi. Era come se mille dita di luce da mille direzioni mi legassero e mi baciassero le orecchie, e lentamente, ma senza sosta, mi tirassero verso un destino tremendo e necessario.
Non fui più Atteone, fui bosco e acqua. Ed ecco, al fine uscii dalla macchia, in una piccola radura, bagnata dalla luce e dalle acque pure di freddo torrente. Perché cercare di tradurre in immagini umane e in parole ciò che, essendo immortale, non si può che sognare? Io vidi Diana nuda. Diana la terribile, la grande, scherzava con le sue vergini sorelle blandita dall’onda, i biondi capelli inanellati di mille perle liquide, che, fesse dal sole, irraggiavano come corona di stelle dalla magnifica chioma della cacciatrice. Vidi la curva del fianco ove solitamente appoggia l’arco nell’atto dell’incoccata, ammirai la generosa mammella sinistra, sempre fasciata per dare agio al braccio di tendere fino in fondo il dardo mortifero. Io la vidi. Le studiai la schiena, sinuosa e snella, bianca di latte, e la coscia forte e veloce, dalla cui falcata non cane né sparviero possono osare trarre vittoria nella corsa”.
“Ma lei, Diana, non ti vide?”
“Come non mi vide, Tiresia! Come può la cacciatrice non udire e non vedere in tutto il bosco a lei sacro! Lei mi vide, da subito, e non solo. Lei mi volle. Mi tirò a sé, come la tigre è attratta nella buia trappola nel terreno fangoso dal cacciatore che ambisce ai suoi cuccioli. Fui preda, e dovetti ubbidire, e guardai avidamente. Lei non mi dava le spalle, Tiresia, era di profilo, e da subito mi avvidi che l’occhio vigile mi scrutava, sebbene la dea seguitasse a scherzare con le sue serve e compagne. Mi scrutava, e sorrideva. Ahi, vecchio cieco, i vivi scrivono e cantano della mia morte come se solo alla visione illecita di nude carni la si debba imputare. Falso! La colpa non fu nella visione della dea alla fonte, lei lo volle, siine certo. Colpa fu la mia d’aver, impavido, sostenuto lo sguardo e il sorriso tremendo della Cacciatrice. Mai vidi occhi più fieri e profondi, mai bocca più ferina e stupenda al tempo stesso. È lei la più grande predatrice, e la sua bocca di dea si è certo nutrita dei cuori di mille e mille vittime per apparire siffattamente cruenta di amore e morte”.
“Dissimili le nostre vicende Atteone, eppure così uguali! Certo di Afrodite peccai nel guardare il bel corpo pallido bagnato dalla fonte sul Parnaso. Ma quella dea non mi sorrise, anzi mi maledisse, e se non fosse stato per la antica alleanza della madre mia con la bella Venere, credo non solo la vista m’avrebbe sottratto la cipride. Ira disegnava il suo bel volto, non men bello sebbene corrugato da linee di rabbia, per esser stata discoverta da un pastore. E, posso dirtelo omai, non guatai certo il suo bel volto, ma fui rapito dalla morbida curva delle natiche visibili di sotto il liquido cristallo, dal generoso e morbido seno compresso dal braccio, a difesa dei dardi voluttuosi dei miei occhi. No, non fu nulla di simile al tuo rapimento, sebbene…”
“Sebbene sia cosa degna, morire o soffrire per la nudità divina”.

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mercoledì 11 aprile 2012

Incontri sul Grappa - seconda parte


La settimana mi ritrascinò come sempre nel vuoto profondo delle abitudini, e non pensai quasi per nulla ai passati incontri. Mercoledì arrivò all’improvviso, ripiombandomi in una dimensione vagamente inquieta e curiosa. Il novembre avanzato aveva in settimana già imbiancato delle prime nevi le cime più alte del massiccio. Pioveva e faceva freddo in pianura, ma non potevo mancare quel giorno. Era la prova definitiva, era il momento rivelatore di una fitta trama di rispondenze e di domande tessuta nevroticamente senza che me ne rendessi conto nei giorni passati. Decisi di salire in auto fin dove potevo, per non rischiare nulla nel ritorno. La prudenza era stata utile, infatti al Berretta il freddo umido era insostenibile e i fiocchi cadevano radi, o meglio, pareva restassero sospesi nella fitta nebbia di nuvole basse che avvolgeva ogni cosa in un manto di velluto grigio. Se non avessi conosciuto quei prati così bene, non mi sarei staccato dal bianco rassicurante del sentiero tanto facilmente. La visibilità era davvero minima. Iniziai a percorrere il sentiero immaginario fatto tante volte negli anni passati. A tratti fiocchi più densi di nube nascondevano anche l’erba ai miei piedi, dandomi a tratti la spiacevole impressione di camminare in un limbo eterno e senza tempo. Non un rumore, oltre al costante vibrare del vento nelle orecchie. I radi fiocchi assorbivano ogni eventuale suono, precipitandomi nel più cupo silenzio. Mi resi improvvisamente conto di avere paura. Non della montagna, né di una caduta. Temevo chi poteva da un momento all’altro emergere dal nulla di fronte a me, pronto a parlare. Non ero poi così sicuro di esigere quelle risposte. Anche perché, mi dicevo, se quell’uomo saliva a piedi lungo quei pascoli, in una giornata del genere, allora era proprio pazzo.
Il tempo forse continuava a passare, e io avevo descritto un’infinità di ellissi attorno alla mia automobile, allontanandomi sempre di più. Non mi ero reso conto di rallentare poco a poco i miei passi, e quando mi fermai ebbi un sobbalzo, spaventato da quella strana reazione del mio fisico. Mi accovacciai nel mezzo di quell’oceano di nulla, pensando al calore della cucina di casa, dove con ogni probabilità mia moglie, in quel momento, stava scaldandosi la colazione. Rabbrividii, ormai più che convinto a fuggire verso il noto, la luce e il tepore domestico. Mi alzai nuovamente in piedi, e fu in quel preciso istante che lui mi apparve dinnanzi. Devo scrivere esattamente che mi apparve, poiché emerse dalla nuvola a meno di due passi da me, senza lasciarsi preannunciare da passi, né da fruscii di vestiti. Ricordo che fui letteralmente terrorizzato quando mi resi conto che indossava esattamente le stesse cose della settimana prima. Scarponi vecchi quanto le montagne, blusa e pantaloni di un colore grigiastro indefinibile, camicia un tempo forse bianca, ora giallastra, dalla foggia quanto meno inusuale. Niente cappello, niente guanti, niente sciarpa. Quell’uomo doveva avere un freddo della malora, invece eccolo lì, di fronte a me, non un brivido nelle membra, uguale a se stesso in tutto e per tutto, tranne che per la postura. Infatti il suo volto non era più chinato a cercare oggetti o strade smarrite, ma era dritto, aperto, gli occhi fissati nei miei. Gli occhi. Non erano occhi. Erano orbite vuote, abissi senza fondo, bocche di pozzi scavate in terreni senz’acqua. Ho veduto pochi cadaveri nella mia vita. Quell’uomo aveva gli stessi occhi di mia madre nel momento del suo trapasso. Specchi in procinto di emanare l’ultimo riflesso di vita, ormai opachi. E, come quelli di mia madre, anche gli occhi di quell’uomo ora fissavano i miei. Non avevano alcuna espressione, non porgevano nessuna domanda, non interrogavano né inquisivano. Nondimeno, notai, distogliendo meccanicamente il mio sguardo dal suo, che la fronte appariva ora distesa, non flessa nel fitto reticolato di rughe che le volte scorse avevo visto, o solo immaginato.
Il tempo ora senza alcun dubbio si era fermato. Eravamo io e lui, nel nulla. Una parte di me era fuggita al suo apparire, scivolata dallo scolo della mia razionalità. Avvertivo freddo profondo alle gambe, alle braccia. Come dopo una trasfusione, ero in procinto di accasciarmi privo di forze. Sostenere per pochi secondi il suo sguardo senza fondo mi aveva debilitato, e ora mi sentivo come il bambino che dal nido sicuro del suo letto ascolta narrazioni orrorifiche con piacere intestinale. Se avesse voluto, quell’uomo avrebbe potuto tramortirmi e liberarsi senza problemi del mio corpo. Eravamo soli, e io, oltre che assolutamente impotente, ero in devota attesa. Il filo delle passate settimane era in procinto di annodarsi, o di spezzarsi definitivamente. L’uomo non disse una parola. Nel suo ondeggiare, nel parere quasi in procinto di muoversi verso altre destinazioni più urgenti, dava un senso di inquietudine e di pena. Come da un’eco del suo sguardo intravidi una richiesta, gentile. Dalle sue labbra ora socchiuse doveva emergere un suono, un qualsiasi suono che rompesse quella paralisi che solo a lui spettava infrangere. Invece quel volto nella nebbia poco alla volta si atteggiò a richiesta, quasi a scusa, ma al tempo stesso capivo dall’urgenza che trasudava da ogni poro di quella che ormai sapevo essere visione, che la sua richiesta non poteva essere elusa.
“Te ghe sì de sora”. Questa voce, nuova eppure nota da sempre, forse riecheggiò solo nelle stanze della mia immaginazione. Forse, concentrato sui suoi occhi senza luce eppure così carichi di esperienze e di impellenze ormai inesplicabili, non mi resi conto delle parole che uscivano dalle sue labbra. A tutt’oggi non so dire se quell’uomo mi parlò, oppure se il nostro sia stato un dialogo muto. Certo è che, fatto un passo indietro, la nebbia si portò via il mio amico del Col della Berretta. Rimasi fermo credo per alcuni minuti, o per diverse ore. Fu una sferzata di vento più forte delle altre a richiamarmi al mio corpo, al freddo, alla fame, alla voglia di muovermi verso casa, verso l’affetto. Mossi un passo. Mi fermai. Guardai in basso. Erba. Ero nel mezzo di un prato, a diverse decine di metri dalla traccia vacua del sentiero. Ricordai, e caddi in ginocchio. Con l’aiuto del coltellino svizzero ruppi il manto verde e giallo, smossi la zolla umida. Mi aiutai con le unghie, sentii il freddo granuloso sotto le dita. Scavavo, e non sapevo nemmeno perché di preciso. Ubbidivo a un suggerimento interiore, a una volontà atavica. Incontrai un sasso, che smossi a fatica. Continuai per pochi secondi a scavare, poi mi bloccai. Le dita e la lama del coltellino avevano incontrato, lungo la parete della buca, a pochi centimetri dalla superficie, un oggetto freddo e metallico, dal contorno apparentemente regolare. Lavorai poco per estrarlo. Era una scatola, una scatola di piccole dimensioni. La ruggine e i detriti terrosi la chiudevano ermeticamente.
Tornai a casa senza pensare. Mi stupii quando, ormai in garage, mi resi conto di non essermi nemmeno tolto i pesanti scarponi per guidare, come di solito faccio. Non conservo alcuna memoria del mio viaggio di ritorno. Andai a chiudermi nel mio studio. Sporcai una pila di libri, liberando frettolosamente la scrivania con le mani ancora sudice di terra. Era lì, di fronte a me, non più sui pascoli gelidi avvolti di bianco ma sulle calde tonalità dello studio, illuminato da una lampada da biblioteca, che irradiava tenue luce verde. Come nella migliore tradizione del libro giallo, si era dunque giunti al reddere actionem.
Mi rendevo conto, col senno del poi, della vicenda ancora fosca di cui ero stato partecipe e della quale ora mi trovavo, forse, ad essere risolutore. Indubbia la relazione tra l’uomo sconosciuto e quella scatola metallica che andavo nervosamente rigirando tra le mani. Non essendo stato in grado, nell’arco di quasi un mese (non così tanto tempo tutto sommato) di raccogliere la benché minima notizia circa l’uomo, era chiaro che la chiave di volta di tutta quella vicenda (ma perché vicenda? Perché non poteva essere la semplice casuale associazione di eventi fortuiti?) DOVEVA trovarsi nella scatola.
Mi decisi. Afferrai con mani nervose il tagliacarte di ottone. Tentai la linea rugginosa che segnava il punto in cui il coperchio si saldava al corpo della scatola tremenda. La tensione mi fece mal ponderare lo sforzo, e il tagliacarte sfuggì alla mia presa, cadendo per terra. Più calma. Tornai con maggiore delicatezza a sforzare l’apertura. A giudicare dal grado di consunzione del metallo e dalla difficoltà con cui le due parti, ora unite in un solo corpo, tornavano ad essere discrete, doveva essere un bel pezzo che quei pochi grammi di latta giacevano sotto l’erba del Grappa. Lasciai perdere il tagliacarte. Avvolsi la scatola in un panno con il quale pulivo il dorso dei libri una volta a semestre, impugnai un grosso fermacarte in marmo (molto brutto, e quindi sacrificabile in un momento del genere) e colpii l’involto come Caino dovette colpire la testa del povero fratello. Sentii e vidi la sagoma all’interno del panno cambiare forma, come perdere consistenza. Era aperta. Deposi il fermacarte, che sfortunatamente non si era nemmeno scheggiato, e con il cuore in gola svolsi il panno. In un primo momento faticai a comprendere cosa mi trovassi di fronte. Poi, uno alla volta, riconobbi gli oggetti, o perlomeno li intuii. Poche monete, una piastrina di metallo rugginoso e smangiato.
Iniziai dalle monete. Erano pochi centesimi del Regno, datati 1908 e 1910. Perlomeno avevo il termine post quem. Ma anziché chiarire la vicenda, questa nuova scoperta la rendeva ancora più sconcertante. Che tipo di relazione poteva mai avere l’uomo veduto in Grappa con una scatola lasciata sul Colle della Berretta dopo il 1910? La risposta, ovviamente, si profilò subito nella mente, ma la sua totale irrazionalità mi sconcertò, obbligandomi a ritirarla dal piatto di puntata. Mi limitai, per il momento, a rinviare la risposta o le risposte possibili a momenti almeno più tranquilli. Mi concentrai sulla piastrina di metallo. Era proprio quello strano oggetto a dare delle risposte. Appena percettibile dai polpastrelli, sulla superficie di metallo correva un'incisione. Accesi la lampada della scrivania. Feci piovere la luce in obliquo sulla piastrina, cercando di far risaltare quelle lettere lasciate appena galleggiare dal tempo. Dopo mezz’ora buona di letture, riletture, correzioni, confronti interni e mille congetture, scrissi quella che, con una certa sicurezza, potevo dire essere la soluzione all’enigma:
27° Corpo 23° divisione fanteria. Fante De Lago Diodato. Posai la penna sulla scrivania. Contemplai in silenzio, a lungo, quel nome, quelle coordinate militari.
Un lampo di fredda, clinica consapevolezza mi attraversò la mente. Come il paziente di fronte alle fredde cifre del referto medico non può che accettare di avere un tumore, così la mia mente non poté che accettare ciò che, forse, avevo solo finto di non capire fino a quel momento. Mi alzai meccanicamente, andai alla libreria, scorsi con dita tremanti i volumi nel settore di storia moderna e contemporanea. Cercavo un volume, uno solo. Lo vedo, lo prendo: Storia Illustrata della Grande Guerra, autori vari, edizioni tipografiche di Stato. È un grosso volume, di quelli che vendono nei centri turistici, o nelle librerie Demetra aperte fino alle undici di sera. Lo apro, lo sfoglio rapidamente, non cerco una foto particolare. Mi basta vedere… ecco. La didascalia sottostante la grande immagine in bianco e nero recita: fanti in trincea presso l’Isonzo, e poi una data. Non mi interessa la data, né l’Isonzo. Mi interessano i soldati, e più in particolare il loro abbigliamento. L’ultima ombra di speranza scompare dietro la mente. Le scarpe, la giubba, i pantaloni, il camiciotto. Tutto torna con drammatica, filologica esattezza.
Siete sicuri che riconoscereste immediatamente un uomo in abbigliamento medievale mentre cammina per il centro di una città il sabato pomeriggio? Ricordo di aver letto su una rivista specializzata di un esperimento condotto negli Stati Uniti da un gruppo di psicologi, per testare la forza delle convenzioni sociali sul soggetto. Si trattava di due test gemelli. Nel primo dei soggetti venivano invitati (così veniva detto loro) a una festa in maschera, nella quale in realtà gli invitati erano vestiti secondo la moda vigente. Nel secondo test veniva introdotto in un ambiente affollato (un buffet di lavoro) un individuo mascherato da nobiluomo del ‘600 spagnolo, con il compito di descrivere un giro completo del locale. Ebbene, nel primo test il 65% dei soggetti affermava di aver effettivamente riconosciuto nell’ambiente nel quale erano stati introdotti degli uomini e delle donne in maschera. Nel secondo addirittura il 70% dei soggetti asseriva di non aver per nulla notato l’uomo mascherato.
Siamo figli di una società complessa, condannata, per sopravvivere a se stessa, ad affidarsi a segni, convenzioni. Sul Col della Berretta mi si era presentato davanti in tre occasioni distinte un uomo che indossava una divisa della fanteria dell’Esercito italiano in armi durante la Prima guerra. Non certo una divisa nuova fiammante. Non aveva medaglie, né berretto. Ma individuata come tale, non restavano dubbi. Eppure per ben tre volte (e l’ultima addirittura da pochi centimetri) non avevo ravvisato la realtà. No, per meglio dire, la realtà, così come ero abituato a percepirla, non mi aveva consentito di metabolizzare un così eclatante scarto dalla norma. Forse è stato meglio così. Capire subito sarebbe stato un colpo troppo forte, avrei rifiutato a priori la faccenda per intero.
Dunque: in qualche modo che restava ancora da chiarire quell’uomo sconosciuto aveva contribuito al mio ritrovamento di quei reperti interessanti ma non preziosissimi. Ogni anno, da sempre, il Grappa, come tutti i monti della Grande Guerra, restituisce al mondo, ma poco per volta, con il ritmo indifferente degli esseri che toccano con mano l’eternità, tracce del conflitto, armi, vettovaglie, trincee, cadaveri. Avevo una microporzione di storia tra le dita. Ma ora che ne dovevo fare di quel nome? A questo punto la passerella, sospesa sulla follia, si arrestava.
Stava dunque a me. Da un lato sapevo che il mercoledì successivo sarei stato, puntualissimo, al Berretta, per cercare ancora, chi, o cosa, non sapevo. Ma nella settimana che mi separava da quella prima certezza? Sarei stato in grado di far finta di nulla? Sentivo nella mia stessa carne che non avevo scelta. Il germe della ricerca mi possedeva, e con tutto me stesso desideravo gettare luce su quel fante Diodato De Lago, 27° Corpo 23° divisione fanteria, dislocato sul Berretta nella prima guerra.
Decisi dunque di mettermi alla ricerca. Avevo una prima, folle idea. Prima di mettermi sulle tracce della famiglia, potevo, in modo relativamente semplice, appurare il destino dello stesso Diodato: i sacrari. Di Cima Grappa, di Bassano, di Padova, sebbene a Padova fossero confluiti i corpi anche dei caduti sul Piave e nel Friuli. Mi misi alla ricerca immediatamente il giorno dopo. All’uscita da scuola puntai diretto su Bassano. Pranzai in un bar di fronte al grande sacrario in mattoni rossi, forse uno dei meno pacchianamente retorici mausolei ai caduti sul fronte in tutto il nordest.
Da piccolo ho visitato, avrò avuto all’incirca sei anni, il sacrario di Redipuglia con i miei genitori. Non ricordo con precisione i particolari, ad eccezione di un piccolo calibro sulla cui postazione di tiro mio padre mi issò a sedere. Ricordo vagamente la gigantesca scalinata con le tombe dei soldati. Ma più di tutto ricordo il senso vivo e profondo di solennità, di grandezza, di cerimonia. Fu forse quella la prima esperienza forte di patriottismo che ebbi in vita. Poi arrivò lo studio, e le letture di Lussu e Remarque. Quando, più maturo ormai, visitai il sacrario di Asiago, alla solennità e al pathos patriottico si era già sostituita una visione triste e dolorante della tragedia paradossale della guerra. Con la parzialità contestatrice dell’adolescenza sostituitasi alla faciloneria dei sentimenti infantili, pensavo solo ai carabinieri che fucilavano i disertori, alla incapacità assassina delle gerarchie militari, alla sostanziale inutilità di un conflitto ricercato e ottenuto dalla corona e da pochi intellettuali facinorosi praticamente con l’inganno. Dietro ogni lapide cercavo e scovavo una vita spezzata, della mia età circa, spezzata in modo stupido, all’ammasso, inutilmente, senza alcun rilievo nell’economia generale di un conflitto che al valore dei soldati sostituiva il peso della loro carne da gettare al fronte.
Masticando un tramezzino con radicchio e gamberetti trangugiato con un tè alla pesca, ripensavo a queste e simili cose. Ora non mi interessava ricercare l’ultima parola sul conflitto più toccante della storia; mi interessava unicamente trovare un nome, quel nome.
Dentro al sacrario, tra le alte e fredde navate, non potei esimermi dal pensare a due cose, diversissime tra loro: la prima, che tutti quei cadaveri non avevano potuto sottrarsi all’ultimo compito loro assegnato, quello di celebrare impropriamente i fasti vagamente necrofili dello stato nazione. La seconda, che mi trovavo in una situazione del tutto simile a quella in cui si trova Eli Wallack ne Il Buono, Il Brutto e il Cattivo, quando, nei panni di Tuco, corre a perdifiato tra le tombe cercando il nome di Arch Stanton. In effetti, di fronte alla grandiosità dell’architettura, mi resi conto di quanto difficile fosse il compito che mi ero assegnato. Nondimeno iniziai ad aggirarmi con metodo, leggendo per file verticali le lapidi. Mano a mano che proseguivo, le speranze diminuivano e il mal di testa, probabilmente generato dal mefitico tramezzino, cresceva. Lasciai il sacrario senza il mio nome. La prima tappa non aveva dato esito. Mancavano ancora tre ore al tramonto, più o meno. Chiamai mia moglie per avvertirla che tornavo solo per cena, e mi diressi al massimo della velocità consentita dalla mia vetusta automobile verso cima Grappa. Arrivato al parcheggio del rifugio, mi resi conto che a quella quota il vento soffiava sicuramente sotto zero, e che io avevo solo la giacca di velluto sopra la camicia. Perché il tramezzino non mi restasse ghiacciato sullo stomaco fino all’estate successiva, entrai nel rifugio a bere una grappa alla liquirizia.
Parzialmente alleggerito nel portafoglio e nella testa (visto che nel dubbio le grappe erano diventate due), mi diedi da fare il più in fretta possibile. Il sole tagliava ormai orizzontale la mole in pietra calcarea bianca del sacrario divenuto meta turistica. Avevo poco tempo, se non volevo tornare in pianura con il buio e il ghiaccio per terra. Iniziai a ricercare dall’alto. I nomi non erano così tanti, avevo buon gioco nel farli tutti in pochi minuti. Ma da subito una nebbia fastidiosa mi entrò nel cervello: quelle lapidi verde rame più grandi delle altre, che a intervalli regolari accolgono dietro di loro cento soldati ignoti, gettavano una luce vivida sulla realtà dei fatti. Un tassello, che fino a quel momento non avevo ricollocato, andava da solo al suo posto: quella scatola conteneva la piastrina di riconoscimento che troppi soldati italiani, non avendo in dotazione una catenella in metallo ma un filo di spago per tenerla al collo, persero negli anni di conflitto, divenendo così, una volta morti, militi ignoti.
A rendere ancora più vasta la portata di questo naufragio di nomi e di storie contribuì anche la pesante deperibilità del metallo scelto per stampare le piastrine: spesso, quando i corpi vennero riesumati per essere traslati nei vari sacrari e cimiteri militari, sulle rispettive piastrine non si leggeva più nulla, e le autorità si limitarono a consegnare quelle ossa a un destino di anonimato perenne. Più di una volta avevo sentito parlare di questo gravissimo limite nelle dotazioni italiane, limite che ben si vede nelle migliaia di “dispersi” e nelle migliaia di militi ignoti cui non spetta una lapide con nome.
Mi bloccai davanti a un soldato di nome Policarpo. Mi voltai verso la vasta e sempre più cupa pianura. Il freddo mi tagliava il viso con lame impietose. I cannoni ornamentali minacciavano come vecchi silenziosi e arcigni la piana percorsa dalla Brenta, serpente bianco e grigio quietamente addormentato nei suoi riflessi smorti. Per la prima volta la mia mente si confessò la verità. E per la prima volta da tre mercoledì a questa parte seppi con precisa volontà cosa dovevo fare. Tornai all’automobile, tolsi dalla borsa l’involucro contenente la scatola, aprii il bagagliaio. Trovai la bomboletta di spray nero comprata due mesi prima per mimetizzare un bozzo al paraurti causato da un lampione che non si era manifestato a me in tempo durante un parcheggio stretto dopo una larga bevuta con gli amici.
Salii nuovamente al sacrario. Il primo reato lo commisi cancellando con una linea di vernice nera il numero 100 da una lapide di ignoti, e sovrascrivendo il numero 99. Il secondo reato lo commisi scrivendo sul pavimento, all’estremità sinistra della base del sacrario, “De Lago Diodato, 27° Corpo 23° div. fant.”
Poco sopra la scritta lasciai la scatola, con una manciata di terra raccolta lì vicino.
Non mi risulta che ci sia stata alcuna denuncia, né indagini, credo, oppure, se ci furono, non andarono a buon fine, perché nessun carabiniere è mai venuto a bussare alla mia porta. Del resto l’unica persona in grado di avanzare il mio nome restava il padrone del rifugio, ma probabilmente quel pomeriggio non mi aveva messo bene a fuoco, oppure non gli avrò dato l’impressione del malintenzionato.
È in qualche modo incoraggiante sapere che a volte il sistema ha le maglie larghe, e che senza troppa fatica si può sgusciare senza essere presi. In fin dei conti, anche se il rischio fosse stato maggiore, sentivo di non avere scelta. Chissà, forse il nome di Diodato è inciso su qualche lapide di marmo, forse il mio è stato solamente il frutto di una gigantesca paranoia, l’ennesima scorretta interpretazione della realtà. Certamente però nei mercoledì successivi, quando nonostante le prime abbondanti nevicate salii al Berretta, non trovai nessuno, oltre al freddo e alla solitudine. L’individuo misterioso era scomparso. Forse la sua follia non si era spinta là dove invece la mia arrivava tranquillamente, e in quei momenti, mentre come un imbecille lasciavo orme ondivaghe sulla neve fresca, in cerca di un incontro che non avvenne più, lui stava sprofondato su un divano bevendo grappa.
È strano come il miracolo o la magia, appena sono passati, non lascino la benché minima traccia sul solco scavato nella banalità del reale. Bisogna avere fede, paradossalmente, più quando il soprannaturale si manifesta che quando se ne sta buono nel suo iperuranio.



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venerdì 6 aprile 2012

Incontri sul Grappa - prima parte


La prima volta che lo vidi provai un misto di insofferenza e invidia. Insofferenza perché le camminate il mercoledì mattina, mio giorno libero, sono da me interpretate nel più sacro dei modi. Ogni settimana, sempre così carica di imprevisti il più delle volte negativi, di piccoli attriti e accidenti, di tensioni e scatti di nervoso, aveva il suo forse unico momento di possibile sfogo in quella camminata, che infatti portavo stoicamente a termine anche con pioggia o neve, spesso a costo di attirare su di me le giustificatissime ire di mia moglie.
Avendo investito così tanto su poche ore di passeggiata in mezzo ai boschi, inevitabilmente tendo a cadere nell’ossessione e quasi nel rituale, nel liturgico. Affinché, cioè, la mia camminata possa dirsi espletata accettabilmente, una serie di eventi deve avvenire in una sequenza e una gerarchia rigide e ben precise. Ad esempio, il panificio presso cui mi rifornisco dello spuntino che consumo a metà del tragitto, prima di tornare sui miei passi, deve essere vuoto, ovviamente ad eccezione della padrona, che fortunatamente, virtù rara tra i commercianti veneti, non ama parlare, e il più delle volte, a parte il saluto, tace al par mio.
Secondariamente, amo farcire i panini, comprati dalla suddetta panettiera laconica, con mortadella. Se per qualche ragione l’alimentari da cui mi rifornisco di companatico è sprovvisto del prezioso insaccato, la camminata inevitabilmente inizia storta. Da ultimo, non devo incontrare nessuno lungo il percorso.
I sentieri del Grappa, se è per questo, a parte gli intasatissimi finesettimana, sono perlopiù deserti, ma se incrocio o peggio precedo o seguo un altro camminatore, allora preferisco ritornare sui miei passi, nonostante sia perfettamente consapevole che ciò significhi compromettere la futura settimana e dal punto di vista lavorativo e dal punto di vista sociale ed affettivo. Ma alle nevrosi non si comanda, ché altrimenti non sarebbero più tali.
Si può così immaginare come mi sentissi un mercoledì di primo novembre, stranamente caldo e soleggiato, quando, nei pressi di Col della Berretta, mi avvidi di un individuo che, in barba ai miei veti mentali e paranoici, camminava lentamente avanti a me. Lo superai, poiché ormai stavo tornando verso casa, masticando un saluto volutamente sgarbato, da cui peraltro, e meritatamente, non ottenni risposta, e provai a rimuovere l’episodio. Il mercoledì successivo tornai nella stessa zona, attirato dal paesaggio davvero singolare di cui si gode lì ad autunno avanzato. A meno che infatti le nuvole basse non costringano a camminare in un oceano di latte gelido, dalla cima di quel colle, in particolare di mattina, il massiccio si dispiega agli occhi dello spettatore in una interminabile teoria di delicatamente policrome coreografie. Lasciando perdere cima Grappa, che ama farla da padrona con il bianco cacofonico del sacrario e le cupe moli del rifugio e della ex base, l’occhio si volge da solo verso l’azzurro lontano eppure quasi a portata di mano che sovrasta l’Asolone, qui respira, prende il volo.
La luce del sole si spezza sui costoni verde pallido e ormai quasi del tutto gialli, percorsi da solchi di trincee e da tracce lontane di granate e di grossi calibri, ancora non cancellate dopo decenni di nevi e di pascolo. Non si tratta di uno spettacolo grandioso, come può esserlo il ghiacciaio della Marmolada o le asprezze del Pelmo in inverno. Nel suo che, anzi, può quasi definirsi uno scenario dimesso, forse addirittura casalingo. Lì risiede il suo fascino. Nella delicata conoscenza delle sue forme. Nel non spaventare lo spettatore, nel non ridurlo a silenzio reverente, ma nell’instaurare con lui un dialogo sommesso, che solo in autunno fluisce intenso ed intimo.
Con il giallo e il bianco dei primi fiori, il riverbero accecante delle nevi che cedono il passo, il bianco entusiasmante delle nubi che veloci salgono i costoni cariche di venti tiepidi e ormai profumati in primavera; il rumoroso garrire delle rondini a mezzogiorno, l’onnipresente scampanio tranquillo ed ipnotico delle vacche all’alpeggio, le torme di escursionisti su tutti i sentieri e le mulattiere in estate; la cupa potenza della neve e del vento, il buio procombente già dalle prime ore del mattino, il silenzio religioso e carico di memorie e di cadaveri in inverno, solo l’autunno, stagione mutevole ed ibrida, che più di altre raccoglie in sé, come in tanti cammei di pochi giorni, di poche ore, gli aspetti, gli aromi, i climi dell’anno intero, permette alle valli e alle cime del Grappa una sorta di atto di clemenza, una maggiore libertà nei confronti di quanti vogliano penetrare, per quanto possibile a chi non sia pianta o animale, nell’anima del massiccio.
Dunque, il mercoledì successivo, benché il clima per nulla mite e le nuvole basse e gravide lo sconsigliassero, decisi di tornare in quota, felice anzi delle condizioni meteo quasi proibitive, certo infatti che nessuno, in un giorno lavorativo e in tale frangente, avrebbe trovato la volontà o la pazzia necessaria a trascinarsi in una fredda solitudine a tratti sepolcrale. Ebbi molta fortuna per quanto riguarda il tempo. Infatti molte lapidi su diversi sentieri in quota ricordano all’escursionista quanto infido possa essere il massiccio, specie nelle sue improvvise tempeste causate dalle correnti calde ed umide che ne risalgono i costoni dalla pianura. Fui invece fortunato, dicevo, poiché un vento forte e teso giunse dal Piave, dal Friuli, e sollevò le nubi senza spazzarle, aprendo il sipario su uno scenario romantico e orrido, di pianura battuta da australi gelidi sotto nubi severe ma al tempo stesso lontane come dee. Incapace di disegnare, decisi comunque di sedermi su di un pietrone piatto, a raffreddarmi le natiche in preda a nobilissima estasi estetica., lambiccandomi il cervello nel tentativo, ovviamente vano, di recuperare alla mente il contenuto del trattato anonimo “Sul sublime”.
La solitudine è assoluta, potrei rotolarmi nudo nell’erba umida imitando don Chisciotte che imita la follia di Orlando che recupera, volendo, la follia di Aiace. Ovviamente il freddo mi distoglie subito da tali velleitarismi mimetici di terzo grado, e mi riporta a contemplare ciò che di più vicino all’assoluto abbia mai osservato. Mi perdo nella mente, annullo tensioni e ricordi, affetti, antagonismi. Mi sento nulla, rimescolato con il poco del paesaggio di cui sono parte superflua. Mi sento pietra sotto il muschio o ragno sotto la pietra. Radichetta di bucaneve che inizia a pensare di fremere di vita ai primissimi lievi tepori di febbraio. Nessuno mi vede, non voglio vedere nessuno, nonostante veda ogni cosa.
Ed ecco, con la leggerezza di una vita che si spegne, la naturalezza di un addio, compare una figura nel mio scenario. Sulle prime, come una coppia di amanti sorpresa nell’amplesso da un illecito ed imprevisto spettatore, mi ritraggo, arrossisco forse, vorrei gettare un pesante drappo di velluto, un paramento sacro sullo scenario di quella mia intima catabasi alle radici del mondo. Poi, la naturalezza della quotidianità mi ripiglia tra le sue braccia meccaniche, e mi adeguo. Torno a provare un semplice fastidio per la frattura inattesa del mio serafico mercoledì mattina. Penso ai sei giorni di lavoro che si profilano, in lieta parata, di fronte a me. Penso alle lezioni da preparare, ai compiti da correggere. Mi alzo in piedi, mi massaggio energicamente il blocco di ghiaccio che un tempo chiamavo sedere, mi stiro e mi avvio in direzione diametralmente opposta al baggiano sconosciuto, reo di leso mercoledì.
Fatti pochi passi, però, un sospetto mi blocca. Mi volto, torno a dominare il prato grigio, dello stesso colore delle nubi. Cerco il criminale, e lo trovo poco dopo. Cammina lento, senza fretta e apparentemente senza destinazione. Se uno camminasse così per le strade di una città, lo prenderebbero per drogato o ubriaco. In montagna è diverso, si può assumere un’andatura ondivaga e sfacciatamente sfaccendata per una serie pressoché infinita di ragioni. Ma in quell’uomo c’era di più. Un che di dimesso, di intristito, dominava la sua persona, nel capo lievemente chinato, nelle spalle curvate in avanti, nelle braccia abbandonate come due gomene lungo il tronco. Ma c’era dell’altro, a rendermi interessante quell’incontro a tutta prima sgradito. Mi resi conto di conoscere quell’uomo. Era lo stesso della settimana scorsa. Me ne resi conto per via della corporatura, dell’andatura, dei vestiti. Vestiti strani, dimessi al limite della straccioneria. Forse flanella grigia, o forse altro tessuto di altro colore indefinibile, reso cupo dal tempo e dall’uso. La foggia dell’abbigliamento in particolare mi incuriosiva.
Decido di andargli incontro. Con un certo stupore mi rendo conto che non solo la scocciatura per l’incontro imprevisto e non desiderato è scomparsa, ma soprattutto che al suo posto avverto chiaramente il desiderio di conoscere quello strano soggetto. Non mi si fraintenda, la mia misantropia è spesso più di facciata che di sostanza. E il duplice incontro aveva i suoi lati curiosi, se non inquietanti. Incontrare la stessa persona, nello stesso luogo, di mercoledì mattina, in una giornata ai limiti della proibitività, gettava tra me e la persona in questione un ponte, una comunicazione preferenziale. Infatti, o quella persona tornava ogni giorno sugli stessi luoghi, e quindi meritava uno studio analitico, poiché evidentemente era giunta a un livello di conoscenza dello spirito e delle forze della montagna ben oltre il mio, oppure come me era tornata sui suoi passi affascinata da chissà quali aspetti del paesaggio che a quel punto non potevo lasciarmi sfuggire. La terza ipotesi, ossia che fosse un pazzo furioso in cerca di vittime da fare a pezzi e nascondere in uno dei tanti anfratti del massiccio, non mi passò nemmeno per la testa.
Mi avvicinai dunque, ma senza puntare direttamente sullo sconosciuto, che procedeva, come nemmeno mi avesse visto (eventualità impossibile, dato che eravamo gli unici due esseri umani in un raggio di chilometri), nella sua camminata caracollante, bensì descrivendo una traiettoria obliqua, in mezzo al pascolo fradicio di piogge recenti, di modo che l’uomo non si sentisse in soggezione a vedere uno sconosciuto precipitarsi su di lui senza motivi apparenti. Mano a mano che mi avvicinavo si delineavano i particolari, ma invece che rassicurarmi essi gettavano nuove ombre sull’individuo che così inaspettatamente era entrato in relazione con me.
La prima cosa cui feci caso furono gli scarponi. Per chi cammina in montagna, anche solo per passatempo, gli scarponi sono più di un semplice strumento. Sono il veicolo di comunicazione tra l’uomo e la montagna. Un cattivo paio di scarpe genera odio nei confronti del sentiero, nei confronti di ogni singolo sasso che tormenta le vesciche che la scarpa ha causato. Le scarpe di quell’uomo erano letteralmente finite. Non dovevano essere in cuoio. Se lo erano, era pelle di pessima qualità, crepata in più punti, sformata dal piede, sfregiata. A dire il vero non era cosa semplice definire il materiale, poiché uno strato apparentemente secolare di fango ricopriva ogni centimetro quadrato di quelle calzature, senza ombra di dubbio vecchie di almeno trent’anni. Eppure l’uomo non sembrava affatto anziano, anzi, approssimativamente gli si potevano dare sui trentacinque anni, non di più. Lo dimostrava la corporatura, relativamente solida, i capelli scuri, i folti baffi neri, le mani non rugose, sebbene nemmeno curate.
Dominava lo sconosciuto una sorta di aura di sciatteria dimessa, diversa però dal disordine e dalla sporcizia susseguenti l’indigenza. Negli abiti, come nelle scarpe, c’era una patina di tempo, di polvere e di logorio, ma senza sporcizia, né abbandono. Era come se una persona di medio reddito fosse stata costretta ad indossare per anni lo stesso vestito. L’usura eccessiva aveva liso i capi, ma non si poteva certo assimilare l’abbigliamento dell’uomo a quello di un senzatetto. Sopravviveva un che di differente, di decisamente fuori moda nel suo vestiario, che mi sfuggiva, e su cui a dire il vero non mi fermai nemmeno a riflettere eccessivamente: era ai miei occhi un soggetto già sufficientemente originale a volersene andare a passeggio in mezzo al nulla gelido che ci circondava.
Mi convinsi lentamente, passo dopo passo nel mio avvicinarmi, che quell’uomo, al pari mio, camminava nella più completa solitudine perché non voleva essere disturbato, e perché in cerca di qualcosa. L’aver trovato un individuo tanto simile a me nel comportamento, mi affascinò, invece che urtarmi. Il suo volto era parzialmente coperto alla mia vista, poiché lo sconosciuto, nonostante fosse praticamente impossibile che non si fosse accorto di me, continuava a tenere il capo reclinato sul petto, come cercando qualcosa perso in mezzo all’erba ingiallita. Potevo vedere una fronte ampia, prominente, percorsa da rughe profonde intagliate come nell’alabastro di una pelle di strano pallore. I capelli, corti e ravviati all’indietro, sembrava non opponessero la benché minima resistenza alle sferzate di vento carico di nebbia, quasi fossero nebbia essi stessi. Le mani, abbandonate lungo il corpo, erano chiaramente segnate da fatica e rigori del caldo e del freddo, le unghie mal curate e sporche. Quell’uomo, che continuava nella sua silenziosa ricerca come nulla fosse, rappresentava indubbiamente uno dei tipi più strani che avessi mai incontrato. Non curato nel vestire, ma non sciatto, aduso alle fatiche ma evidentemente non così schiavo del proprio lavoro da non potervi sottrarre una mattina da dedicare a passeggiate solitarie. Soprattutto, l’espressione del suo volto, almeno a quel poco che potevo vedere o intuire, lasciava trasparire un carattere dalle profondità insondabili, forse un pazzo, o uno smemorato, forse invece un genio o un filosofo perso nelle orbite infinite di ragionamenti sottili e assoluti.
Mi resi conto che quella persona tutto poteva essere, o nessuno. Al tempo stesso mi resi conto di sentirmi chiaramente a disagio alla sua presenza indifferente, e proprio quando ormai ero a pochi metri dal misterioso camminatore, decisi a livello istintuale di tirare dritto, di rimandare il saluto e le mille domande che già mi premevano dietro la fronte.
Scendendo quasi di corsa verso casa, riflettevo su quanto possa essere profonda un’amicizia tra persone amanti fedeli della solitudine, e già speravo di poterlo almeno rivedere, lui meritevole di aver capito, come me, il segreto della montagna, di cercarne la chiave, di assaporarne i molteplici significati.

- fine prima parte -

 
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lunedì 2 aprile 2012

Dialogo di Zeus e Amaltea - Omaggio a Pavese

Uno dei brevi testi che ho scritto come indegno omaggio ai "Dialoghi con Leucò" di Cesare Pavese, libro stupendo, anche se, forse, meno letto rispetto agli scritti più celebri dello scrittore delle Langhe...



È noto che Zeus fu allevato a Creta, con l’aiuto dei centauri, al riparo dal tremendo Crono. Il futuro padre degli dei, in fasce, era nutrito da una capra, Amaltea, che una volta morta fu tramutata dall’Egioco nella costellazione nota ai latini con il nome di Capella. Ciò che invece spesso sfugge è che l’onnipresente appellativo Egioco deriva proprio dalla pelle della capra nutrice, tesa sullo scudo sempre al fianco di Zeus prima e di Atena poi. Destino invidiabile per una bestia.

“Buon padre sono giunta. Insolita la richiesta, certo, di volermi qui dopo così tanto tempo. Ma non conviene opporsi al volere del tonante”.
“No, ti prego Amaltea, non rivolgerti a me con tali parole. A te Ermes non venne, ricco di nunzi e di inganni, per imporre ordini o castighi. Ti volli solo per ciò che tu fosti per me, un tempo, quando ancora non abbellivi le ampie volte di Urano con la tua luce”.
“Ti ringrazio padre. Tyche benigna mi volle, dopo morta, fatta degna di ben altri destini. Pochi mortali invero possono aspirare ad illuminare in eterno la notte”.
“Non in eterno Amaltea. Dell’eterno nemmeno io posso gustare l’orrido profumo. Nemmeno il padre Crono, il folle tecnofago. Forse nemmeno la Moira può”.
“Che dici Zeus? Quali estranei pensieri appesantiscono le belle sopracciglia da cui tutto il cosmo dipende?”
“Nulla, credo. Solo il desiderio di rivederti, forse di ricordare”.
“Padre, credo di capire. Sebbene la mia gratitudine sia eterna e infinita, non posso negare che, talvolta, quando nubi non mi celano agli occhi la vista delle calde terre di Creta, quando Selene illumina più e meglio di Elio le pendici con raggi d’argento, gli ulivi, le vigne, mi sento sola, nel buio cavo del cielo, e vorrei cadere, come talvolta le mie sorelle fanno, in estate, per morire, sì, ma sporcata dall’erba e odorosa della nera zolla, come un tempo”.
“Sì, Amaltea, lo so. Qui nelle auree stanze d’Olimpo il mio seggio talvolta m’aggrava. E rincorro con la memoria i centauri che battono, le scure volte della caverna, il buon odore di paglia e di fuoco, e soprattutto il tuo caldo latte. Ti devo quel poco di vita che ho davvero vissuto, mia vecchia nutrice”.
“E’ duro il destino di tutti i viventi, uomini e dei. Condannati a rimpiangere qualcosa, sia esso il passato o l’amore o la vita. Chi ci fece tali, Zeus? Chi non soffre?”
“Nefasto persino nelle celesti case d’Olimpo è pronunciare il suo nome. Lui esiste da sempre, non ha tempo né passato, è in sé. È il baratro aperto, il buio che inghiotte la luce. Il Caos. Lui per primo dispose i destini a eterno pianto, a effimera gioia”.
“Invero, padre, non lo invidio. Non avere passato è più dura pena della prigionia nella tartarea fossa, cui dannasti i tracotanti Titani. Loro, almeno, ricordano quando furono sul punto di vincervi, e nel ricordo, almeno così ho sentito dire, ridono”.
“Hai ragione Amaltea. Mai scambierei il potere immenso di Caos con la sola memoria dell’ultima scodella di latte dolce che bevvi prima di uscire, dio ormai, per dominare mio padre. Del resto non ti ho sempre qui con me, mia dolce nutrice, sul mio scudo, temibile della testa di Medusa? Vi fu chi, tra i miei figli, non vide di buon occhio che la pelle di una vile capra entrasse nelle nostre stanze, addirittura al fianco del trono del Tonante. I più avrebbero preferito che, divenuta costellazione, altri onori non ti fossero tributati. Ma lo volli, e lo feci”.
“E io ti ringrazio. Del resto in questi anni ho pensato spesso a quello scudo, o Egioco. Sai, provai anche la trista ira nei tuoi confronti, padre, poiché ero dissennata ed in errore”.
“Dimmi, perché? Mai ira mi fu più molesta, eppure ogni giorno posso dire che qualcuno, uomo, dio, ninfa o satiro, mi maledice”.
“Per la Medusa. Non capivo perché sì orrendo trofeo dovesse insozzare, con il farmaco tremendo dei colubri e dei basilischi, e con il nero sangue della ferita rapida di Perseo, la mia pelle. Solo per poche stagioni rimasi in collera, Padre, e la mia stella ebbe un alone come di sangue nel cielo. Ma presto capii, sebbene troppo tardi”.
“Capisti?”
“Che Medusa ammonisce con il suo sguardo di pietra tutti, uomini e immortali. Ammonisce del tremendo potere di Mnemosyne. Dalla sua bocca spalancata, Medusa grida il tremendo destino che ci affligge, il ricordo, e che ci rende al contempo simili alle stelle, luminosi. È un peccato che solo in pochi abbiano capito che l’arma più tremenda di Zeus non è il fulmine, ma una pelle di capra. Il tuo passato, Zeus, ciò che ti dà gioia e ira orrenda e mortifera, poiché sai che quei giorni sono perduti, che mai più berrai il mio latte, nella grotta, tra i centauri”.
“Ora vattene Amaltea. Non è lecito nemmeno alle stelle veder piangere il padre degli dei”.
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