lunedì 31 dicembre 2012

Tempo di fine, tempo di inizio


Il fascino discreto della sintesi, dei bilanci, dei rilanci e dei propositi è certo suadente, ma in esso ravviso un non so che di posticcio e costruito. Il problema vero della concezione del tempo occidentale risiede, a mio avviso, nel fatto che nasce dalla sintesi paradossale tra il tempo ciclico e liturgico dell'ottica cristiana, per cui gli anni si ripetono nei ritmi delle feste e dei momenti della storia della Salvezza, e il tempo lineare e progressivo dell'ottica illuminista, in base al quale il passato non torna, e l'esistenza procede in avanti, in una sorta di fuga indefinita, forse con un senso, forse no.
A guardare la storia, forse tale contrasto tra il tempo-linea e il tempo-circonferenza non è sanabile, e piuttosto è insito nelle strutture mentali stesse dell'uomo.
Infatti gli stessi romani, che pure misuravano il tempo da un inizio, cioè dalla fondazione dell'Urbe, non resistevano alla tentazione di riconoscere ciclicità all'anno, nella figurazione simbolica del dio Ianus, divinità affascinante, dai due volti, uno di vecchio e uno di giovane (e qui sarebbe forse il caso, ma non c'è lo spazio, per parlare del puer senex della mitologia etrusco-romana), che presiedeva al momento delicato della fine dell'anno, da cui il mese Ianuarius, di Giano appunto (le giunture, le articolazioni, le cuciture sono i punti più facili alla rottura) e allo spazio, altrettanto delicato, delle ianua, ossia delle porte (e infatti ancora nei palazzi rinascimentali sui portoni d'ingresso fa mostra di sè il dio bicipite) della domus, luoghi di rottura, di interruzione, del cerchio magico-sacrale che delimita lo spazio interno, positivo, dalle forze negative dell'esterno, da quello che le popolazioni germaniche avrebbero definito "utgarten".
E non è un caso che il povero Remo sia stato ucciso dal fratello proprio perchè ha profanato il tèmenos, il solco sacro che Romolo stava incidendo nella terra con l'aratro, laddove sarebbero sorte le mura della città eterna.
Ma sto divagando. Tornando alla contraddizione tra le due concezioni del tempo, suggerisco a chi ne abbia voglia di guardarsi un film dei fratelli Coen, "Mister Hula Hoop", interessante, almeno a livello simbolico, in questo senso.
Su quale sia il tempo preferibile per l'uomo, non ho alcun dubbio: il tempo ciclico dà sicurezza, permette l'illusione di un ritorno delle cose, facilita la nostra organizzazione, semplifica, almeno un po', un'esistenza che, in caso contrario, sarebbe una costante fuga in avanti, senza traccia del passato che, secondo dopo secondo, muore alle nostre spalle.
Ovvio, però, che se da un lato il tempo circolare delle stagioni, degli anni, degli anniversari ci permette tale sicurezza, dall'altro sarebbe il tempo lineare quello più ortodosso e, in un certo qual modo, più eticamente corretto, anche se più difficile da vivere... Sì perchè, e in questo Seneca è sempre cristallino, l'uomo spreca la maggior parte del proprio tempo proprio perchè si illude di averne a piacimento, e tale illusione nasce, prima di tutto, dagli apparenti ritorni del tempo attorno a noi.
Se, per pura ipotesi, l'asse terrestre non fosse inclinato sul piano di rotazione, e pertanto non avessimo stagioni, ma un perenne equinozio di primavera, e se inoltre non avessimo calendari mensili e annuali, ma un semplice computo cumulativo del tempo, che ci permettesse di capire che in realtà il 31 dicembre che torna ogni anno è un giorno sempre nuovo, è un tempo che non tornerà più, forse allora ci sarebbe più chiaro quanto il tempo, così apparentemente nostro complice, sia nei fatti una dimensione aleatoria e impalpabile, troppo labile per poterci fare affidamento.
Meglio quindi, a mio avviso, non puntare sul festeggiamento dell'anno nuovo, ma piuttosto sulla memoria di quello appena concluso, se possibile senza rammarico, ma come si guarda a un familiare, con il quale si sono avuti bei momenti e sonore litigate, ma per il quale resta un sano e solido affetto.
Meglio ancora sarebbe vivere l'ultimo dell'anno senza accenno alcuno al tempo che va e al tempo che viene, ma come una sorta di tributo onesto al presente, a ciò che abbiamo oggi, ai cari che in questo giorno ci sono vicini. Una sorta di parcheggio momentaneo in una piazzola di sosta sull'autostrada: ci si ferma, si scende dall'auto, ci si stiracchia, e si sorride ai nostri compagni di viaggio, chiedendo come va.
Domani si riparte con la corsa.
 
 
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