venerdì 30 marzo 2012

Estate - conclusione


“Non trovi, Peter?” la domanda di Tina, ripetuta dalla ragazza con un accento di infantile impazienza, destò Peter dalla china dei suoi pensieri. “Bah, Tina mia, non saprei! Sai… non ti facevo così romantica, così prevedibilmente pronta a difendere concetti come il completamento reciproco o l’affinità di due anime congiunte dal fato. Stando a come la vedo io, tutto è frutto di tempo e pressione. Guarda la montagna. Tempo e pressione. E tutto prende forma. Due caratteri qualsiasi, uniti per un certo spazio di tempo e sottoposti a ben precise pressioni, si deformeranno fino a combaciare perfettamente l’uno sull’altro, e da tale attrito, come due zolle tettoniche, nasceranno splendide ed ardite catene montuose, magnifiche a vederle svettanti sul blu del cielo, ma semplice conseguenza, in realtà, di oscuri scontri sotterranei”.
I due tacquero un istante, mentre si inerpicavano lungo un tratto di ghiaione particolarmente impervio, in una zona in cui il sole, non arrivando mai, aveva permesso ad alcune sfrontate lamine di ghiaccio di tendere i loro agguati agli scarponi dei due alpinisti. Tina si voltò per un attimo verso l’abisso sottostante. Ebbe un brivido, non di paura. Fu piuttosto una incontrollata pulsione, un irrazionale desiderio di abbracciare l’aria, sporgendosi sul nulla. La ragazza era inquieta. L’essere proiettata nel mondo del suo passato le aveva dato una vertigine, un’ebbrezza sottile, l’ansia gioiosa della seconda opportunità, il miraggio del tempo bloccato e ripiegato su se stesso, il recupero virginale. In quel momento, in quel preciso istante, la presenza di Gustav le sarebbe risultata indigesta, inappropriata. Non si trattava di semplici ricordi, ma di una ben più straniante sensazione di ritorno ad una dimensione che lei ben sapeva essere morta anni prima. Fu solo un momento, ma bastò per sconcertarla. Ricacciò con poca decisione i pensieri che le si affacciavano alla mente, affrettando il passo e rispondendo a Peter:
“Mio Dio! Non ti facevo così succube del positivismo. Le edizioni di Zola sono arrivate anche in quest’angolo remoto di idealismo, vedo. Dunque la relazione tra due anime consiste, secondo te, solo nella deformazione data dal tempo e dall’esperienza? A come la vedo io andrebbe inserita anche la terza variabile del caso. Altrimenti, stando al tuo ragionamento, per creare coppie perfette basterebbe abbandonare due sconosciuti su un’isola deserta e lasciare fare alle zolle tettoniche, no?”
“E sia!” rise Peter, “aggiungiamo pure il caso. Ma ciò non toglie validità al concetto di base: non esiste l’individuo perfetto per te o per me, da qualche parte nel mondo. Esiste invece il momento giusto in cui incontrare una persona: solo un istante prima l’attrito tra due entità distinte avrebbe portato al terremoto e alla frammentazione. Un istante solo, ed ecco che la pressione genera il diamante”.
“E adesso, caro il mio Fichte, tra noi due si prepara il terremoto o sboccia il diamante?” la domanda, che voleva essere una battuta nelle intenzioni della ragazza, si ripercosse con violenza nella mente di Peter che, nella fretta di rispondere, rispose male:
“Dubito che ci siamo mai incontrati, Tina. Né terremoti, né diamanti”.
Erano giunti ai piedi della parete rocciosa. Il sole era al suo vertice nel cielo, e il vento che saliva dalla valle era caldo e sapeva di resina. L’umidità presente nell’aria, a contatto con la mole gelida della vetta, generava nembi cupi, grevi e inquietanti.
“Credi che ci sia il rischio di un temporale?” la voce di Tina raggiunse Peter con una tranquillità così totale da apparire fredda. Peter, con la sua risposta, voleva rassicurare se stesso e quella donna del suo passato così improvvisamente ripiombata nel ritmo scandito da ricordi e rimorsi del suo tranquillo presente, ma si rendeva conto che l’esito era stato del tutto opposto: mettendo le mani avanti in maniera tanto netta e recisa, aveva dato l’impressione sgradevole di un bambino che maschera l’attrazione per la propria compagna di banco tirandole le treccine. Tina invece si era dimostrata matura e solida con quel tono così tetragono, con quel suo cambiar discorso rapido. Lei aveva scherzato, lui no.
“Difficile a dirsi in questa stagione. Ad ogni modo, anche se fosse, basta che ci rifugiamo in un anfratto, ovviamente dopo aver abbandonato i ramponi e le piccozze. Ma ad occhio e croce quei nembi mi sembrano solo di passaggio. È l’ombra della montagna che li fa così neri”.
Erano finalmente arrivati al punto nodale del loro itinerario. Finita la camminata, ora iniziava la vera arrampicata. Di fronte a loro svettava il campanile della cima, una parete granitica, all’apparenza perfettamente liscia, che saliva fino a toccare il cielo con una lama di roccia e ghiaccio, seghettata e inaccessibile. Solo ad un occhio esperto quella lastra di pietra gelida rivelava sottili pertugi, scanalature, venature sulle quali lo scarpone avrebbe potuto trovare un appiglio sicuro. Quella cima era una delle più ambite dagli alpinisti amatoriali di tutto il circondario, perché, pur non essendo proibitiva, consistendo in fin dei conti in poche decine di metri in verticale, tutti esposti al sole e già segnati dai chiodi di generazioni di avventurieri, dava allo scalatore l’ebbrezza del limite e del pericolo, con il suo ergersi al di sopra di ogni vetta prossima, con quel dito quasi inquisitore puntato verso la profondità della volta celeste.
Sia Peter che Tina erano già stati là in cima, assieme. Più di una volta, a dire il vero, ma Peter ricordava solo l’ultima ascesa. Erano soli, loro due, come quella mattina, eppure tutto era differente. Nella sua memoria, anche la luce solare riflessa dal ghiaccio e dal granito appariva più vivida e intensa. Quel giorno aveva mandato avanti Tina, ad aprire la cordata a due. Si fidava di lei. Chi non esperimenta in prima persona la scalata a due, a corda doppia, non può capire. Non esiste davanti e dietro, come non c’è chi guida e chi segue. Quando si sale in due, la fune che lega diventa cordone ombelicale, vincolo inestricabile ed intimo, molto più che semplice simbolo: ognuno sa di dipendere dall’altro, l’errore dell’uno può significare la morte di entrambi, e in una così profonda interdipendenza non può che nascere l’amicizia. O l’amore.
Tina era sicura e rapida nei movimenti, e quella mattina così colorata di… quando? Sei, sette anni prima? Peter aveva intuito la profondità del loro legame, e si era illuso che potesse essere eterno.
“Allora, ti ricordi come si scala?” la domanda, chiaramente provocatoria, era arrivata a Tina mentre fissava con un’espressione leggermente preoccupata la parete di roccia. In quel preciso istante non si sentiva tranquilla. I suoi pensieri, il ritorno così inopinato del suo passato alla luce della memoria, quella strana repulsione per l’idea che Gustav sarebbe arrivato l’indomani mattina, e poi Peter, così freddo e rigido nei suoi confronti, le avevano infuso nelle vene una sorta di sottile disgusto, una nota cacofonica dalla quale non riusciva a liberarsi. Per un istante la ragazza vagheggiò l’idea del ritorno all’albergo, ma subito le si affacciò alla mente l’immagine scialba delle passeggiate al massimo amene cui sarebbe stata destinata dopo il matrimonio, su sponde tranquille, affollate di borghesi eleganti, di laghi alla moda. Quella cima probabilmente sarebbe stata la sua ultima… ultima cosa? Ultima esperienza di vita, di avventura? L’ultimo assaggio di paura, di abbandono a forze incontrollabili? O solo l’ultimo, tardivo, tributo di una placida viennese a un passato non più suo? Tina era chiaramente consapevole che quella scalata sarebbe stata una delusione certa. Il compagno di giovinezza, il suo vecchio Peter non aveva nulla a che fare con questo signore perso nelle abitudini e nelle delusioni della vita di paese. Inoltre, sapeva che scalando avrebbe faticato, avrebbe temuto di non farcela, sarebbe inevitabilmente riandata con la memoria ai giorni in cui i suoi muscoli rispondevano meglio agli stimoli. Senza contare il tempo, quel sole pallido e metallico, quei riflessi quasi olivastri sul granito, che accecavano senza scaldare, quei nembi scuri in alto, cui sarebbe ripetutamente andato lo sguardo durante la salita. Perché voler ad ogni costo tributare un estremo sacrificio ad un tempo andato, con il rischio oltretutto di rovinarsi la memoria con un revival di terz’ordine
“Scherzi?” rispose Tina con un accento che voleva sembrare spavaldo, ma che si diluì sul finale con un’ombra di dubbio che Peter, se riuscì a cogliere, ignorò. Partirono. Peter individuava il chiodo davanti a sé, ne saggiava la resistenza con la piccozza e, se lo trovava saldo, vi passava il moschettone. Tina, mano a mano che il suo compagno arrivava alla tappa successiva, liberava la fune e lo seguiva. La giovane fin dai primi metri fu felice di aver scelto di proseguire. Aveva dimenticato molte cose fondamentali dell’arrampicata, piccole sensazioni, parvenze di idee, ma assolutamente discriminanti: la percezione della viva roccia sotto le dita, l’ansia quasi animale con cui tutto il corpo cerca di penetrare la pietra, di trovarvi rifugio e salvezza; e poi la stranezza dell’essere sospesi in verticale tra la terra e il cielo, l’avvertire il solletichio inquietante del vuoto che grava sulla nuca, la consapevolezza che dietro c’è la morte, sopra c’è la fine, sotto la sconfitta, e temere e desiderare al tempo stesso di voltarsi, di contemplare, come il bimbo che guarda nel buio della stanza, ciò che fa paura e ciò che rende vivi. O, in realtà, ciò che fa paura è ciò che rende vivi? Tina era felice di salire, non accusava la stanchezza, le gambe rispondevano quasi come cinque anni prima, e i suoi movimenti erano rimasti precisi e sicuri. Non pensava a nulla del passato e del futuro, la sua adolescenza era soffocata, Gustav era proiettato in un futuro incerto di fronte alla totalità di quell’istante, in quel luogo. Tina era consapevole di assaporare uno dei rari, veri attimi di libertà destinati ad una vita comune, momenti dell’anarchia più vera, la ribellione al tempo, al rimpianto del passato e alla paura del futuro: era contenta di sé, di ciò che era, né di ciò che era stata, né di quanto voleva, o doveva, divenire.
Peter saliva in silenzio, schiavo della memoria. Rivedeva se stesso seguire Tina e sorridere, mentre la valle ai loro piedi dichiarava con la sua solarità di essere, per sempre, loro serva. Erano due giovani divinità greche in quel momento, eterni e perfettamente felici e crudeli. Erano puro sforzo, puro attimo, irriverenza, spavalderia e sicurezza di sé. Peter in quell’istante esatto ricordava, unico punto in tutta la sua esistenza, di non aver temuto il futuro, di aver percepito dentro di sé l’alchimia esatta per dominare la propria storia. Ora si percepiva estraneo a se stesso, dominato dal più profondo senso di inadeguatezza riscontrabile da mente umana. Rivivere, sotto lo scacco del tempo, la stessa esperienza che gli aveva offerto una briciola di immortalità, lo esasperava, e ora si sentiva ridicolizzato da quella parete, uguale a se stessa, divinità orribile cui i mortali si aggrappano inseguendo le proprie chimere. Si vide vecchio e solo, inebetito dalla sclerosi dei ricordi, e capì che quella cima, mentre lui si sarebbe spento nell’ombra umida di una pensione a poco prezzo, avrebbe continuato a irridere la valle ed il mondo con la sua presenza immota. Peter odiò se stesso e la montagna con tutte le proprie forze.
Erano le tre quando raggiunsero la cima. Quella lama di coltello che segava l’azzurro del cielo in realtà, una volta violata, si rivelava assai accessibile: una piattaforma di roccia nuda, macchiata qui e lì da chiazze di neve, che correva lungo tutto il crinale della torre, con una larghezza dai cinque ai dieci metri. Tutto attorno il nulla, tranne la sensazione stringente di essere sospesi su un dito in un mare di cielo. I due si riposarono, dopo che Peter ebbe riavvolto la fune, sedendosi al riparo di uno sperone di roccia che si sollevava quasi come un dente dal pavimento di granito, facendo da scudo alle gelide ed umide folate provenienti da nord. Tacevano entrambi, dominati da sentimenti opposti. Ognuno fissava avanti a sé l’orizzonte. Tina ad un tratto si piegò verso Peter e, passatogli un braccio attorno al collo, appoggiò la testa sul suo petto. Peter non reagì, aveva dato la giusta interpretazione a quel gesto: Tina gli era profondamente riconoscente, lo ringraziava per ciò che aveva fatto, per ciò che era stato e aveva significato. Tutti tempi passati. Ormai Peter era un faldone d’archivio per Tina. Lei aveva assaporato il presente, scalando quella parete: lo aveva avvertito bene, Peter, dal modo in cui la ragazza sotto di lui si muoveva, dalla delicata frenesia dei suoi gesti, dall’ansia con cui l’aveva vista sbirciare il vuoto dietro di loro, quasi ansiosa di arrivare, di vincere, di essere. Quello era davvero un gesto conclusivo, riassuntivo.
“Sono felice di essere qui, con te” mormorò Tina, “tu non hai idea di quanto abbia significato questa salita. Non sono stati anni facili, per me, ho dovuto cambiare esistenza, dimenticare tanti luoghi, tante persone. Oggi, grazie a te, credo di essere riuscita a fare pace con una buona parte del mio passato”.
Peter ascoltava e invidiava dal profondo quella ragazza che riusciva a fare i conti con la propria storia, senza restare indietro, avendo la forza di risalire. Per un attimo desiderò sessualmente quel corpo caldo appoggiato, abbandonato al suo, pensò all’amplesso sulla cima, all’estasi del momento, alla percezione istintiva e precosciente del possesso totale e al tempo stesso dell’abbandono di un corpo all’altro. Ma, spingendosi oltre, percepì il brivido del risveglio dall’ardore, il torpore delle membra, l’imbarazzo, la discesa prosaica e volgare ad una vita anonima, ancora più vile a fronte di quell’istante sublime.
Si limitò ad appoggiare il mento sui capelli morbidi e profumati della ragazza, e a fissare le nuvole all’orizzonte, in fuga chissà dove. Un brivido scosse entrambi.
“Forse è meglio tornare, che ne dici? Mangeremo alla baita, con un buon thè” propose Peter, sollevando piano il corpo di Tina. Lei non rispose, ma si alzò e si fissò lo zaino, pronta a ridiscendere. “Sai” mormorò poi, dirigendosi verso la parete a nord, quella opposta rispetto alla valle da cui erano ascesi “dovresti venire a trovarci a Vienna qualche volta. Credo che le tue competenze e i tuoi balzani gusti letterari interesseranno il mio Gustav”. Nel dire questo Tina, incuriosita dalla maestosità del paesaggio, si era sporta sull’orrido cupo che si apriva ai suoi piedi. Era uno spettacolo tremendo, quasi religioso: la parete era estremamente più frastagliata e irregolare nei contorni, quasi che i ghiacci e il vento si fossero sadicamente divertiti, con perizia da cerusico, a violare la roccia, deformandone i contorni. Ovunque neve e pietre rompevano l’armonia della parete, dando allo scenario un aspetto da romanzo gotico. Su tutto, però, ciò che inquietava maggiormente era l’ombra della montagna, scudo eterno ai raggi del sole. Sembrava quasi che i minerali stessi, gli eterni graniti ne avessero assorbito i toni cupi e opachi, che il buio avesse modificato la sostanza della materia, svilendola e ammorbandola di un livore mortifero.
“Peter, sai se qualcuno è mai salito da questo versante?” chiese Tina, accingendosi a tornare sui suoi passi, per preparare la discesa. Peter, alle sue spalle, in silenzio, immaginava.
La spinta è così repentina e decisa che la ragazza non ha materialmente il tempo per prendere coscienza di quanto stia avvenendo. Il suo corpo registra fedelmente le percezioni, ma il cervello impiega un po’ di tempo prima di riordinarle e capirle, cosicché il panico arriva solo quando i due corpi sono già precipitati per i due terzi del burrone. Tina vede il cielo, vede la cima della torre, dalla quale poco prima stava contemplando il panorama, allontanarsi paurosamente, come se si stesse sollevando a velocità siderale, spinta da chissà quali forze ctonie. Solo una frazione di secondo più tardi, grazie al sibilo del vento e al respiro che le manca, capisce che non è la torre ad innalzarsi, ma lei a precipitare. Istintivamente cerca di muoversi: un gesto meccanico, non razionale, in cerca di un appiglio, ma Tina in quell’istante si rende conto di essere bloccata, e solo allora, stranamente, sente, comprende che Peter la tiene abbracciata a sé, immobilizzandola. I suoi occhi fanno appena in tempo a registrare il volto dell’uomo sospeso sul suo, i suoi occhi torvi e lucidi, accesi in un ghigno infernale e vuoto. Tina inspira quanto più ossigeno può, per gridare, istintivamente, perché ora sente il panico animale prenderle il corpo e trascinarlo verso la sopravvivenza, ma è tutto inutile. I due corpi si schiantano con un sordo rumore di morte sulle rocce puntute del fondovalle. L’ultimo pensiero cosciente di Tina, prima che il terrore le annebbi la mente e l’adrenalina le anestetizzi le membra, risparmiandole almeno il dolore, è che da piccola possedeva una bambola di porcellana la cui espressione, vuota e trasognata, era comicamente simile a quella di Peter.
“Non che io sappia. Troppo difficile e pericoloso”.
Si salutarono, a sera ormai fatta, sulla porta dell’Hotel. Un paio di volte, i giorni seguenti, Peter la vide camminare lungo il corso principale, sottobraccio a un galante signore dall’aria trasognata e triste, singolarmente simile alla sua. Non ebbe più occasioni per parlarle; lei partì agli ultimi di agosto.



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mercoledì 28 marzo 2012

Estate - terza parte


Peter fu quasi sorpreso di scoprirsi felice, di una felicità quasi fisica, una sorta di irrazionale ondata di euforia che lo spingeva quasi a correre, a volare sul sentiero, a vivere il momento in tutta la sua intima esclusività. Erano nel passato, ora, lui e Tina, nel loro passato. Gustav non viveva lì, non vi avrebbe mai vissuto. Tina poteva certo condurre il suo compagno lungo tutti i sentieri e in tutte le radure da loro scoperte anni prima, poteva parlargli a lungo delle rocce, dei fiori, del mistero dei solchi del fulmine sui tronchi di tasso, nondimeno Gustav non sarebbe mai stato in grado di esperire la giovinezza più bella, quella dei sedici anni in estate, il sapore dell’acqua bevuta dalla mano mentre nelle orecchie suona il fiato rotto dalla fatica della tua amata, la corsa giù verso il paese, a perdifiato, mentre le gocce pesanti e rade del procombente temporale estivo macchiano i campi falciati e levano nugoli di insetti, in uno stridio paradisiaco di rondoni. No, Gustav era stato destinato ad altri tempi; lui, Peter, era stato il compagno di Tina nell’età più bella.
Un’ondata incontrollabile di nostalgia lo prese. Continuando a camminare, si voltò verso Tina, guardandola in volto. Lei gli sorrise, di gratitudine e di complicità. “Ti ricordi tutto?” le chiese.
“Ogni singolo giorno, Peter”. Non c’era retorica nella sua voce, ma la soddisfazione di una vita densa di scelte.
“Sai” iniziò il giovane, tornando a guardare il ghiaione innanzi a loro, ormai prossimo, “credo che per sempre la memoria più dolce della mia esistenza sarà quella gita al lago nella quale ti slogasti la caviglia, e dovetti riportarti a casa sulle mie spalle”.
“Mia madre si era davvero spaventata!” rise Tina, arrossatasi impercettibilmente alle gote, “e tu ti sei fatto la strada per due volte, per tornare poi a riprendere gli zaini! Mamma mia, Peter, sei sicuro di voler scegliere questo ricordo come il più bello?” la ragazza scherzava, e scherzando diede una pacca bonaria allo zaino di Peter, che trasalì a quel pur indiretto contatto fisico donatole dalla sua amica, dalla sua ormai perduta amante di sempre. Lui non aveva dubbio alcuno. Il bacio la sera prima della partenza era un ricordo troppo venato di distacco, confuso, denso di enigmi, di premonizioni; invece il ritorno con Tina sulle spalle era stato perfetto. Vedeva ancora dinanzi a sé il sentiero illuminato dall’ultimo sole di settembre, percorso dai riflessi gialli delle foglie e dal blu delle ultime genziane, sentiva ancora su di sé quel dolce peso silenzioso, le sue braccia attorno al petto, il capo reclinato sulla sua spalla sinistra. In quell’istante lui era stato più che mai certo di volerla per sé, di poterla avere. L’avrebbe presa in braccio tutti i giorni della sua esistenza, ne avrebbe curato le ferite, asciugate le lacrime. Si sentiva onnipotente nell’espletare quella inattesa missione di salvezza.
“No”, confermò Peter, ma sottovoce, così che Tina non udisse, “sono sicuro, non c’è ricordo migliore”.
Erano giunti al ghiaione, un profondo canalone di sassi che tagliava la montagna fino a valle, scavando dalla cima il fianco con un solco di roccia sgretolata e invisibilmente franante. Sopra di loro, il ghiacciaio, una mole dalle proporzioni quasi sacre, immersa nel silenzio delle forme più ardite di roccia e neve. Incuteva rispetto prima ancora che timore, la cima apparentemente inviolata. Il sentiero si interrompeva, ma all’occhio esperto dei due giovani alpinisti in realtà esso continuava proprio nell’alveo del ghiaione stesso, segnalato da colonnine di sassi erette ad ogni stagione dai primi escursionisti, lungo un invisibile ciclo di tornanti che procedevano fino alla base della torre di roccia, dove iniziava la ferrata. Strani segnali, quelle piccole piramidi di pietra sparse lungo il cammino. Quasi dei totem funebri, degli omaggi estremi ai caduti della montagna.
“Andiamo?” chiese Peter con un tono che non lasciava spazio alla risposta, tanto che Tina rispose, ridendo ad alta voce, con eco sonora che saliva ripercuotendosi lungo le pareti via via più strette del canalone: “Hai fretta di mostrarmi quanto sei in forma? Stai attento, che nelle salite più ripide sono sempre stata più brava di te!” Peter sollevò le spalle con un gesto volutamente esagerato, che fece ridere ancora più forte la bella Tina. Poi si mossero, mentre ancora le ultime note della risata si spegnevano, lì, in alto, dove ancora il sole combatteva con lembi cupi di nubi.
La mattina della partenza di Tina Peter era uscito di casa per recarsi alla stazione solo all’ultimo. Era rimasto sospeso, indolente, incapace di capire cosa in realtà volesse, stupido ancora dalla ridda di sensazioni della sera precedente. Sapeva che se fosse rimasto disteso sul suo letto non se lo sarebbe mai perdonato, e Tina non avrebbe capito il perché della sua assenza. Non voleva farla soffrire, e alla fine si decise a muoversi. Del resto era perfettamente consapevole del fatto che trovandosi sulla banchina del binario con Tina, la sua famiglia, gli altri amici, non avrebbe saputo cosa dire, come comportarsi, e che alla fine avrebbe optato per un atteggiamento freddo e formale, povero di parole e di gesti, il cui rammarico lo avrebbe tormentato per il resto della sua vita. Ma in fin dei conti sapeva bene che era comunque meglio vederla un’ultima volta, vederla partire, staccarsi da lui. Forse, in fondo, la sua immatura irresolutezza lo spingeva a fare in modo che fosse Tina ad andarsene, a compiere il gesto della separazione. Se fosse rimasto a casa, quella mattina, sarebbe stato lui a aver posto un muro di confine tra le loro vite.
Quando arrivò capì che ormai mancava poco. Il treno già soffiava vapore rumorosamente, nella confusione delle partenze di una piccola stazione turistica a fine stagione. Peter si ancorò con tutte le sue forze all’istante, alla fisicità stringente delle luci, ai volumi ingombranti dei bagagli disseminati nella fumosa sala d’aspetto, per non lasciarsi trascinare nel viscido pantano delle memorie e delle considerazioni tardive.
Non fu affatto difficile trovarla. Tina era circondata da un discreto gruppetto di amici, qualche familiare. Peter, in un istante di dubbio lancinante, si interrogò circa la giustezza, la liceità della sua presenza, lì, in quel momento, in quel segmento fuggente di storia cui non sapeva se avesse mai avuto diritto di appartenere.
Fu una coppia di anziani frettolosi a spingerlo fuori dalla porta a vetri della sala d’aspetto, sulla banchina di cemento affollata. Si fece avanti. Tina non lo vide dapprima, gli dava le spalle, intenta a ridere, forse non senza un’inflessione leggermente ciarliera, con due amiche. Chi gli rivolse per primo la parola fu il padre di Tina, un anziano ed elegante signore, commerciante di legname, con cui Peter non era mai andato oltre il saluto domenicale: “Buongiorno Peter”, lo salutò l’uomo, tendendogli la destra, “anche lei qui. Bene. Dunque, ci siamo”. Peter strinse la mano avvolta in un guanto di pelle nera, e si stupì nell’avvertire la presa del padre di Tina indugiare un po’ più a lungo, quasi quell’uomo volesse improvvisamente tenerlo a sé, avvicinarlo in un muto scambio di pensieri o emozioni mai come in quel momento insperate e forse inadatte.
“Tina, ecco Peter”, disse il padre, sempre trattenendo in quella stretta imbarazzante il ragazzo. Lei si voltò precipitosamente, lo vide, sorrise sincera, lo sguardo illuminato.
Peter non capiva, o per meglio dire iniziava a capire solo in quell’istante così diverso, strano. Giunto sul confine, in una dimensione di transito e di termine, Peter stava guadagnando dolorosamente la capacità retrospettiva ed analitica del senno di poi. Osservava gli sguardi degli amici affisi sul suo volto, sentiva il silenzio imprevisto calato senza motivo apparente sul crocchio dei conoscenti giunti per l’addio. Capiva che tutti erano e si sentivano di contorno a lui e Tina, avvertiva la centralità del suo sguardo fisso negli occhi di lei. Quando, quando di preciso negli anni addietro si era guadagnata quell’esclusività di cui mai aveva avuto sentore? Una ridda indemoniata di pensieri speculativi e già pregni di autocondanna gli offuscò la mente, si liberò quasi di forza dalla stretta del vecchio, si avvicinò ancora di più a Tina, le fu di fronte.
“Ti aspettavo Peter!”, sorrise Tina, con gli occhi bassi, intenti in apparenza ad osservare i bottoni della sua giacca di velluto. Non aveva detto “ti aspettavamo”, ma “ti aspettavo”. Mentre Peter pronunciava con voce vuota e stanca “non potevo mancare”, ogni cifra della sua esistenza si collocò autonomamente in una sequenza finalmente ordinata, definitiva, risolutoria. Mentre si accingeva a salutare per sempre Tina, Peter capì quanto aveva perduto in quegli anni, consegnò alla giusta prospettiva il bacio della sera prima e, all’indietro nel tempo, ogni parola, ogni singolo gesto intercorso tra i due. La loro era semplicemente stata un storia d’amore perduta sul nascere, vissuta nell’attimo stesso del suo prematuro, eppure così tardivo, fiorire e sfiorire; e in questa consapevolezza Peter iniziò a soffrire.
Le parole che i due si scambiarono mentre già i bagagli di Tina, quelle valigie che contenevano i frammenti concreti della loro storia, camicette profumate, veli, scarpe, libri letti e scambiati e riflettuti a fondo, venivano issati da un anonimo ragazzino preposto a tale ufficio intrinsecamente crudele, furono ovviamente parole di circostanza, interrotte dai colpi di tosse, abbacinate dalla luce metallica dei binari, frammischiate ai gesti, alle altre parole che volavano pigramente nella folla soffocata di partenti, e Peter fu lieto di dimenticarle presto. Tina baciò tutti ed anche lui tra gli altri. Peter per mesi interi fantasticò che, forse, la guancia tiepida di Tina aveva indugiato un attimo di più sulla sua, che forse quel leggero sospiro sul suo collo era in realtà più significativo di quanto non apparisse in quel contesto.
Quanto debole scopre di essere l’uomo rispetto al mondo che lo circonda e lo fa suo con ritmi e corpi. Riconsiderare il proprio passato è un’operazione così gratuita e falsante! Solo nel preciso istante in cui l’evento accade esso ha piena ragione di essere vissuto, eppure mai come in quel preciso istante la contingenza lo dilania, lo smembra e lo violenta rendendolo comunque inappropriato, giocandoci il peggiore degli scherzi, condannandoci al perverso meccanismo delle memorie e delle riletture, dei se, delle ipotesi.
Il treno partì tra i saluti, e Tina, sedutasi vicina al finestrino, non si girò a guardare nella sua direzione, intenta, all’apparenza, a rispondere a una qualche sicuramente inutile domanda di una anziana signora seduta di fronte a lei. Era partita così dunque, alla fine, parlando con una sconosciuta, senza sporgersi dal finestrino in un ultimo, estremo e languido saluto. Chiaramente meglio così.
“Mamma mia, Peter”, esclamò Tina inerpicandosi per il ripido ghiaione, “non la ricordavo davvero così dura, così cattiva la montagna! Non so se ce la posso fare, sono giù di allenamento!”
“Non scherzare, Tina!” la apostrofò Peter mentre i suoi scarponi affondavano nel pietrisco infido, rendendo ogni passo inutile per un terzo della sua ampiezza in inevitabili slittamenti, “dai, cammina ché tra breve arriviamo ai piedi del campanile di roccia”. I due avanzavano molto lentamente, perché la traccia del cammino ora dirigeva con violenta decisione verso la cima, senza la benché minima deviazione in tornanti o falsipiani. Dovevano entrambi aiutarsi con le mani, cercando solidi appigli su cui fare perno per evitare che, nella falcata del passo, il piede d’appoggio, malsicuro nella grossa ghiaia franabile, scivolasse rendendo inevitabile il ruzzolone a valle.
In compenso lo spettacolo si era negli ultimi momenti fatto superbo. La montagna, liberatasi della pallida nuvolaglia, era percossa da un sole ormai maturo. La roccia era percorsa dalle venature di luce e di ombra, si mostrava decisa, come una tela percossa da precisi ed abbondanti colpi di pennello. Su tutto regnava quel silenzio particolare delle cime, un silenzio percorso ed animato, reso divino dai rumori eterni e rispettosi del vento tagliato dalle lame di granito, delle cascate occulte precipiti in gole ancora ghiacciate, degli stridii lontani del nibbio, dell’impercettibile movimento della pietra che rotola, che si sposta. Era un silenzio da cattedrale gotica, gigantesca ed in apparenza vuota, eppure percorsa dalle mille preghiere silenziose di fedeli occulti nell’ombra delle cappelle laterali.
Tina si perdeva spesso nella contemplazione di un paesaggio che, non più suo da troppo tempo, la rievocava a sé con una possenza e un ascendente davvero entusiastico, nel senso etimologico del termine. Fu un attimo. La roccia cui si era appoggiata per prendere un istante di fiato, ammirando i boschi e i radi campanili svettanti nella foschia già affocata della valle sottostante, cedette, alla ragazza mancò il punto fermo, oscillò all’indietro, gli occhi sbarrati nella sorpresa. Non sarebbe stata certo una caduta pericolosa, ma non si può mai dire, in montagna. Basta uno sperone nascosto tra il morbido muschio e anche una semplice radice sul sentiero più pacato può costare la vita.
La mano di Peter afferrò quella della ragazza tesa in un istintivo slancio di aiuto, la tenne, la tirò a sé. Tina respirava forte, e si abbandonò in quella presa. Peter fu sopraffatto dall’inatteso contatto, l’ebbrezza lo colse e lo fece suo, una ondata di onnipotenza, la cima, il cielo, la donna, la sua donna, colei che sempre aveva atteso ed amato, tutto allineato finalmente, le orbite eccentriche di pianeti e satelliti così a lungo lontani tra loro venivano magicamente a collidere in un medesimo istante.
E solo un istante durò il contatto. Tina, riavutasi repentinamente dall’eccitazione del pericolo passato, si ritrasse, quasi toccata da mani sconosciute, oppure, così parve a Peter, da mani ben conosciute ma ormai divenute quasi illecite, estranee. Peter si sentì violato da quella reazione, scacciato da un mondo di passato e ricordi nel quale si era così sapientemente crogiolato in tutti quegli anni. La Tina delle sue memorie, la Tina che dal finestrino del treno parlava con un sorriso di convenienza alla signora estranea, non si sarebbe ritratta così, dalle braccia del suo amico. Una nuvola nascose il sole e i due rabbrividirono in un innaturale silenzio. Qualcosa di indefinibile si era alfine incrinato. Peter non riusciva bene a capire grazie a chi quella invisibile lama di cristallo che congiungeva, rifrangendone i raggi nell’aura del presente, i loro passati, avesse potuto resistere fino a quel momento. Forse era lui, Peter, che, illusosi della immutabilità delle cose, delle persone e delle relazioni, aveva sperato fino all’ultimo, fino a quell’abbraccio, di poter ritrovare accanto a sé la Tina di cinque anni prima; forse era Tina che fino a quell’istante aveva visto in Peter solo un vecchio conoscente da contattare per una guida dopo anni di lontananza da quei monti in apparenza sempre uguali a se stessi, e ora invece si rendeva conto di trovarsi accanto a un vecchio pretendente deluso e amareggiato dalla vita che non aveva saputo possedere con la giusta energia. O forse, e fu questa l’ipotesi che piacque di più alla mente di Peter, era stata quella nuvola maligna che, nascondendo i loro volti al sole tiepido, aveva gettato una manciata di malinconia nei loro cuori, fiaccandone le speranze e gli ardori.
“Allora”, mormorò imbarazzato Peter dopo che ebbero ripreso la lenta salita, “questo Gustav di cui tanto sento parlare, chi è? Che fa?” Il tono della domanda voleva essere caricaturalmente inquisitorio, invece andò a stonarsi e a flettersi in un accento quasi di supplica, di lamento. Peter sperò che Tina ne adducesse la causa alla stanchezza. Parlare di Gustav era parsa al giovane l’unica strada percorribile per uscire dalle sabbie mobili di interrogativi e sospetti nei quali la coppia di amici si era invischiata. Tina parve apprezzare il tentativo riparatore di Peter, in quanto con un sorriso rotto dal fiatone iniziò a raccontare:
“Gustav… sai, Gustav qui in paese deluderà tutti. Non è esattamente il tipo d’uomo apprezzato in montagna! Non sa un accidenti di foreste, soffre di vertigini e ama la riviera di Trieste. Se lo incontri per strada non lo noti, questo è certo. Diciamo che è il tipo di personaggio che sei certo di incontrare in ogni biblioteca, immerso in qualche pila anonima di scartafacci. In effetti è stato proprio in biblioteca che ci siamo incontrati…”
“Ma allora, perché…” la domanda morì in bocca a Peter, perché si rese conto di essersi spinto oltre, domandando perché una ragazza così energica, vitale e dinamica come Tina si fosse invaghita del primo topo di biblioteca della Capitale. Ovviamente la formulazione del quesito sarebbe stata differente. Tina però sembrava stranamente ansiosa di raccontare. Forse Peter era il primo del paese, della sua vecchia vita, al quale lei poteva rendere conto delle sue scelte, difenderle, motivarle.
“Sì, sai Peter, spesso mi domando anch’io cosa mai abbia Gustav. Non rispecchia in minima parte l’ideale di marito, di compagno che mi ero prefigurata! Eppure ho intuito immediatamente che con lui la mia esistenza avrebbe assunto un’altra dimensione. C’è una sorta di profonda empatia, una capacità di intonarci vicendevolmente che ha dell’incredibile. I nostri umori si completano e si calamitano in ogni contesto. Ti rendi conto, per la prima volta mi sono ritrovata a poter trascorrere più di tre giorni con un essere animato senza litigarci assieme! E poi, poi non saprei come dirlo, credo che l’essenza delle affinità tra due persone resti splendidamente inesprimibile, non trovi?”
Peter ascoltando il flusso impaziente delle parole di Tina si rendeva lucidamente conto di due realtà oggettive: Tina aveva placidamente imboccato la strada giusta della sua vita, impostandola su basi ricercate attivamente, che presto avevano dato i loro apprezzabili frutti. Forse Gustav non era la persona più giusta per Tina, ma questo aveva ben poca importanza: Tina aveva in realtà dimostrato perfettamente a se stessa e al suo mondo di potersi costruire un equilibrio relazionale stabile, indipendente e soddisfacente.
Peter al contrario era rimasto sospeso in un passato inesistente, non nel senso, ancora in fin dei conti condivisibile, che quel passato non era più, bensì nel senso paradossale che quel passato non era mai stato! Tina non l’aveva mai amato, ma, cosa ben peggiore, lui non aveva mai amato Tina. Aveva al contrario amato l’idea della sua perdita, a lungo vagheggiata e alla fine raggiunta. Perché non era riuscito mai a dichiararsi, in anni di conoscenza? Lei gli avrebbe rivelato la natura dei suoi sentimenti di affetto sororale, e lui avrebbe potuto tranquillamente costruirsi una nuova vita. Invece no. Peter aveva stranamente deciso di mettere a fuoco i suoi sentimenti solo quella lontana mattina in stazione, il giorno della partenza. Peter moriva dalla voglia di amare una donna irraggiungibile, di perdersi nel dolce malinconico oblio della memoria, adorare larve dai contorni sfumati e rosei, crogiolarsi nel rammarico del se fosse stato e se mai più sarà. Ci era riuscito alla perfezione.

 
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lunedì 26 marzo 2012

Estate - seconda parte

Arnica montana
Peter aveva preparato lo zaino a notte fonda, dopo aver dissipato ore e inchiostro attorno a idee fumose, che non si concretizzarono in nulla oltre ai fogli appallottolati e cestinati. Aveva preparato i thermos di caffè e di latte, i panini e la bottiglietta di schnaps, rifiutandosi categoricamente di pensare. Aveva funzionato bene questa sorta di anestesia autoindotta, almeno fino all’atrio dell’Hotel. Lì, di fronte a lei, di fronte a lei pronta per camminare, come tante altre volte, al suo fianco, aveva ceduto ai ricordi.
“Andiamo?” gli aveva sorriso Tina, sollevandosi quasi di scatto dalla poltrona, brillante nonostante l’ora e l’ambiente sonnolento e afono della sala.
Peter le aveva sorriso in silenzio, e, girati i tacchi, l’aveva preceduta sulla strada deserta.
L’aria era umida e fredda, appesantita da una cortina greve di nuvole basse, che coprivano i monti e i boschi circostanti, dando anche ai pascoli a valle un aspetto cupo e desolato. Il giorno, ormai prossimo, più che vedersi, si intuiva da una luce lattiginosa e spenta che iniziava a delineare le moli degli edifici che rimandavano, in eco vuote e piatte, il suono degli scarponi dei due sul selciato. Ben presto furono fuori dal paese, e Peter deviò su un sentiero sterrato, bianco di ghiaia bagnata. Tina camminava veloce, stando al passo con l’uomo, senza accusare minimamente la sedentarietà quasi certa della sua nuova vita urbana.
Fu lei la prima a parlare:
“Pioverà?”
“No, quando le nuvole sono così basse, se non piove subito allora si sollevano entro le nove. Quando saremo in alto, vedrai, sarà uno spettacolo”. Peter ascoltava i suoni provenienti dalla donna al suo fianco. Gli scarponi che calcavano leggeri la ghiaia, con ritmo regolare, senza mai strascicare il passo, le fibre dello zaino che cigolavano leggermente all’ondeggiare del busto, la frizione del velluto dei calzoncini all’interno delle cosce, il respiro leggero, già al secondo fiato, ampio e costante, quasi di sonno. Peter si concentrò, anzi si ancorò alla realtà, sforzandosi di vivere il momento, di goderne tutta la fisicità, che nonostante tutto, ne era consapevole, sarebbe rimasta nella sua memoria, una volta che il tempo avesse smussato gli spigoli ed eliminato silenziosamente il dolore, dolce e rosea come le ultime nuvole in cima alla rupe che dominava la vallata, già illuminate dal sole ormai prossimo a fare la sua comparsa anche nel bosco.
I due giovani camminavano lesti, percorrendo il sentiero che ora si snodava in ripidi tornanti sulla pendice di un cupo massiccio, tutto rocce e altissime conifere, austero e quasi sacro nel suo antico silenzio. Tina procedeva con lo sguardo rivolto a quel mondo da sempre suo, eppure da così tanto tempo lontano, sebbene mai dimenticato, e i suoi occhi penetravano ogni spazio, ogni paesaggio, con voracità infantile, senza discriminare il vallone anonimo dalla radura amena, il dimesso sottobosco dalle rocce procombenti, minacciose e inaccessibili, e in quella ricerca serena eppure ansiosa le pupille si coloravano di mille tonalità differenti, si accendevano del verde smeraldo dei pascoli a valle, del grigio argenteo e vibrante di prossima luce delle nubi via via più rarefatte, dei mille toni del legno che ovunque ammiccava sornione e ancora un po’ assonnato nel sottobosco.
Peter non osava contemplare quella bellezza così desiderata e ora così inaspettatamente vicina. Tutto troppo all’improvviso: era confuso e inestricabilmente immerso in una ridda indomabile di pensieri e di emozioni così in contraddizione tra loro da risultare paradossalmente intonati in una strana armonia dei contrari.
Quel sentiero era stato per così tanti anni calcato dai suoi scarponi soli, persi nella memoria di lei, che ora il ragazzo quasi avvertiva fastidio nel sentire lo scalpiccio regolare e sicuro degli scarponcini eleganti di Tina, e sbatteva piano le palpebre, a sincerarsi tra sé e sé di non dormire, di non stare sognando, come tante altre volte aveva in effetti sognato, di poter camminare ancora, con lei.
“Dimmi, ti ricordi i nomi delle piante, o i fumi di Vienna li hanno cancellati?”
“Mettimi alla prova”.
“Questo?” chiese Peter porgendole con fare frettoloso e dimesso un fiore ancora chiuso nel suo bocciolo nel freddo dell’alba.
“Arnica montana”.
“Complimenti! Hai studiato botanica sui libri?”
“Non raccolgo l’ironia, signor Peter. Io mi ricordo del mio passato quanto te ne ricordi tu”, rise la ragazza, sistemando il fiorellino nell’asola di un bottone sulla sua blusa, e accelerando il passo precedendo l’amico sul sentiero.

Una sera, dopo la festa del raccolto, erano saliti, allegra compagnia di adolescenti, fino ai pascoli appena falciati, per guardare le luci, ormai prossime alla morte, della danza e delle mense, e per poter assaporare l’innocente emozione della lontananza dagli adulti, la reticenza sottaciuta eppure così palpabile nell’aria odorosa di fieno e di notte dell’emozione di giovani uomini e giovani donne vicini e soli. Lui si era allontanato un attimo, e, giunto al limitare del bosco, aveva intravisto, illuminato da una falce di luna crescente, un fiore di arnica. Lo aveva colto. Glielo avrebbe dato. Lei era lì, di fronte, stretta tra due amiche, ridente e infuocata in viso dagli ardori della birra e delle polke. Si avvicinò e ristette a pochi centimetri dal gruppetto, che parlava piano, raccolto nell’intimità futile delle confidenze femminili. Strinse il fiore nella mano, sentì i petali freddi cedere poco a poco alla pressione e al calore. Quando Tina si girò verso di lui, e gli sorrise, l’arnica era morta ai loro piedi, e con sé aveva portato, per l’ennesima volta, il segreto del suo amore.
I due giunsero alla baita della posta, una costruzione bassa e ampia, in legno e pietre antiche, collocata a un bivio che da un lato conduceva a valle, verso il fiume e, più in giù, verso la pianura, dall’altro portava invece al passo impervio che immetteva nella valle limitrofa, e di lì ad un altro fiume, che però non puntava a sud ma a nord, verso altri mari e altre terre. I due giovani sostarono in una chiazza di sole che si stampigliava ancora incerta sull’erba verde di fronte alla parete in pietre rozze e mal squadrate dell’edificio deserto. Peter guardò Tina in volto. Era accaldata eppure fresca, affatto affaticata dalla salita tutt’altro che agevole nell’ultimo tratto. Le narici, delicate e dal profilo regolare, erano lievemente dilatate, in un respiro più corto, ma né rumoroso, né rotto. Peter aveva sempre amato quel modo tutto suo di dissimulare tanto la fatica quanto le emozioni. Solo lui sapeva di essere in grado di leggere attraverso l’invisibile cortina di bellezza e serenità quasi urania di quel volto e di quegli occhi, andando a intuire da impercettibili contrazioni, minime rughe che comparivano ai lati delle palpebre, sfumature di un blu più intenso, quasi di notte agostana, della pupilla, le preoccupazioni, o gli affanni, o le passioni sottaciute e pudicamente sigillate nel cuore della ragazza. Indugiò per un attimo di troppo su quel viso che da così tanto tempo non gli apparteneva più, né, sapeva, mai gli era appartenuto del tutto, e Tina, avvedutasi dell’insolita attenzione dell’amico, distolse lo sguardo ondivago dalla foresta nelle cui forme e colori aveva perso i suoi pensieri, e posò il suo sguardo sorridente su quello di Peter, intenta ad un gioco infantile che ricordava da sempre, in cui chi dei due distoglieva lo sguardo per primo dagli occhi dell’altro, o sbatteva per primo le palpebre, perdeva. Gioco innocente, un tempo; eppure Tina avvertì una lieve malia avvincerla poco a poco, mano a mano che lo sguardo profondo e cupo, vagamente inquietante di Peter si affissava e si calava nel suo.
Era strano, le espressioni dei due erano allegre, erano volti di vecchi amici che ripercorrono allegramente i sentieri della memoria, scoprendo qui e lì, e condividendo senza preoccupazioni né fretta, oggetti, luci, angolature ritrovate incredibilmente uguali a se stesse dopo ere di lontananza. Eppure gli occhi, solo gli occhi, erano magneticamente compenetrati in una muta comunicazione, in un tremendamente denso e silenzioso scambio di vita e di memoria, di affetti mai detti eppure più che mai indomi. Peter guardava e non pensava, era tutto sguardo, non un minimo briciolo di coscienza gli suggeriva di distogliersi dal pericoloso occhio della Medusa, ché se avesse appena percepito razionalmente ciò che stava facendo, e soprattutto ciò che stava provando, o meglio riprovando, si sarebbe certamente allontanato da lei, da quella mattina così perfetta, da quell’ansia di perdizione e di ritrovamento dalla quale non riusciva a sottrarsi. Era tutto sguardo, Peter, e nell’essere pura sensazione, perdeva se stesso divenendo l’oggetto stesso della sua attenzione. Era gli occhi di Tina, finalmente! L’oggetto dei suoi desideri era così suo, così subitaneamente alla portata, che la vertigine lo aveva preso, e in essi era piombato senza opporre resistenza. Vagava fissamente, giocava con le infinite policrome rifrazioni che il sole, penetrando senza angoscia le foglie verde pallido e umide di pioggia recente degli alti faggi, creava in quell’oceano cobalto e lapislazzulo e cielo e mare e genziana e nube di temporale e cristallo di ghiaccio nell’ombra, ed era lui stesso l’onda dell’oceano, il delicato eppure forte fiore delle cime, il buio delle profondità marine.
Tina ricordava piano piano tanti inutili particolari da tempo sopiti, particolari fatti di piccoli oggetti e odori, contesti, scene diafane di un passato quasi onirico, veicolato dalla nostalgia e reso piacevole dal rosa della memoria infantile e adolescenziale. Riaffiorava tutto alla luce della coscienza e delle impercettibili ma onnipresenti discrasie della realtà e del presente, veicolato dagli occhi così strani, eppure così noti, di Peter, come corpi morti che, sorpresi improvvisamente sul fondo di un lago da una ignota corrente, emergano verdi d’alghe e di putredine alla luce del sole e all’orrore dell’ignaro pescatore. Tina era consapevole che nel suo passato quegli occhi c’erano sempre stati. Come un rumore di fondo che ben presto diventi impercepibile, Tina aveva dimenticato, obliato quegli occhi sempre con lei, sempre su di lei, protettivi, carichi di desiderio, paterni, filiali, fraterni, sponsali. Peter? Sì, lo sapeva, lui l’aveva amata. Ma di che amore?
La ragazza sbatté le palpebre piano, rapide come il frullo di un passero sul ramo. Peter si riebbe, poi sorrise di un sorriso vuoto e quasi deluso, e si limitò a dirle: “Hai perso!”
Tina rise, scacciando un brutto pensiero, una lama d’ombra in quel mattino di luce e di riflessi. Ripresero a camminare, questa volta in silenzio più raccolto. Nessuno dei due era pronto a quanto appena avvenuto. Nessuno dei due sapeva nemmeno con precisione cosa fosse avvenuto. Dei circuiti si erano riattivati, le parole non dette ora pesavano dell’impellenza di sempre, aggiunta al peso infinito degli anni e dell’inevitabilità, del distacco e dell’inappellabilità della situazione. Peter era stato brutalmente trascinato via dalle memorie.
Il sentiero ora si era fatto davvero impegnativo, poiché saliva direttamente le pendici del monte, seguendo il letto sassoso di un torrente spento da anni. Spesso dovevano aiutarsi con le mani per procedere, spesso lo scarpone sdrucciolava su un sasso insicuro o sul muschio di una roccia. Parlare non era necessario, per fortuna. Peter ricordava il giorno della sua partenza, così tanto tempo prima. Ernestina aveva dato una festa di addio con tutta l’allegra brigata di amici ed amiche. Lui era del gruppo, e soffriva il dolore dell’intimo che deve dividere l’affetto privilegiato e così profondamente noto con masse inutili di gente di contorno. La serata era trascorsa in modo così banale che quasi si stupì, Peter, quando gli ultimi crocchi di ragazzi partirono intonando sguaiatamente canzoni lungo la strada addormentata, lasciandoli alfine soli nella grande sala del circolo del paese, un locale che fungeva, a seconda delle esigenze, da osteria, da sala da ballo, da sala consiliare. Ernestina stava riassettando tranquillamente i bicchieri e le stoviglie della festa, abbandonate qui e lì su tavolini e sedie vuote, dando le spalle a Peter che, di fronte al grande camino spento, osservava in silenzio le punte di cuoio lucido delle proprie scarpe da festa. Rifletteva, il ragazzo, con una circolarità pigra di ragionamenti frutto della non poca birra bevuta, sulla crudeltà degli oggetti che ci accompagnano. Gli uomini cambiano e soffrono, e sperano, soprattutto, di poter dimenticare. Ma è necessario fare prima di tutto i conti con le mille silenziose impronte del passato, infinite tracce di ciò che siamo stati. Quelle scarpe, ad esempio, sarebbero state da lui indossate per chissà quante altre domeniche, per recarsi alla messa. Sapeva che, nell’allacciarle, seduto ai piedi del letto in camera sua, mentre il noto rintocco del campanile chiamava i fedeli a raccolta, sarebbe stato condannato al ricordo di quella sera, in eterno, o perlomeno fino all’acquisto di un nuovo paio di scarpe. Non si faceva illusioni, muovendo lentamente le dita dentro lo scricchiolante e rigido involucro di cuoio: tutte le scarpe di un uomo sono destinate, prima o poi, a far ricordare e soffrire.
Con uno scatto di volontà repentino, e per questo fugace, Peter si mosse, si diresse verso Tina, sempre intenta a riordinare. Non sapeva cosa volesse fare, dire. Voleva più di tutto avvicinarsi a lei, forse toccarla. Le fu dietro, allungò quasi la mano verso il suo fianco certamente morbido sotto la elegante blusa di cotone azzurro. Poi si fermò, come raggelato dalla improvvisa e fredda consapevolezza della necessità di ciò che, in ogni istante, va fatto e non va fatto. Tina si era intanto girata verso di lui, lo aveva sorpreso così, interrotto in un gesto forse inutile, forse no. Peter era certo che lei in quel momento avesse capito. Forse aveva sempre saputo, ma questa ipotesi pareva così dolorosa al ragazzo da ricacciarla sempre indietro, quando gli episodi o gli sguardi svegliavano nella sua memoria questo sospetto.
In quel momento Tina, arrossata dall’ardore delle danze e delle risate allegre e gratuite di poco prima, lo aveva fissato negli occhi, gli aveva concesso il bagno più lungo mai sognato nel blu intenso e notturno delle sue iridi. Poi lei si era avvicinata, cingendogli la vita con le esili ma forti braccia. Aveva appoggiato il capo sul suo petto, in silenzio. Peter era oltre la coscienza, perso nelle emozioni effimere di quel presente, più che mai suo e, pure, più che mai già perduto in partenza. Più di tutto, più dei morbidi capelli che gli solleticavano il mento, più della gentile pressione dei seni di Tina sul suo petto, si ricordò per sempre il calore, il tepore profumato del suo corpo, così vicino finalmente, così familiare.
Le accarezzò il capo, solleticandola alla base del collo con le dita. Tina rovesciò la testa all’indietro, senza allontanare da lui il suo corpo, e aspettò, gli occhi socchiusi, le labbra di Peter. Fu il loro unico bacio, e come tutti i primi baci fu rigido, imbarazzato, nervoso. “Mi mancherai” susurrò Tina prima di allontanarsi per tornare ai suoi bicchieri.
Erano giunti al punto in cui gli alberi cedevano il passo ai mughi contorti dalla neve recentemente scomparsa. Il paesaggio era cambiato con lentezza impercettibile, così, quando i due si trovarono immersi nella grandiosità delle cime, si fermarono come storditi e sorpresi. Il sentiero ora deviava a sinistra, procedendo in quota quasi senza salire, avvolgendosi in spirali quiete attorno alla cima, ora davvero vicina, massiccia eppure delicata, variegata di canaloni, forre, precipizi minacciosi, creste ardite. Il sole ora li investiva completamente, accecante e gocciolante di una luce liquida e carica come di scintille, di schegge di pietre preziose, pura nel cielo terso del mattino, ancora priva della foschia anonima del pomeriggio.
“Incredibile” esclamò Tina “come il cielo riesca a cambiare radicalmente da un luogo all’altro, non trovi?”
“Non saprei” rispose Peter, massaggiandosi un polpaccio che gli mandava i primi sentori del crampo, “non ho visto molti cieli. Certo anche qui in paese dall’inverno all’estate è tutta un’altra cosa!”
“Sì, certo, ma dico, è proprio differente. A Vienna il cielo non è così. È più basso, quasi inchiodato ai tetti dei palazzi, è anche più piatto, orizzontale. Capisci? È una questione di forma, non di colore. Sono andata in Spagna con Gustav, due anni fa, e ti assicuro che lì il cielo è ancora diverso, più alto, ma estremamente più vuoto che qui, come un gigantesco deserto azzurro, sospeso tra mare e terra, infinito. Da cosa dipenderà?”
Peter non rispose, perso nell’improvvisa ipocondria che lo aveva posseduto. Dov’era lui, due anni prima? Era come sempre lì, appeso come uno straccio tra la casa, la scuola, la biblioteca, la chiesa. Qualche camminata solitaria in montagna, una birra con i pochi amici che avevano rimandato la partenza verso le città, le serate a scrivere lettere e romanzi destinati già dalla prima riga alla morte ignota del cestino sotto la scrivania. Mentre i suoi passi tornavano inevitabilmente sulle stesse orme di sempre, lei correva in treno verso la Spagna, assieme a Gustav. Peter li vedeva passeggiare per le calle di Saragozza, sostare di fronte alla cattedrale di Burgos in una mattinata di sole timido, bere vino negli eleganti terrazzi di Ripoll, immersi in tramonti di lanterne.
Soprattutto li vide tornare, in treno, verso Vienna, stanchi delle fatiche convissute del viaggio, intimi, complici delle tante cose viste, i colori esperimentati, i gusti centellinati e commentati assieme, senza fretta. Senza fretta. Si sedette con loro nello scompartimento riservato. Gustav legge un’edizione bilingue del “Lazarillo de Tormes”, soffermandosi, di tanto in tanto, su quelle sonorità spagnole così evocative e incomprensibili. Solleva il volto per dare uno sguardo silenzioso a Tina, che invece è appoggiata con un gomito al tavolino pieghevole, e osserva il finestrino, giocando a perdersi tra il paesaggio ormai serotino che sfugge via, tutto filari d’alberi e paesi provenzali sconosciuti, e la propria immagine riflessa dal vetro. Peter più di ogni altra cosa non tollerava questo aspetto della visione dolorosa che gli si era prospettata alla mente nonostante tutto: Gustav non aveva bisogno di parlarle per forza, era un eletto dal destino, lui aveva tutto il tempo che voleva per toccarla e dirle, spiegarle tutto. Se Tina non avesse capito, poco male, aveva tutti i giorni del mondo per cogliere la parola, il sintagma giusto per fare intuire al proprio amore ciò che aveva provato in quel momento, a guardarla mentre esplorava il paesaggio e se stessa, in treno. Lui l’aveva trovata. Senza merito, forse al contrario solo per suo demerito.
La mattina dopo il loro ultimo e primo bacio, lei sarebbe partita con il treno delle sei e trenta. Peter non aveva dormito, perso in un labirinto impotente di rimpianti ed emozioni paghe, colpevolmente, di se stesse. Quando i primi lucori disegnarono il rettangolo della finestra nella sua stanza, si alzò. Cosa doveva, cosa voleva fare? Di correre alla stazione, prenderla, baciarla, dichiararle il suo amore eterno iniziando una vita nuova, non se ne parlava. Si era perso in tali fantasie tardoromantiche solo pochi istanti. Sapeva bene che lei non voleva restare, il suo “mi mancherai” era stato detto con un tono sommessamente dolce, eppure deciso e irrevocabile. Poteva partire con lei? Anche lasciando perdere i mille problemi che sarebbero sorti con il paese, con la madre, il lavoro, Peter si era immaginato il viaggio, una volta spento l’orgasmo della partenza, la poeticità del gesto. Si vide immerso nel silenzio imbarazzato e denso di spiegazioni sospese. Vide Tina indecisa, sorpresa di quel gesto, rigirare nervosamente tra le mani il cappellino di velluto azzurro, mentre il treno, ignaro e assolutamente indifferente al tutto, sferragliava sbuffando verso la nuova destinazione. Si vide tornare al paese nella omertosa derisione generale. Capì che quel giorno lei sarebbe partita, lui rimasto. Non ci poteva fare nulla. Tutto si sarebbe giocato nel distacco, nelle parole, nei gesti, negli sguardi della partenza.
“Andiamo?” chiese Tina, che, sedutasi un solo istante su un tronco gigantesco tagliato a metà a formare una lunga panca, si era alzata, fremente, e guardava alla cima del monte, minaccioso di nubi e di sole sopra le loro teste. “Andiamo”, sorrise Peter, con il tono di chi riemerge improvvisamente da lunghi e profondi pensieri. Ripresero a camminare, e Peter notò con gioia intima che ora i loro passi si erano per così dire accordati, avevano ritrovato, dopo il primo tratto, un affiatamento, un ritmo comune che, dimenticato da anni, dimostrava di non essere in effetti mai scomparso del tutto. Peter apriva la strada, percorrendo un sentierucolo, un canaletto di terra rossastra tagliato nel verde, che saliva in diagonale il fianco della cima, dirigendosi verso un ghiaione che biancheggiava subito dopo una macchia di larici antichi. Tina lo seguiva, tenendo tranquillamente il suo passo fattosi ora più deciso.
- fine seconda parte -


venerdì 23 marzo 2012

Estate - prima parte

Cambio registro, lasciando per il momento le care voci venete, per dare spazio ad alcuni miei racconti inediti, scritti ormai qualche anno fa... Il comune denominatore è la montagna. Spero che gradiate!

Cima Grappa dal versante sud est

Era passato a prenderla all’alba. Il portiere di notte ancora sonnecchiava, sdraiato sulla poltrona in vimini, nell’androne dell’Hotel, una costruzione decisamente Imperialregia nell’architettura, elegante e solenne, che stagliava nettamente, non senza stonature, sul panorama dimesso, quasi anonimo, del paesino di montagna. Si era alzato dal letto con una indefinibile freddezza nelle ossa, il capo pesante, gli occhi stanchi per il sonno agitato, spesso interrotto da veglie meditabonde. Quanto tempo? Ah, sì, cinque anni.
Quando il portone, decorato con pesanti fregi di ottone e vetro in perfetto liberty, si era richiuso alle sue spalle, era stato innanzitutto colpito dagli odori. Aromi sotterranei, da sempre unici sovrani dei regni delle partenze e degli arrivi. Profumi, o, piuttosto, sentori di nomadicità, distacco, fine. Il cuoio delle valigie scure, accatastate vicino al montacarichi, la cenere, i mozziconi di sigari spenti nelle tabacchiere cromate sui tavolini. Fragranze distanti d’acqua di colonia, tracce di mille femmine, e poi echi di pellicce, fondi di caffè abbandonati in qualche segreto anfratto, sotto il bancone del bar in fondo alla sala. Tutto comunicava la stringente malinconia della precarietà.
Non fu necessario svegliare il portiere dal torpore di vita a rovescio: lei era già lì, lo aspettava, sprofondata in una poltrona di velluto un po’ liso sui braccioli, e lo aveva già visto.
Era ovviamente bellissima, ancora più bella in quell’aura pesante e ovattata, ancora più affascinante nell’espressione forse leggermente stonata di chi lotta per non lasciar trasparire i segni del sonno sui lineamenti delicati del volto.
I capelli, che lui si ricordava sempre sciolti, erano ora raccolti in un’elegante cocònne sopra la nuca, perfetta, con poche ciocche abbandonate, ribelli, sul collo, quasi a dissimulare il metodo e il rigore. La perfezione più sublime sta nel difetto calcolato. Per il resto, egli non doveva, o non voleva affatto, ripassare la curva ampia e pallida, madreperlacea, della fronte, gli archi sottili e sinuosi delle sopracciglia quasi invisibili, che invitavano l’occhio a scendere, non senza malizia, sul nasino dritto e quasi sfrontato, così audace da apparire quasi impertinente, specie quando la ragazza si esibiva in una di quelle sue espressioni di curiosità o scetticismo infantili al punto di apparire manierate; le labbra, sottili eppure carnose, pallide al limite della pudicizia ma capaci di repentini turgori inquietanti, e forse illeciti sul volto di una dama dell’alta società viennese, le gote, tra il rosa e il bianco, ancora di adolescente, tese e in fiore, e, su tutto, anche sul collo niveo e sottile, da giada cinese, i suoi occhi, densi grumi di memoria e colore, cangianti e labirintici, criptici, da donna fatta e sofferta, sempre fuggenti, alla ricerca sorridente di un oggetto inutile su cui fissarsi per non guardarti in volto, perché, dio mio, se quelle due perle di fiume, quei due opali dai mille riflessi di lago al tramonto si affissano su uno sguardo di uomo, è solo per dirgli ti amo, e son tua.
Nello scorgerla seduta e sfolgorante, pensò, in qualche stanza della sua mente, che il simbolo più femminile della mitologia non è Venere, o Elena, bensì Medusa, dallo sguardo di fuoco, e che Perseo doveva aver ben sofferto per costringersi a non guardarla, lei così sublime e tremenda, almeno una volta. Del resto che differenza intercorre tra il non essere e il vivere senza occhi di donna da amare?
L’uomo mosse gli scarponi pesanti sul parquet di noce lucido, dirigendo il passo verso di lei. Improvvisamente aveva caldo, e si aprì meccanicamente il pesante loden verde scuro. Pensò a quanti strati di tessuti diversi separavano in quel momento le loro pelli, il suo ventre liscio e profumato dalle sue mani, ma dovette ricacciare violentemente indietro quell’ombra.
La ragazza si era alzata, sempre sorridendo, sempre guardando spigliatamente altrove, giocherellando con i lacci di cuoio del suo zaino. Indossava la tenuta perfetta della nobildonna in gita. Gli scarponcini neri erano ingentiliti da due stelle alpine d’argento sopra le stringhe, e un tacco appena accennato aggiungeva grazia e leggiadria alla funzionalità dello scarpone di montagna. I calzettoni di lana erano bianchi, adornati da un’elegante vipera ricamata in seta, risalente lungo i polpacci, fino a congiungersi, quasi senza soluzione di continuità, alla cucitura, rosso fuoco, che orlava i corti pantaloncini attillati al ginocchio, in velluto nero, illeggiadrito anch’esso da piccole fibule e borchie d’argento, cesellate di complessi stemmi araldici. Il busto era avvolto in un loden corto, alla vita, evidentemente cucito su misura, poiché riportava, sul petto e sui bottoni di madreperla, le sue iniziali da signora, E.W. Il loden era aperto, con apparente noncuranza, su una camicetta di cotone, candida come ghiaccio, non larga abbastanza da nascondere del tutto le forme, floride e generose, ma nondimeno acerbe, quasi frementi di pudicizia virginale. Due genzianelle blu oltremare ammiccavano dal colletto rotondo, intonandosi alla perfezione alle sfumature che gli occhi di Ernestina avevano, come sempre arbitrariamente, assunto in quell’alba pallida e ancora insignificante.
Quella mattina, mentre trangugiava controvoglia il caffè bollente, Peter aveva a lungo riflettuto sul saluto. Quale gesto, quali detti avrebbero perfettamente significato ciò che sentiva? Ovviamente, prima di rispondere a tale quesito, dovette arrovellarsi non poco per rispondere al dilemma successivo: cosa provava quella mattina? Sentimenti positivi, certo, è ovvio. Aveva saputo che Ernestina era giunta al paese dopo anni di assenza solo la mattina prima. Era stata sua madre a raggiungerlo e a comunicargli, con un misto di apprensione e riserbo, che lei era qui.
Sul momento non aveva riflettuto, era corso fino all’Hotel con il cuore in gola. Giunto sugli scalini in porfido, però, era tornato sui suoi passi, incerto, intristito. Cosa le avrebbe detto. Che persona sarebbe stata, lei, ora. Ardeva dal desiderio di rivederla, eppure temeva il momento, ignorava le proprie e le di lei reazioni.
Poi, lo stesso pomeriggio, mentre Peter riordinava i volumi su uno scaffale, Ernestina lo salutò, con la freschezza e la naturalezza di due amici che si sono visti il giorno prima.
“Peter!” si sentì chiamare l’uomo, e non ebbe bisogno di girarsi per capire a chi appartenesse quel timbro argentino e vagamente imperioso.
“Tina!” esclamò, sforzandosi di dissimulare naturalezza in quel diminutivo affettuoso che, mai come in quel momento, gli appariva cacofonico e improprio, quasi un reperto polveroso recuperato al momento sbagliato, “Mamma mia, che ci fai qui?” Peter sapeva di non essere assolutamente in grado di fingere stupore, infatti lesse subito negli occhi della ragazza, che si appoggiava all’ombrellino di raso bianco, puntellandolo sulle assi sconnesse del pavimento della biblioteca, la sottile derisione per la bugia sottaciuta.
“Peter, buon Peter!” rise Ernestina, facendo leggermente oscillare l’ampia gonna fiorita, “Guarda che ho vissuto abbastanza in questo paese per essermi guadagnata il diritto di tornarvi ogni tanto, e per sapere che, qualsiasi novità, per quanto futile, si verifichi, tutti la sanno, la commentano e la analizzano in meno di mezz’ora. Quindi, dal momento che il treno mi ha lasciata alla stazione questa mattina alle sette e venti, credo che tu sapessi della mia presenza a Muhlbach diciamo già alle otto meno dieci!”
Peter fu mentalmente grato alla ragazza, che in una battuta aveva cancellato, come da una vecchia lavagna, la polvere e il torpore degli anni di lontananza.
“Sempre mordace e attenta, mi congratulo. Ma questa volta hai data troppa fiducia ai pettegolezzi: sono venuto a conoscenza del tuo arrivo solo alle dieci!”
Risero assieme, felici e dimentichi di tutto, poi lui aggirò il bancone dei prestiti e le si fece incontro. Voleva abbracciarla con affetto, per un moto naturale e non malizioso che lo aveva colto all’udire la sua risata dopo tanto tempo. Ma, nell’avvicinarsi, fu come se un vetro si incrinasse, e un’aria stonata calò su di loro, tanto che Ernestina si ritrasse leggermente, irrigidendosi e riprendendo prontamente la conversazione:
“Allora, sei sempre il nume tutelare della cultura di questi quattro pastori?”
“Sempre e comunque, nonostante tutto!” sorrise Peter, imitando una posa marziale per stemperare la tensione creatasi poco prima; “d’inverno le scuole elementari, d’estate la biblioteca… A volte mi chiedo per chi riordino questi volumi: a parte me e qualche turista, non conoscono altri lettori. Ma ora ci sei tu! Dimmi, sei ancora convinta che Heine rappresenti il vertice assoluto dell’estetica umana?”
La risata fresca e argentina della ragazza brillò sugli scaffali polverosi “Umana e non solo! Sono fermamente convinta che ora il buon Enrico stia catechizzando gli dèi, lassù nell’Olimpo”.
“Dio mio!” esclamò Peter, rabbuiandosi per gioco e scimiottando, nell’aggrottare le sopracciglia e nel tirarsi gli occhiali sulla punta del naso, il vecchio arciprete del paese, “qualche anno lontana dai nostri cari monti, e mi ritorna addirittura pagana, fraulein Klar, lei che era tanto pia! Le servirà un buon ripasso di catechismo!”
Ernestina si chinò in avanti, sempre appoggiata al fido ombrellino, e stando allo scherzo replicò:
“Caro il mio Arciprete, le ricordo che non ha più a che fare con una devota contadinella, né tantomeno con una signorina! Ora per lei sono addirittura frau Von Siebenbaum!”
Peter non riuscì a dissimulare l’inquietudine che gli ossidò improvvisamente il sorriso, gettando un’ombra sugli occhi chiari, di un azzurro pallido quasi diafano, e per non lasciare intendere alla sua interlocutrice l’amarezza che, improvvisa, gli martellava le tempie, si girò verso lo scaffale, fingendo di tornare ai suoi libri.
“Mi perdonerai, Ernestina, ma ora il dovere mi chiama. Sai, non vorrei che il paese trovasse da ridire sul mio operato, proprio ora che la tua presenza esige più che mai perfezione, in tutto!”
Ernestina tacque un attimo, e Peter temette che la ragazza avesse capito. Sentiva il suo sguardo sulla nuca, ma non voleva voltarsi. Poi la voce, chiara e sorridente come al solito, giunse come nulla fosse stato:
“Ebbene, signor Waldig, non la disturberò più, per oggi. Ma spero che la proverbiale cordialità del nostro paese si sia mantenuta durante la mia assenza, e che di conseguenza non vorrà rifiutare a una signora perbene una camminata sui monti che mi sono cari più di ogni altra cosa. Diciamo domani mattina, alle sei meno un quarto? O la fama di miglior guida alpina della zona, con cui l’avevo lasciata anni orsono, le è stata derubata da qualche ragazzo più giovane e forte di lei? Perché, in tal caso, dovrebbe usarmi la cortesia di indicarmi il suo indirizzo!”
Peter si illuminò nuovamente, e voltatosi verso la sua cara amica, la fissò negli occhi, sostenendone l’intensità magnetica e avvolgente per alcuni secondi.
“No Ernestina. Sono ancora io il miglior camminatore del paese. E sarà un vero piacere accompagnare una vecchia amica e una nuova esponente dell’alta società viennese per i nostri sentieri!”
Si guardarono un attimo di troppo, in silenzio, e se ne resero conto entrambi nello stesso istante. Lei, forse, almeno così parve per un attimo a Peter, arrossì, e tornò, come al suo solito, a roteare lo sguardo tutto attorno, senza requie, come un cardellino festoso a primavera.
“Bene. Ti aspetto all’Hotel. Domani sera arriva Gustav, e allora sarò io a dover fargli da guida, nei giorni a venire. Quindi ne approfitto per rinfrescarmi la memoria… e per riappropriarmi da sola dei miei spazi. Devo dire che il contrattempo di lavoro che ha trattenuto mio marito un giorno in più non è giunto del tutto indesiderato. Sai, quando si torna in un luogo che hai sentito tuo, non è mai facile, specie dopo una lunga assenza. Non è idilliaco come talvolta si dice. Mi sento come un animale dopo il letargo. Devo prendere confidenza, superare ostacoli invisibili, recuperare vecchi contatti da lungo tempo sopiti”. Ernestina si interruppe, quasi interdetta da quella confidenza emersa all’improvviso, impetuosa.
“Ciao Peter, ora sono stanca, vado a riposare”. Si voltò senza aggiungere altro, e si diresse verso le scale che conducevano all’uscita.
“Tina”, chiamò Peter. Lei si fermò, dandogli le spalle, il capo lievemente reclinato sull’omero destro, come di chi ascolta un suono lontano e misterioso.
Mi sei mancata. E non hai idea di quante lettere ti ho scritto nei mesi successivi alla tua partenza. Ovviamente non ne ho imbucata nemmeno una, eppure sono tutte lì, sulla mia scrivania, accanto ai romanzi che dovevo pubblicare e che tu dicevi sarebbero stati un successo. Non mi sembra ancora possibile averti qui, vederti, poterti guardare negli occhi. Non sei cambiata. Anzi, sei cambiata, mentivo, o forse tutto è cambiato, ma non mi interessa, sei radiosa come sempre, più di sempre. Ho tanto da dirti, tutto. Sono felice e triste al tempo stesso. Felice di vederti, triste perché so che ti perderò di nuovo, e perché so che questo discorso lo sto solamente pensando, e non avrò mai il coraggio di dirtelo
“Mi raccomando gli scarponi”.
“Certo, Peter”.

Fine prima parte


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lunedì 19 marzo 2012

San Giuseppe



19 marzo. Il primo tuono del nuovo anno è rotolato giù dalle pendici del Grappa, portando con sé un sano acquazzone. L’aria è strana. Da un lato il cielo è grigio cupo, quasi piombo, e la montagna bisogna immaginarsela, dietro la pesante cortina d’acqua e vapori. D’altra parte il glicine è lì lì per germogliare, il noce ha i rami scuri percorsi da butti bianchi di una lanugine quasi luminosa, il pruno è una macchia rosa pallido nel verde del giardino. L’inverno è definitivamente alle spalle. Però ci voleva, questa pioggia. Per lavare le ceneri di febbraio, per pulire l’erba dalla polvere del freddo, per rendere l’aria trasparente, tersa.
Credo che mia nonna stia sorridendo, da qualche parte oltre la cortina misteriosa della morte. Anche quest’anno ci avrebbe azzeccato in pieno. Se fosse ancora viva, me la sarei presa, invece sorrido con lei. Le tempeste di San Giuseppe. Ricordo con quale ansia, quasi animale, agognavo le prime corse nei campi, quando il fango si asciugava e l’erba si costellava di occhietti della Madonna e di pissacani. Il sole era già tiepido, alcuni alberi già in fiore, eppure quando andavamo a trovare mia nonna, e chiedevo se si poteva, se era giunto il momento delle corse all’aperto, lei rispondeva sempre allo stesso modo: “Prima gà da végnare ee tempeste de san Giusepe”.
Noi ci arrabbiavamo, perché era evidente che mia nonna non poteva possedere la sfera di cristallo, e prevedere l’evoluzione della condizione meteorologica in barba ai signori della televisione. Eppure ci prendeva, non dico sempre, ma troppo spesso per i nostri gusti. Quando le chiedevo come facesse a sapere queste cose, la sua risposta era semplice ed enigmatica per me: “Lo dise i veci”. E pensare che mia nonna, già non più giovane, avesse avuto a sua volta dei veci da cui attingere queste conoscenze misteriose, mi faceva venire la vertigine, come quando mi provavo i suoi occhiali da lettura, e il pavimento e le pareti del salotto si curvavano magicamente, proiettandomi in trip psichedelici decisamente più economici e infinitamente più salutari dell’LSD.
Ovviamente non era solo San Giuseppe. Questa conoscenza antica, tramandata di generazione in generazione fino ai miei nonni, si stendeva, in una circonferenza liturgica, durante tutto l’anno solare. La Candelora, la festa della luce il 2 febbraio, quando, o che nevega o che piova, de l’inverno semo fora. San Biagio, il giorno dopo, che benedice le arance e ti fa star bene alla gola. E San Marco: per ogni veneto, fino a trent’anni fa almeno, una festa ben più antica della Liberazione, da festeggiare nei campi, una sorta di nuova Pasquetta, da consumare tra bottiglie di vino bianco e uova.
Io sono andato a fare San Marco nei campi forse due, massimo tre volte nella mia infanzia, poi questa usanza familiare si è spenta. Ugualmente posso dire della messa per San Biagio, e per la Candelora, sebbene ricordi con affetto quando, al catechismo, venivamo condotti in chiesa, e dotati di candele che, ovviamente, ci servivano per i più impensabili e pericolosi esperimenti pirici su diverse superfici e con differenti materiali, dal quaderno assolutamente intonso del catechismo, ai capelli della compagna antipatica, seduta davanti a noi. Tornavo a casa con il cappotto chiazzato di cera rappresa, e mi prendevo le solite parole, con una dose di senso di colpa in più, perché di certo Gesù era triste nel vederci prendere le sue feste così poco seriamente.
Cosa è successo allora? Perché è molto difficile trovare un nato negli anni Settanta, e praticamente impossibile trovare un nato negli anni Ottanta o Novanta, che ancora conosca e manipoli con la consapevolezza dei nostri nonni questi ritmi, queste date, questi proverbi e queste scadenze dei tempi e delle stagioni? Cosa ha provocato l’irreparabile inaridimento della nostra memoria familiare, cosa ci ha resi improvvisamente sordi a tradizioni orali (così belle, eppure proprio per questo così caduche ed effimere) che pure avevano resistito a secoli di guerre invasioni pestilenze?
Si è consumato un naufragio senza precedenti. Siamo stati sradicati da una cultura (e da una lingua) per essere reinnestati in un altro mondo, quello della cultura di massa, dell’istruzione di massa, della lingua di massa. Comunichiamo meglio, ma abbiamo molto meno da comunicare. Siamo pagine bianche, da riscrivere integralmente, e troppo uguali le une alle altre da poter rendere effettivamente interessante il reciproco incontro e il mutuo scambio di conoscenze e tradizioni.
Per non essere pesantemente pessimisti, io la mia tessera del mosaico perduto l’ho conservata gelosamente. Un niente rispetto a quel tutto, a quel cosmo così altro da noi. Mi chiamo Paolo, e il 29 giugno faccio la barchetta. Rompo un uovo, verso l’albume in una caraffa piena d’acqua. Lascio la caraffa all’aperto per la notte intera. La mattina seguente, è avvenuta la magia: i santi Pietro e Paolo sono passati, la notte, e dall’albume informe hanno costruito uno scafo, con i pennoni, e le vele, e il sartiame.
Certo, le barche che io riesco a fare non hanno niente a che vedere con quelle spettacolari che la memoria della mia infanzia mi restituisce abbellite dalla fantasia. Sarà colpa delle galline moderne o dell’inquinamento dell’aria, ma oggi vengono fuori delle barchette insulse, dei modelli base, delle scialuppe, per così dire. Mi piace in particolare continuare a prestar fede al ricordo della barca di un anno, in cui il 29 giugno arrivò mentre eravamo in vacanza al mare: era venuta così bene che addirittura si vedevano (o, più verisimilmente, mi ero così emozionato al vederla che i miei occhi avevano visto, tra l’acqua e l’albume) le miniature dei marinai che governavano il timone e i remi.
Oggi, quando mi accingo a versare l’albume nella brocca dell’acqua, e non so se ci sia una formula o una preghiera da recitare per ingraziarsi i due santi potenti, mi sento totalmente e disperatamente ignorante. Credo che si sia sentito così il monaco dell’occidente medievale, di fronte a un superstite codice greco per lui incomprensibile.
Ma non tutto è perduto!


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