sabato 20 aprile 2013

Viva San Marco!




Da putèo ignorante, credevo che tutta sta passione per San Marco fosse casuale. Solo a un certo punto, verso i quindici anni, assieme alle molte altre domande che si assiepavano dietro la fronte, ci fu anche quella del perché dalle bande di mio padre, oltre il Po, andassero per la maggiore San Biagio o San Luigi, mentre "da noi" andava San Marco.
Due precisazioni: primo: questa, come molte altre domande dell'adolescenza, continuò placidamente a non avere risposta, e solo più tardi, e senza che la andassi a cercare, la verità mi venne addosso. Secondo: con "da noi" intendo in realtà il paese dei miei nonni, perché il quartiere di Padova in cui abitavamo era alquanto anonimo e sradicato, in quello scorcio di anni Ottanta e in quel fulgido inizio di anni Novanta. Bisognava cercare con attenzione tra i parcheggi sovraffollati e i cortili asfaltati le tracce residue e pallide di una memoria storica o di una coscienza religiosa.
Ma insomma, all'epoca anche il semplice dato di fatto era sufficiente. San Marco c'era, e al 25 aprile si andava a "fare San Marco", senza tante spiegazioni.
Fare San Marco era cosa da nonna, non da nonno.
In verità, se penso a cosa competeva a mio nonno, alla fine credo che la questione si riducesse al criare a noi nipoti, a gridare fasisti contro al telegiornale, ad andare, di tanto in tanto, sempre di nascosto da noi, e infatti questa competenza patriarcale l'ho appresa tardi, a mingere sul rosaro vicino all'orto.
I 25 aprile della mia memoria non hanno nulla di patriottico o politico. Sebbene mio nonno e suo fratello si contendessero fieramente diverse azioni eroiche nella guerra partigiana (imprese eroiche sempre brutalmente riportate a livelli di banale realtà dalla nonna, che sosteneva che il suo allora giovane sposo avesse passato nascosto in un fienile l'intero pasticcio della Liberazione con la L maiuscola), nella mia famiglia il 25 aprile non si parlava di angloamericani o di fascisti o di partigiani, ma si andava in campi a far San Marco.
Chissà, alla fine avrò fatto sì e no 3 o 4 San Marco con mia nonna, non di più. Eppure l'appuntamento mi pareva fisso, doveroso, ineliminabile. Il tempo era dalla nostra parte, all'epoca. C'erano ancora le mezze stagioni, e la primavera era tiepida e bella di nuvole bianche.
Alla fine, fare San Marco non era niente di eccezionale. Andavamo sullo stesso campo di erba spagna su cui giocavamo per il resto dell'anno, almeno finchè il tempo lo permetteva. Però c'erano delle differenze sostanziali.
In primo luogo, c'era anche la nonna. Usciva dal suo regno incontrastato, la cucina, armata di una sporta che conteneva la padella grande, le uova (che la mia memoria mi consegna bianche come di neve), l'olio e il salado. E già camminare con lei per i filari ancora verdi era cosa straordinaria. Poi ci si sedeva in mezzo al campo, a non più di cento metri dalla casa, e si accendeva il fuoco per terra, con delle stoppie e dei bastoncini. Altra stranezza, altro elemento eccezionale, il fuoco all'aperto, come in una strana avventura alla Giulio Verne.
E su quel fuoco, che al sole di aprile nemmeno si vedeva bene, se ne intuiva il calore e se ne ascoltavano gli sbuffi un po' irritati ai colpi di vento, la nonna cucinava la fortaja.
Egoisticamente, confesso che uno degli aspetti che più mi mancano di mia nonna è il suo concetto di razione di cibo per "Il-nipote-che-deve-crescere". Con quale pacata e ipocrita remissività cedevo alla violenza avita, che voleva sempre il piatto pieno, non importa se lo si era già svuotato tre o quattro volte!
E infatti, visto che va ben San Marco, ma portare piatti e posate in campi evidentemente non andava bene, la fortaja, una volta cotta, bella alta e rubizza di grassi cubetti di salame e di delicate mezzelune di cipolla, andava a finire in una capace cioppa di pane, che non sapevi da che parte addentare, così tetragona, così inespugnabile... macchè, alla fine si espugnava eccome, e l'aria di aprile metteva fame, e così si finiva tutto, senza troppi scrupoli, perchè in primo luogo la mamma, stranamente indulgente, non ti diceva su se mangiavi troppo in fretta o senza masticare, e perchè in secondo luogo la nonna, non appena arrivavi a metà panino, già ne aveva imbottito un altro, con un'altra mattonella gialla di frittata, perchè le uova non finivano mai, quasi che nella sporta ci fosse la gallina delle fiabe.
Con gli anni e la maturità progressiva ho appreso alcune cose:
1) Che non bisogna esagerare con le uova, altrimenti il colesterolo parte
2) Che fare San Marco non è cosa propria di tutto il Veneto. Mia nonna, nativa di Castelfranco, aveva portato tale usanza nella bassa padovana, dove non mi risulta usanza così radicata
3) Che tale festività affonda le sue radici ai tempi della Repubblica, quando la Serenissima concedeva il giorno di festa per celebrare il suo Santo protettore,  e questo spiega ovviamente perchè in Veneto si faccia san Marco mentre nelle terre paterne si preghino di più i già citati santi.
4) Che, alla fine, la frittata primaverile si riallaccia ai riti di buon auspicio per la rinascita imminente, simboleggiati, come del resto nella pasqua da uno degli oggetti più misteriosi e perfetti presenti nel mondo contadino, quell'uovo riconnesso all'infinità cosmica, al mito di Castore e Polluce, all'alquanto inquietante violenza di Zeus-Cigno su Leda.
Certo, se avessi detto a mia nonna che la frittata si mangia perché un dio, nell'antichità, si era trasformato in cigno per trastullarsi con una bella tosa, non avrebbe capito. Mi avrebbe ripreso con un "Va' là, mas-cio, magna che te sì patìo!", e mi avrebbe allungato l'ennesimo panino con la fortaja.
E io lo avrei magnato.


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