venerdì 22 marzo 2013

La Pasqua della Carne

 
 



Tra tutte le feste della liturgia cattolica, quelle che introducono alla Pasqua sono, a mio avviso, le più affascinanti, al di là della variabile della fede avuta o meno in dono.
Sarà che il triduo cade nel periodo della rinascita primaverile dopo l'inverno, sarà che, rispetto al tempo d'Avvento, fortemente venato di elementi secolarizzanti (febbre dei regali in primis), la Pasqua mantiene una connotazione prevalentemente sacra e religiosa.
O sarà, piuttosto, che la Chiesa pare dare il meglio di sé, anche ad un semplice livello formale, in queste celebrazioni così venate di tradizioni millenarie, così, in un certo modo, esotiche rispetto alla normale routine domenicale: la recita drammatizzata della Passione, la Via Crucis, il bacio alla croce, il rito dell'acqua e del fuoco al Sabato Santo, la lavanda dei piedi al giovedì... e poi ancora la spoliazione degli altari, i riti di penitenza, la traslazione dell'Eucarestia, le letture innumerevoli e strane, di libri e profeti veterotestamentari che, per il resto dell'anno, riposano tranquilli nel buio delle pagine chiuse (penso al povero Baruc!).
Che ci si professi credenti, agnostici o atei, credo che non si possa fare a meno di riconoscere al Cristianesimo un ruolo centrale nella formazione dell'immaginario occidentale; ancora più a fondo, credo che il Cristianesimo abbia contribuito sostanzialmente a determinare uno specifico approccio alla realtà, e all'autopercezione dell'individuo nella realtà, tipica della cultura occidentale.
E credo che il cuore di tutto stia nel mistero della Pasqua. Cioè nella scelta, fatta dal Cristianesimo, di dare al corpo umano, alla sua dimensione materiale, come somma di carne e sangue e ossa, una dignità tutta nuova, al punto di farne la traccia evidente del Divino che vince la morte, risorgendo nel corpo, e portando quel corpo nel regno dei cieli.
Penso alla medicina, certo derivata da altre culture, quella araba in primis, in occidente, ma poi in occidente assurta a livelli mai raggiunti altrove; ma penso anche alla pittura, alla scultura, e ciò che vedo, o per meglio dire, ciò che intravedo è un grande, profondo e viscerale amore dell'uomo occidentale per la carne, per il corpo, per la materia.
Si potrà obiettare, e sarebbe obiezione del tutto legittima, che l'attenzione dell'estetica nei confronti del corpo umano era già realtà consolidata nell'età classica, prima, dunque, dell'avvento del Cristianesimo in occidente.
In effetti non credo che la cultura cristiana occidentale abbia "inventato" tale amore verso la realtà fisica e materica, oltre che spirituale, del nostro essere. Piuttosto, potremmo dire che l'occidente cristiano ha ripreso, ha ritradotto e rideclinato l'estetica classica, sostanziandola, però, di una nuova dignità, di una prospettiva che gli Antichi non possedevano, figli com'erano della convinzione che, con la morte, finisse la pacchia e iniziasse l'oblio delle tristi case di Ade ("Della giovane età son questi i fiori, mirabili per l'uomo e per la donna. Poi, quando sopraggiunge la vecchiaia squallida, grave affanno opprime sempre il misero mortale" scriveva Mimnermo).
L'occidente cristiano introduce la convinzione, cioè, che il corpo, al di là delle afflizioni, delle pene, delle mutilazioni di cui poteva soffrire in vita, avesse, nel suo intimo, una dignità intrinseca, una valenza profonda garantita dal fatto che Dio stesso si era fatto uomo, trovandosi poi così bene nella condizione umana da decidere di tenersi il corpo anche dopo la Risurrezione.
Ho avuto la fortuna, un paio di anni fa, di visitare Gerusalemme, e di entrare nel Santo Sepolcro. Lì inginocchiato (anche perché è alquanto complicato restare in piedi) ammetto di non aver provato un moto spirituale, quanto piuttosto un'emozione profonda derivante dalla presa di coscienza di trovarmi, se vogliamo simbolicamente, nel luogo a partire dal quale la nostra civiltà ha preso una piega del tutto nuova e densa di conseguenze, vive fino ai giorni nostri.
Una su tutte, se il cristianesimo fosse rimasto, come ebraismo e islam, una religione aniconica, priva di immagini umane, o addirittura iconoclasta (e ad un certo punto abbiamo pure corso il rischio di diventarlo, nella prima metà dell'ottavo secolo), beh, dubito che avremmo avuto Giotto, Leonardo, Michelangelo.
Nel bene e nel male, credo che la storia della chiesa nella civiltà occidentale possa essere letta anche come un lungo rapporto di amore con la dimensione materiale del corpo; un rapporto, certo, fatto di alti e bassi, ma nel quale non è mai stata persa di vista la dimensione centrale della questione: l'uomo non è puro spirito; la perfezione dell'uomo sta nel suo essere anche di carne.

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