giovedì 13 settembre 2012

Generazione rubata


Perdonate il post anomalo...

Zapping pigro del dopocena, nella pacata consapevolezza che non ci sarà molto da vedere, e che quel poco che si potrebbe seguire sarà inguardabile a causa della mole titanica di pubblicità, evidentemente piazzata ad arte per costringerti a rifugiarti nella pay tv.
Mi imbatto nella voce roca del Molleggiato, che pubblicizza un suo ormai prossimo spettacolo. Non ricordo le parole esatte. E' comunque una sentenza inappellabile contro una non meglio precisata categoria di "giovani", colpevoli, a dire dell'Adriano nazionale, di aver perso il rapporto con la natura (?), di essere insensibili, o cose simili.
Sul momento la cosa non mi turba affatto.
Sia perchè ormai sono in una fascia anagrafica non esattamente giovane, sia perchè di cagate in televisione se ne sentono e se ne vedono troppe, e alla fine sei anestetizzato, e Banderas che parla con una gallina ti fa lo stesso effetto di un gruppo di ragazze che non ha meglio di che discutere che il proprio fastidioso prurito intimo.
Poi però mi tocca ritornare con calma sulla faccenda.
Perchè i giovani di cui parla Celentano, forse, sono i fannulloni di qualche anno fa, o i mammoni di un grottesco reality di recente memoria.
Sommo, senza rifletterci troppo, tutto questo con i dati della disoccupazione giovanile, che però restano solo numeri.
Allora li affianco ai volti di amici e conoscenti antichi e nuovi.
Assegnisti universitari parcheggiati in qualche corridoio dello studium patavino, anche loro waiting for Godot.
Giornalisti che faticano a destreggiarsi tra un articolo e una supplenza per arrivare a fine mese.
Operai rimasti a casa da un anno, subito dopo un matrimonio e un mutuo carico di belle speranze.
Non aggiungo ancora all'elenco i miei ex studenti, usciti da due o tre anni, e lanciati in una corsa verso un titolo di studio che si spera possa servire davvero a qualcosa, o a qualcuno.
Il problema è complesso, siamo d'accordo, coinvolge categorie ampie e profonde del pensiero e dello scibile, e io non me ne intendo di crisi globale, di economia e di mercato.
Ma per quanto provi a girare tra le mani il problema, non riesco a vedere colpe nelle ultime generazioni.
E visto che la cena è stata pesante, e la giornata pure, qualche colpa devo attribuirla, e sia quel che sia, esprimo un'opinione tra le molte, senza alcuna pretesa di ragione assoluta!
Vedo la colpa in generazioni che hanno goduto di privilegi oggi utopici: pensioni anticipate; prestiti a fondo perduto; rimborsi più o meno pesanti dei mutui; riscatto degli anni di studio praticamente gratuito.
Siamo figli di una società che si è ingrassata più di quanto doveva e poteva, forse ubriaca per una crescita incontrollata, un boom che lo stesso presidente Napolitano ha definito positivo, ma che, forse, è stato troppo veloce, troppo violento.
Vabbè, chi è nato dagli anni Settanta in avanti dovrà dimenticarsi il sogno della casa singola, della pensione ricca e precoce, della famiglia da mantenere con uno stipendio solo.
A meno che, ovviamente, non siano gli stessi genitori a dare una mano.
Ed ecco realizzato il paradosso.
I miei nonni hanno fatto parte di una generazione che ha vissuto una rivoluzione, piccola o grande che la si consideri: quella che dall'Italia fascista e monarchica ha portato all'Italia repubblicana e democratica.
Hanno vinto la loro battaglia, hanno rinnovato, ringiovanito se preferiamo, la società.
Sono state eliminate delle classi politiche ed economiche (non del tutto forse, ma in buona parte sì), e sono state sostituite, come è giusto e sano, con un'altra classe, con altre idee, ed altre età.
I miei genitori hanno preso parte ad un'età di altre rivoluzioni, quelle degli anni Sessanta.
Altri scontri generazionali, altre lotte, giuste o sbagliate che fossero, altre idee nuove che provano (e talvolta riescono) a sostituirsi alle vecchie.
E poi siamo arrivati noi, figli della morte delle ideologie, della crisi di idee ancora prima che di economie, figli di un'epoca in cui le cose andavano bene, e quando le cose vanno bene, perchè cambiarle?
Il problema è forse questo.
In un momento di crisi, una società sana dovrebbe portare, secondo movimenti paradigmatici abbastanza naturali, ad emergere nuove forze e nuove idee, forse inevitabilmente più legate alle giovani generazioni.
C'è uno scontro, una dialettica, e, se la vecchia società è debole, o incancrenita, la nuova forza porta un'iniezione di "altro", che può cambiare, un po' o molto, le cose, e si spera in meglio... Ma tutto sommato, quando si è immobili in una posizione scomoda e dolorosa, chissenefrega di come ti sposti, l'importante è spostarsi, a un certo punto!
Oggi questo non è possibile, perchè, almeno in Italia, chi dovrebbe "fare la rivoluzione" è congelato, immobilizzato, reso impotente da un sistema che non gli offre lo strumento primario per attuare le nuove idee: l'autonomia e la responsabilità.
Siamo precari non solo nel portafoglio, ma anche nella mente.
Chi ha avuto molto, non rinuncia a quel molto, e si tiene ancorato ai posti di privilegio.
Se è vero che meno del 10% degli italiani ha fiducia nella propria classe dirigente, vuol dire che sarebbe sul serio ora di un cambiamento.
Questo cambiamento non arriva, forse, perchè chi avrebbe il dovere morale del cambiamento, cioè le giovani generazioni, non ha la possibilità di mettere in atto alcunché.
Forse il tempo delle rivoluzioni è finito.
Ma una società che non riesce a cambiare, è una società morta..

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