domenica 10 giugno 2012

L'uomo in canottiera


Quand'ero piccolo, la televisione che avevamo in casa era, anche lei, piccola. A pensarci adesso, guardando il mio 32 pollici, direi anzi che era minuscola. Ma soprattutto, la televisione che avevamo era in bianco e nero. La televisione a colori, ricordo come fosse oggi l'emozione provata quando mio padre l'ha accesa per la prima volta in salotto, è arrivata che ero in quinta elementare. Fino a quel momento, i puffi, per me, non erano blu, ma di un grigio topo alquanto sospetto. E per mia sorella Anna dai capelli rossi era Anna dai capelli grigio canna di fucile. Ma in fin dei conti ci stava.
La vera rottura di totani era che la televisione non aveva il telecomando. Ci si alzava, e si pigiavano dei pulsantini alla base, per cambiare canale. Non che ce ne fosse bisogno: guardavamo solo i cartoni animati di bim bum bam, o i film ritenuti leciti dai miei genitori. Quindi non avevamo bisogno del concetto di zapping.
A casa nostra la televisione serviva per tre cose: cartoni animati; telegiornale (per mio padre); film della sera.
Mi soffermo sui film della sera. All'epoca i film iniziavano alle otto e mezza precise, e così alle dieci e mezza eri a letto. Credo che oggi i film inizino alle nove e mezza e finiscano a mezzanotte per due ragioni:
a) spingere gli spettatori disperati ad abbonarsi alle pay-tv, giusto perchè pagare il canone Rai non è sufficiente;
b) rincoglionire di sonno i cittadini per poterli sfruttare con più tranquillità di giorno. Ma qui non tratto della degenerazione dell'offerta televisiva.
Era mia mamma che sceglieva quali film potevamo guardare. Di solito le opzioni erano ridotte, e ripetute nel tempo. I film della Walt Disney, in primo luogo. Intendo quelli del tipo "Herbie, un maggiolino tutto matto", oppure "4 bassotti per un danese", o ancora "FBI operazione gatto". Poi i film di Don Camillo e Peppone. Infine i film di Bud Spencer e Terence Hill, che abbiamo diligentemente imparato a memoria, come credo tutti i nati tra il 1970 e il 1980.
Ad un certo momento però, sono stati gli amici, e i cugini che godevano di maggiori libertà, a indirizzarmi verso nuove strade. Ricordo di preciso un pomeriggio in cui alcuni cugini si stavano vantando con me del loro videoregistratore. Per farmi capire di cosa si trattava, mi mostrarono una videocassetta. Si vedeva una spiaggia tropicale, illuminata dal sole tenue dell'alba. Un elicottero arrivava sulla spiaggia, atterrava. Dall'elicottero scendevano degli uomini, solo uno restava a bordo, e si accendeva un sigaro prima di scendere anche lui. Mio cugino, più vecchio di me di quattro o cinque anni, interruppe il vhs con fare misterioso: "E' Predator", mi dice, "è troppo violento!"
Inutile dire che da quel momento ho vissuto solo per vedere questo misterioso "Predator". Ecco, da qui, da Arnold che fuma il sigaro prima di addentrarsi nella jungla con Dillon e soci, è partita la mia passione per i film d'azione muscolare della migliore Hollywood, quella degli anni Ottanta e dell'America reaganiana.
Eccoci arrivati al punto. Che sia vero che la società, ogni società, ha bisogno di eroi? Quella greca aveva Achille, quella romana Enea, quella medievale Orlando o Artù, e avanti così, fino agli eroi della moderna cultura televisiva. Il malinconico e taciturno Rambo, che non parla con nessuno per giorni, a volte settimane, il burbero Jena Plissken, che non ammazza perchè è troppo stanco, il robotico Terminator, pure capace di sentimenti. Ho ragionato a lungo su quali possano essere i comuni denominatori di questi personaggi.
Alla fine ne ho trovati due.
Il primo comune denominatore di questi molti eroi contemporanei pare essere la loro americanità. Per un certo periodo ho creduto che l'Europa fosse in difficoltà nel fabbricarsi eroi cinematografici per pure ragioni economiche... serve la grande macchina milionaria delle case di produzione americane per creare un'icona, nella cultura globalizzata. Con due o tre milioni di euro non combini molto: non solo non ti puoi permettere gli effetti speciali, che sono un po' come le figure retoriche in un testo poetico, ma soprattutto non puoi mettere i gadget del tuo eroe in ogni happy meal di McDonald's, non puoi far fare alla Lego dei pupazzetti con i protagonisti del film, e avanti così.
Il tuo resta solo un personaggio, noto a molti, non a tutti, prerogativa, invece, delle icone, degli eroi.
Oggi, pur restando convinto che quella appena addotta sia una ragione buona per giustificare la nostra cronica incapacità di produrre eroi, credo che il motivo principale sia un altro: non economico, ma ideologico. L'Europa ha conosciuto, in tempi anche molto recenti, la sconfitta, l'invasione, la distruzione, la fame.
Ogni società europea ha acquisito il senso del limite, che porta con sé, o perlomeno dovrebbe portare con sé, la capacità salvifica di non prendersi troppo sul serio, di usare l'autoironia come strumento di salvezza. Se credo troppo fermamente in una cosa che poi svanisce nel nulla, sono rovinato, più o meno come quegli ufficiali nazisti che, alla notizia della resa di Berlino all'Armata Rossa, non esultarono perchè la guerra era finita, ma si tirarono un colpo alla tempia. Meglio invece riderci sopra, meglio essere comunque e sempre con un piede in due staffe.
Gli Stati Uniti, almeno fino all'11 settembre, non hanno conosciuto l'invasione, non hanno conosciuto la sconfitta in casa, la distruzione del proprio territorio, la crisi della propria ideologia. Gli Americani possono permettersi, a differenza nostra, il lusso (discutibile) di essere ancora pienamente fiduciosi nel fatto che il loro modo di vivere sia quello giusto, quello sano, perchè non hanno ancora trovato nessuno in grado di confutare tale convinzione con una sana batosta. E da qui, credo, deriva la loro capacità di sintetizzarsi degli eroi. Il loro mito nazionale è quello del Far West, ossia quello dell'uomo valoroso che conquista una nazione palmo a palmo, con coraggio, fatica, sacrifici. E' un'epica nazionale e nazionalista, che noi non possediamo più, e forse, anzi, non abbiamo mai posseduto (resta infatti da capire quando e quanto noi siamo diventati nazione, e soprattutto come...). E dall'epica nascono degli eroi, basti vedere come la Reconquista spagnola (una sorta di epopea West in chiave medievale!) abbia generato el Cid.
Resta da capire cosa sia meglio, se vivere in una società troppo matura per credere ancora negli eroi, o se vivere convinti che esista effettivamente un giusto e uno sbagliato.
Resterebbero due ambiti da indagare... gli aspetti linguistici della fabbricazione di un eroe, e la "terza via" giapponese alla necessità di miti popolari: pur avendo conosciuto la più tremenda sconfitta con la bomba atomica, la cultura giapponese non ha rinunciato ai propri miti, semplicemente li ha relegati nell'ambito immaginario e onirico del cartone animato. Ma su queste cose magari ragioneremo più avanti.
Ah, dimenticavo... il secondo comune denominatore tra tutti gli eroi hollywoodiani che ho trovato è la loro capacità di portare la canottiera con dignità, con la stessa forza con cui imbracciano il mitra. A me la canottiera ricorda lavori in orto d'estate, o canottiere di lana che beccano d'inverno. Ma è ovvio, non sono americano.

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