domenica 20 maggio 2012

La strìa - ultima parte -

Ecco, pensavano tutti, senza osar rompere quella cupa cappa di attesa, non sono stato io ad entrare. Poco male, posso raccontare di esservi entrato per secondo o per terzo, tra qualche anno poi dirò che sono stato io ad entrarvi per primo… L’unico, nel gruppo, che aveva un’espressione palesemente soddisfatta, era Giacomo, responsabile della scoperta della botola nascosta.
Improvvisamente tutti, anche il grosso della masnada rimasta in attesa all’esterno della casa, trepidando per l’evoluzione degli eventi, furono scossi e terrorizzati da un grido di bestia ferita, da un urlo disperato, acuto e potente, di dolore totale e di rabbia senza fine e senza perdono.
Come una serpe, disturbata nel sonno, improvvisamente salta fuori dalla tana, Menico, gettando spavento e scompiglio nel gruppo che lo attendeva sopra l’apertura, ne uscì con un balzo ferino. Ogni suo muscolo era teso e guizzava come una lucertola. I suoi occhi, già prima inebetiti e come annichiliti dal dolore, ora erano orbite vuote, buchi neri senz’anima, trasudanti odio puro. Nessuno di quanti lo videro si dimenticò, mai. Menico era indemoniato. Le labbra arricciate scoprivano i denti e le gengive sanguinanti per la pressione eccessiva e spasmodica del morso. Il collo era teso come una fascina di canne, le vene pulsavano, le mani si aprivano e si chiudevano senza sosta, Menico era ignaro di ferirsi i palmi con le unghie. Era ignaro di tutto. Un automa, una bestia. Ululava e si dimenava senza raziocinio alcuno, urtava i presenti, quanti provavano a trattenerlo, mordeva, graffiava, scalciava. Subito chi lo vide, chi ebbe la sfortuna di guardarlo negli occhi, capì. Era perduto. Suo figlio era perduto. E di fronte alla condanna a lungo paventata e ora improrogabile, la debole mente di Menico, uomo laborioso e forte ma non certo aduso alla riflessione, scivolò lentamente, ma in inarrestabile moto concentrico, verso la follia.
Dopo alcuni tentativi, riuscirono a bloccarne i movimenti, eppure, anche se vincolato da numerose forti braccia, il corpo del povero padre sgusciava e si torceva in mille innaturali torsioni, provocando brividi in chi lo teneva, parendogli di avere per le mani, così dicevano anche ad anni di distanza, un sacco pieno di vipere. Giacomo pensò che la ragione di una così repentina furia dissennata giaceva nella botola, in quel buco lasciato aperto e dimenticato da tutti, entro cui ancora baluginava il riflesso della fiaccola, abbandonata a terra da Menico prima che balzasse fuori come una bestia braccata dal suo nascondiglio.
Non ci pensò quindi troppo su, temendo che il farlo gli avrebbe fiaccato il poco coraggio che ora lo sospingeva verso l’ignoto terribile, e senza dire nulla agli altri, tra lo stupore generale, si calò.
Una volta nell’ambiente sotterraneo, Giacomo temette di svenire. Il fetore era nauseabondo, opprimente e acre, una putredine somma ed annosa sembrava regnare in quella cantina. La fiaccola lasciata dal padre impazzito giaceva a terra, in un angolo, e la fiamma, lambendo la parete in terra battuta, fumigava lentamente. Lungo il fondo della stanzetta, pensata dall’architetto, a suo tempo, come una vera e propria dispensa, stavano, allineate ed in piedi, tre bare, aperte.
Le loro dimensioni e il loro pietoso contenuto non davano adito a dubbio alcuno. Erano bare per infanti. In piedi, ma in realtà distesi sul fondo di legno, assicurati maldestramente con alcune funicelle di cuoio, stavano tre cadaveri di bambini, in vesti bianche. Giacomo sentì lo stomaco rivoltarsi, represse i conati di vomito, oscillò pericolosamente, sull’orlo di uno svenimento. Si fece forza, respirò a fondo l’aria pesante, ma pur sempre aria, osservò meglio. Sicuramente i tre cadaveri erano di fanciulli, morti al massimo sui cinque anni, forse anche meno. Dalle vesti, più ornate sugli orli, sebbene sempre povere e semplici, e dalle poche tracce di capelli sul cranio, il cadavere più piccolo si sarebbe detto di bambina. Di fronte, ai lati dei corpicini, fiori secchi, fiori di campo, marciti nell’aria umida e stantia del sottosuolo, ammorbavano ulteriormente l’ambiente di esalazioni dolciastre e putrescenti; in un angolo, come gettate lì da una mano nemica, abbandonate come minuscoli cadaverini anch’esse, delle bambole di pezza, di quelle riempite con le barbe della pannocchia, con gli occhi di bottone e i capelli di lana nera, giacevano ingiallite, ròse dai topi.
Giacomo, recuperato un minimo di calma per ragionare, rifletteva su quello spettacolo orrendo. Ciò che non gli tornava era la reazione di Menico. Era evidente che quei cadaveri erano lì da anni, forse decenni. Il furore che aveva letto negli occhi del padre disperato, invece, non lasciava adito a dubbi di sorta: egli aveva chiaramente pensato che uno dei cadaveri fosse di suo figlio. Chissà, probabilmente, straziato dal dolore, avrà pensato che la strega avesse succhiato la giovinezza al figlioletto per garantirsi altri cento anni di vita; oppure, più probabilmente, il suo dolore e la sua ansia erano tali da non permettergli di cogliere un particolare del genere: già devastato dall’angoscia, così convinto e certo di dover trovare il figlio, deluso dalla ricerca infruttuosa, si era gettato smaniosamente nell’insperato varco apertosi ai suoi piedi. Visto ciò che vide, si accontentò, per dire così, e fu certo di aver finalmente trovato chi cercava.
Mentre ponderava tali ragionamenti, Giacomo udì un trambusto improvviso sulla sua testa, rumori confusi, esclamazioni soffocate. Una colluttazione. Pensò, intuì, temette il peggio. Si precipitò verso l’apertura, vi si issò a fatica, pensando per un attimo a come mai avesse potuto Menico balzarne fuori con tale foga. Fu di nuovo nell’ambiente vuoto e sporco, ma mille volte meglio, più aperto e salubre della dispensa sotterranea. Vide Delio, suo vicino di casa, riverso sul pavimento, dolorante, con il naso sanguinante. Su di lui vegliava il fratello minore, Fulvio. “L’è scampà de fora! L’è mato!” gridò il ragazzo, accennando alla porta aperta che dava sul sentiero. Giacomo si precipitò all’esterno, temendo il peggio.
Fortunatamente per la Vecia, che giaceva ancora riversa in mezzo all’erba, legata, ma all’apparenza sveglia e in buone condizioni, Menico era stato trattenuto prima che potesse farsi giustizia da solo. In cinque lo bloccavano a terra; due persone puntellavano le sue spalle e le braccia, altre due le gambe. Menico schiumava, nero di rabbia animale, e cercava di mordere chiunque gli stesse vicino, amico o parente che fosse. Gridava, e con ogni probabilità nelle sue intenzioni quei versi inconsulti, gorgoglianti e satanici avevano un senso, erano insulti, minacce, condanne, preghiere mescolate assieme. Giacomo, che non voleva che l’amico si macchiasse di una colpa per la disperazione, fu sollevato. Ora, pensava, si trattava di convincere i capipopolo ad interrogare la Vecia con calma, magari la mattina dopo, e le cose si sarebbero chiarite.
Ma all’improvviso nuove urla provennero dall’interno della casa. Urla di panico, di paura superata e ora rinnovata e più acre. Uscirono di corsa Delio e Fulvio, pallidi come cenci, e tra i singulti del terrore narrarono ai compaesani increduli ciò che avevano visto nel sottosuolo. L’intera comunità esplose in una babele di grida e di imprecazioni. Preghiere e bestemmie si legavano e si slegavano nell’aria senza soluzione di continuità. Gli stessi anziani capipopolo, fino a quel momento garanti dell’ordine dell’assemblea, si erano gettati in ginocchio, e battendosi il petto gridavano al cielo, ora coperto e senza stelle.
L’isteria e il panico si erano impossessati di tutti. Se fino a quel momento si era agito unicamente nell’ambito di una più o meno forte convinzione, ora c’era la certezza, il dato, il fatto. La sommessa acredine nei confronti della Vecia, che solo in Menico, ma per precise ragioni, aveva già sfondato nell’odio, ora fioriva in istinto di autoconservazione violenta e prevaricatrice in ogni singolo uomo. Già alcuni facevano minacciosi passi avanti verso la Vecia che, riversa e silenziosa, fissava all’intorno con uno sguardo ebete. Già attorno a lei un cerchio lentamente andava definendosi e chiudendosi, poco a poco, di pari passo al clamore delle voci, via via più alte.
Giacomo guardava con attenzione. Per prima cosa notò che coloro che fino a quel momento avevano tenuto fermo a terra Menico con la sicurezza di chi agisce per il proprio bene, ora si guardavano l’un l’altro, come incerti sul da farsi, e poi guardavano Menico, non più con fermezza, ma con pietà, quasi con comprensione. Nello stesso istante Giacomo vide i capipopolo confabulare brevemente tra loro, ancora in preda ad una grande agitazione, toccarsi le barbe, acennare ora alla casa del terrore, ora alla Vecia, ora a Menico. Giacomo si domandò che fare. Per un attimo credette giusto intervenire, bloccare il marasma crescente, condurre i capipopolo di sotto, ragionare, far capire. Ma poi, dopo aver meglio osservato i volti dei suoi compaesani, cambiò idea. Ridevano. Ghignavano felici. Erano sicuri di sé, anzi raggianti di essere nel giusto, di essere tanti, e di aver individuato e sconfitto il male, l’infezione che ammorbava il loro paese. Menico, poveraccio, era un demente in preda a cieco desiderio di vendetta, e avrebbe ucciso anche la propria madre se avesse avuto, in quel momento, il benché minimo sospetto nei suoi confronti.
Il paese intero sguazzava, in quel momento, preda del proprio sadismo. Anzi, non era sadismo, ma gioia di vivere, e gioia di aver la possibilità di eliminare una minaccia tremenda. Era euforia, eccitazione, sicurezza. Giacomo si rese conto di esservi dentro, quando gli parve che le fiaccole ardessero di più, illuminando a giorno la scena drammatica. Eppure le fiaccole erano le stesse. Erano gli occhi di Giacomo, gli occhi di tutta Sant’Osvaldo a essere ubriachi. Gli sguardi erano lucidi, le fronti sudate, i gesti frementi. Giacomo non decise di starsene in disparte. Capì piuttosto di esservi obbligato.
Opporsi in quel momento al rito di purificazione violenta al quale i tranquilli paesani si preparavano, con godimento febbrile e sconcia sicurezza, significava morire. Leggeva negli occhi degli ultimi della calca la rabbia già repressa per non poter essere i primi, per dover attendere. Giacomo ebbe in quell’istante la capacità di salvarsi la vita, capendo che provare a fermare ciò che si era innescato era equivalente a togliere il cibo da sotto il muso del mastino, a separare due bestie durante l’amplesso. E non capì tutto ciò ragionando freddamente, semplicemente lo sentì nell’aria, lo odorò. Sentì il profumo dolce del sangue, le narici fremettero. Capì istintivamente da che parte stare, e lì stette.
Come per incanto, come negli spettacoli di burattini l’orco appare da sotto la scena all’improvviso, così nella ressa che già premeva ostilmente attorno alla Vecia, ma ancora non osava nulla, come attendendo un segnale, un’autorizzazione, emerse Menico, terribile. Vi furono delle urla, che parvero quasi dei guaiti, e in molti si scansarono evitando il contatto con quella furia che ora, però, pareva aver riguadagnato un minimo di freddezza. Camminava lento e a scatti, ma il respiro era più regolare e lo sguardo, ancorché vitreo, aveva una luce di umanità percettibile nel fondo della pupilla.
Di fronte alla Vecia erano già giunti i capipopolo, che soli avevano l’autorità o di salvare o di sferrare il primo colpo. Menico li raggiunse, sovrastandoli con la propria mole. Non calò il silenzio, continuò un sordo mormorio di rabbia all’intorno. I vecchi diedero un’occhiata larga, a tutti i paesani. Capirono anch’essi, come Giacomo, che si era aggregato al branco, pur standosene in fondo. Si fecero da parte.
La Vecia non gridò, quando il primo colpo di mazza la raggiunse sulla schiena. Si udì solo, frammisto all’ansimare ormai ringhioso degli uomini tutti, il rumore sordo dell’osso che si spezza. Giacomo provò a vedere, ma non riusciva. Vedeva solo un grumo di uomini sordi ai richiami, sudati, deformati nel volto, colpire e colpire, in silenzio, con il ritmo di chi è abituato a battere il grano sull’aia a luglio, con mazze, bastoni, zappe, forconi, falci. Vide, dopo poco, i primi ritrarsi, lordi di sudore e d’altro, feriti alle mani. Quasi certamente si erano colpiti anche tra loro, senza avvedersene. Partiti i primi, ebbri e quasi sazi di rabbia e di omicidio, subentravano gli altri, che anzi con foga maggiore, per sfogare la delusione di non aver affondato per primi nella carne il proprio ferro, picchiavano, penetravano, spaccavano con furore maggiore, con foga, frenesia, finché, come il contadino che all’udire il tuono lontano si blocca e abbandona la falciatura affastellando in fretta il grano mietuto per metterlo in salvo, anch’essi si fermavano all’improvviso, spesso con la vanga sollevata sulla testa. Sbattevano le palpebre, respiravano un po’ più a fondo, poi se ne andavano, in silenzio, senza salutare né accennare a nessuno, senza torce, spesso senza giacca, sudati e incuranti del vento freddo che scendeva dai monti; camminavano a capo chino, strascicando il loro attrezzo per terra, inciampando sul sentiero tra sassi e radici.
Frattanto, alle loro spalle, il rituale, la comunione di sangue, non aveva tregua. Molti erano gli aspiranti a voler sferrare almeno un colpo. Molti anche i giovani, costretti a restare indietro per rispetto dei padri e dei nonni, che alla fine, estasiati da quella laboriosa frenesia, dall’insolita libertà che i parenti concedevano loro, convinti infine di dover fare quel che facevano quasi come un’iniziazione all’età adulta, si accingevano al loro momento con seria compunzione sul volto, loro, forse, gli unici a non essere ebbri di odio, ma altresì convinti e desiderosi di partecipare al truculento banchetto.
Giacomo restò fino alla fine, accodandosi agli ultimi, senza fretta. Uno ad uno, vide i suoi parenti, i suoi amici e i suoi nemici andarsene come incoscienti, vagare nelle tenebre, forse verso casa. Vide anche un suo vecchio zio camminare lentamente verso il bosco, in direzione opposta al paese, insensibile ai richiami di chi, ancora in attesa del proprio turno, cercava di sapere, di capire, e in questo caso anche di riportare sulla via maestra.
Chissà quanto tempo passò prima che l’ultimo grassoccio ragazzino, rosso in volto e nelle mani, abbandonasse il bastone rimediato lì nei pressi e corresse verso casa, verso sua madre e il letto ben conosciuto e finalmente meritato. Forse ore, forse minuti. Alla fine Giacomo restò solo. Il buio era totale, il silenzio opprimente e maligno, l’aria, sebbene andasse lentamente purificandosi negli effluvi del bosco e del torrente, manteneva una nota dolciastra e salata, di rabbia, sudore, sangue, macello.
La fiaccola ardeva ancora nella cantina. Scese di nuovo, a prenderla. Si interrogò a lungo, in piedi, con la fiamma che illuminava e animava di riflessi incerti i tre scheletri ricoperti di pochi rinsecchiti brandelli di epidermide, vestiti con gli abiti che solitamente i bambini della valle indossavano il giorno della prima comunione. Il silenzio era di tanto in tanto interrotto dal verso sommesso ed amichevole di una piccola civetta, in lontananza. Era chiaro che tutto aveva avuto fine, e la notte, quieta, proseguiva la sua lenta marcia verso il nuovo giorno, come sempre.
Giacomo non trovò la risposta a quei tre corpi, a quelle tre bare. Salì all’aria aperta solo quando, sebbene fosse ancora buio, una nuova brezza, frizzante e fremente, già premoniva la prossima aurora. Si avvicinò al luogo dove l’orrendo assassinio si era consumato con indicibile lunghezza. Non v’era rimasto nulla della Vecia. Nulla di riconoscibile, almeno. Migliaia di colpi erano caduti su ciò che ora si presentava allo sguardo lucido e vitreo di Giacomo come una macchia più scura nell’erba. Gli piacque pensare che già il primo colpo di Menico l’avesse ammazzata. Non perché fosse convinto dell’innocenza della Vecia, anzi, quei tre cadaveri antichi in cantina proiettavano sul suo cuore ombre lugubri di paura e di dubbio. Ma era certo che nessuno di quei tre corpicini appartenesse al piccolo scomparso. Non c’era rimasto molto da seppellire, né avrebbe sepolto un corpo sul quale pesava ancora la maledizione della comunità. Meglio non rischiare.
Tornò a casa, e dormì le pochissime ore restanti, prima di alzarsi per una nuova giornata di lavoro. Con gli amici e i parenti, che rivide la mattina seguente, chi per strada chi alla segheria chi sulla diga che costruivano a valle, non disse nulla. Nessuno accennò minimamente al fatto. Nessuno denunciò la scomparsa della Vecia, nessuno la pianse.
I tre corpi vennero sepolti nel cimitero del paese, in tombe senza nome. La Vecia rimase lì dove l’avevano uccisa, a concimare la terra. Nessuno si arrischiava ad entrare nel cortiletto, per paura di essere intrappolato in qualche sortilegio satanico. Passarono alcune stagioni, e nei filò si iniziò a narrare della strega uccisa da un gruppo di coraggiosi, una notte che essa aveva rapito ed ucciso un bambino.
Poco importò che il corpo del figliolo del Menico fosse emerso, alcuni giorni dopo l’accaduto, parecchi chilometri a valle, presso San Donato. Nessuno ebbe la prontezza di spirito, o la volontà, o il coraggio, per affermare ciò che, del resto, era evidente a tutti.
Nessuno, nemmeno il buon pievano, che, troppo giovane e cresciuto in altre zone, passò saggiamente sopra al fatto, chiudendosi nel suo frutteto per due settimane, uscendone solo per celebrare, pensò di consultare gli archivi parrocchiali, dai quali, forse, sarebbero saltati fuori gli atti di nascita e di morte di tre bambini, orfani di madre, di padre ignoto, allevati dalla nonna, portati via, assieme a molti altri, dal tifo, più di trent’anni prima, sepolti nel cimitero del paese e di lì misteriosamente trafugati pochi mesi dopo.
Dopo quel furto macabro si erano rinfocolate storie di orchi e diavoli, senza che nessuno però si scomodasse troppo a indagare, in un momento, del resto, in cui era meglio starsene chiusi in casa con il naso nell’aceto balsamico piuttosto che andare in cerca di cadaveri appestati, che non volevano starsene al loro posto in camposanto.
Giacomo provò a dormire, nei giorni, nei mesi seguenti, come aveva sempre fatto fin da bambino, ma il sonno non voleva più venirlo a trovare. Era diventato pallido e magro, solitario e schivo. Partì per cercare lavoro nelle grandi industrie della pianura due anni dopo. Partì senza salutare nessuno, di notte.

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