sabato 5 maggio 2012

La stria - terza parte -

L’uomo, ormai solo e terrorizzato, si inumidì nervosamente il labbro superiore con la lingua, gli occhi roteavano, impazziti, evidentemente alla ricerca di una via di fuga. Ad un tratto, come sibilando, quasi impercettibilmente, Sebastiàn riprese a parlare:
“Ea go vista, sì, gera proprio ea Vecia. Ea gaveva na sporta, de quee grande, soa schina. Ea caminava curva, come soto on gravame. Ea no me ga visto, la ‘ndava verso casa sua”.
Aveva pronunciato le ultime frasi tutte d’un fiato, come si trangugia una medicina amara, o come si recita una formula imparata a memoria. Fu a quel punto che Menico si mosse, girandosi lentamente attorno, come estendendo la conversazione, fino a quel punto a due, a tutta la comunità. L’uomo abbracciava la folla con lo sguardo pietoso, fisso e assente, ma allo stesso tempo disperante e carismatico. Le membra si mossero, come percorse da nuovi fiotti di sangue, caldo e inebriante; gli occhi si volsero, a cercarsi tra loro, a condividere, a convincersi. Poi, come foglie autunnali staccate dal ramo da un improvviso vento aquilonale, si spansero sul selciato della piazza le voci.
Prima poche, quasi dei sussurri, dei mormorii discreti. Poi fu un crescendo di esclamazioni, di interrogativi, di testimonianze sicure, di giuramenti e conferme, di avvalli e rilanci. Così il fornaio ammise che la Vecia non si faceva vedere da un po’ di tempo, e che insomma l’era strana; Corradina, perpetua del prete, sentenziò che la Vecia da anni non si faceva vedere in chiesa, e di brava gente non credente non se ne era mai vista. Il prete, direttamente chiamato in causa da un’occhiataccia della Corradina, non poté che annuire, limitandosi a farlo delicatamente, quasi a dimostrare che, in fin dei conti, altro non poteva fare, e che, fosse per lui, sarebbe anche rientrato in casa a finire il pasticcio di piccione preparatogli dalla brava serva.
Poi arrivò la Gemma di Giò Batta, la levatrice, grassa e lucida, enorme e ridicolo donnone nel suo striminzito scialle rosa, affermando, anzi giurando di aver sentito, passando pochi giorni prima davanti alla casa della Vecia, strani rumori, come litanie sussurrate, pronunciate sotto voce, un mormorio cantilenante e ignoto. Su questa voce, che dilagò per la folla sulle ali della voce tonante della Gemma, rilanciò il vecchio Tino Galo, il falegname, piccolo e rinsecchito come certi tronchi che lavorava per farne pipe e sedie, ma coriaceo e ruvido come la quercia. Affermò con fare sornione, come chi dice cosa nota a molti ma da molti taciuta, che, circa quarant’anni prima, la Vecia era stata sorpresa da un guardiaboschi, la notte del Venerdì Santo, a dormire, tutta ignuda e sfatta, sotto a un vecchio tronco morto, verso i masi alti, in una zona poco frequentata di giorno e temuta di notte perché da sempre abitata da spiriti malvagi.
Questa voce fece scalpore, e tenne banco sulle labbra dei paesani per parecchi minuti. Tino, chiamato in causa, si pavoneggiava, rispondendo, correggendo, chiarendo, rispiegando a destra e a sinistra, ora mettendo a tacere, date e nomi alla mano, gli scettici, ora chiamando in causa coetanei che, nel rispondere confermando in tutto e per tutto la versione data, si divoravano di rabbia per non aver saputo sfruttare prima quella fola dimenticata, e in qualsiasi altra occasione sicuramente derisa.
Ed ecco che, corrosi dall’invidia, fomentati dalla moglie o dalla suocera, i capifamiglia iniziavano a darsi sulla voce, a gara a chi recuperava dalla cantina muffosa delle memorie d’infanzia le leggende più diverse, le tradizioni più corrose dal tempo, i pettegolezzi più scomodi e dimentichi. E ognuno condiva, rimaneggiava, esagerava le tinte, incrociava luoghi, personaggi, elementi orrorifici e magici, poneva se stesso o un antenato al centro della vicenda, come spettatore coraggioso o come eroe liberatore. “Ea volava…”, “…basar na piegora negra…”, “…ghe gero la drìo, sentivo na spusa de solfo…”, “…rideva come un demonio”, “…me nono xé entrà in casa sua…”, “…dentro na bara…”, “…i oci verdi da gato…”, “…ea vaca xé morta…”. Sempre di più, sempre più forte, sempre più veloce. Si scoprì all’improvviso che tutto il paese sapeva fatti segreti della Vecia, retroscena presunti, risvolti inattesi, trame notturne, dettagli sconci, macabri.
E nessuno, nemmeno il capopopolo, si rendeva conto che, con il crescere del tumulto, le facce si accendevano, i denti si scoprivano. L’umore della piazza era passato da un timore vergognoso e intimidito a una spavalda e ciarliera sicurezza, e già certi volti, certi occhi, lasciavano presagire una rabbia a lungo repressa, e solitamente pavida, per cui tanto più acre e furibonda. Già le mani di certuni, strette a pugno, fremevano, accompagnando le parole gridate con gesti di cupa minaccia. Gli aneddoti ora si concludevano sulle labbra con un certo qual tono sospeso, carico di violenti sottintesi, quasi che, dopo tante e tanto gravi malefatte, rimaste eccezionalmente impunite, fosse davvero giunto il momento buono, di fare qualcosa.
Ed ecco, accadde l’impensabile, l’inatteso, l’irrazionale. Una ad una, come carillon a molla, le voci si smorzarono, si attenuarono, si spensero. Gli sguardi vitrei dei concittadini si cercavano, le guance, arrossate dall’eccitazione del momento, ansavano leggermente per la fatica della discussione, ma le mandibole, serrate in morse violente, tacevano. Non c’era più nulla da dire, o, piuttosto, le chiacchiere e i pettegolezzi, divenute poco alla volta denunce aperte, non bastavano più. Gli animi, esacerbati e indispettiti da quel rincorrersi e superarsi in malo modo degli amici con gli amici, dei parenti con i parenti, covavano un rancore sordo, una spinta ormai indomabile; eppure la folla ondeggiava, immota e silente, in bilico. Non c’era più nulla da dire. L’onda di piena delle parole, delle accuse, dei gesti era giunta al culmine. Gli occhi erano sbarrati, le labbra tese, come in attesa di un gesto, un tocco, il ramo spezzato dal vento, che cade nello specchio d’acqua rigonfio e fa tracimare la diga.
In certi momenti basta poco. Una voce, una parola piuttosto che un’altra, fanno la differenza, a volte, tra la vita e la morte. Il prete, dopo quella notte, non ebbe il sonno quieto per molti anni, pensando che se in quella parentesi di silenzio densissimo di attesa egli avesse parlato, se fosse riuscito in qualche modo a blandire la masnada, tutto si sarebbe, forse, risolto in una gigantesca bolla di sapone. Magari, la sera dopo, dieci o venti maschi in più si sarebbero sbronzati all’osteria, per digerire l’eccitazione mal sfogata, o le comari si sarebbero punzecchiate, giù al torrente dove lavavano i panni, con maggiore acrimonia, ma nulla più. Invece il prete tacque.
Chi parlò fu ancora Menico, che a dire il vero non fece discorsi, non articolò periodi complessi. Disse solo, a mezza bocca, udito peraltro dai vicinissimi solamente, ma con tono fermo, inesorabile, immutabile: “Andiamo”. Solo per un attimo il paese tutto, come il bambino che, chiamato al gioco pericoloso e vietato, freme per la fuga ma, già sulla soglia, si gira a osservare implorante la madre, fissò il suo sguardo sul capopopolo. Egli, colto di sorpresa, distratto forse, non disse nulla, non fece alcun gesto. Fu sopraffatto da quella smaniosa ansietà di violenza, e senza volerlo, probabilmente senza saperlo, annuì con lo sguardo. Bastò.
La folla si mosse, animata da mille volontà fuse in una, confuse, miste negli intenti e nella chiarezza dei gesti da compiere. Solo pochissimi rimasero, come stupidi e interdetti, nel perimetro ora tragicamente buio e vuoto. La madre, con il prete sempre accanto, non piangeva più, si era accasciata interiormente, ubbidiva mansueta alle spinte esterne. Entrarono in canonica, e attesero.
Il branco percorreva le vie strette del centro di Sant’Osvaldo. Raffrenato e calcato su se stesso come il gregge che entra nell’ovile, cresceva nell’astio e nella confusione, e prima ancora che furia e violenza, serpeggiavano tra i compaesani il nervoso, la stizza, l’intolleranza per l’urto, la spinta, l’attrito. Proteste, calche, mezze zuffe. Non si sarebbe potuto dire chi guidasse l’orda. Chi stava davanti era sospinto dalle voci, dalle luci, dalle mani di chi stava dietro.
Poco alla volta la processione acquistò logica e quasi ordine. Aprivano i capifamiglia, silenziosi e scuri in volto, le giacche avvolte sulle spalle, ché in quella densità di aliti e corpi si sudava. Dietro, i maschi adulti di ogni casa, più spavaldi nelle mosse, più ferventi, carichi di frizzi e risate ardite, volutamente eccessive nel tono, a darsi coraggio nel buio che avvolgeva e quasi opprimeva la torma infiammata dalle luci delle fiaccole, arrossata dal riverbero del fuoco e dal calore dell’eccitazione. Chiudevano le donne, non molte, soprattutto le comari, le reggitrici delle case, grasse, autoritarie, sempre pronte a mettere il loro ordine su ogni luogo, su ogni problema. Vecchi, bambini, spose, erano tornati a casa e, incapaci di dormire, si rigiravano nei letti delle case all’improvviso fattesi deserte, più grandi e silenziose, tendendo l’orecchio ai rumori del bosco e della notte, cercando di intuire, immaginare gli avvenimenti dai quali, controvoglia, erano stati esclusi.
Non si sa come, né da dove, erano arrivate nelle mani dei più, oltre a nuove fiaccole, forconi, vanghe, qualche falce, mannaie. Gli attrezzi del lavoro quotidiano nei campi e nei boschi, non più appoggiati sulle spalle come nel serale ed esausto ritorno dalle opere giornaliere, erano branditi e levati in aria, minaccevolmente, a spaventare oscuri nemici certamente annidiati nell’ombra e pronti all’attacco.
Lungo il tragitto la foga dei primi momenti, mista di eccitazione e di rabbia ferina, si sedimentò, lasciando filtrare una rabbia precisa e quasi calcolatrice, non frettolosa negli atti, ma risoluta e ponderata. Il paese, senza esplicitarlo, considerava la presenza della Vecia tra di essi come un frutto ormai maturo, che va colto dal ramo al più presto, affinché non marcisca, imputridendo i frutti a lui vicini. Esattamente come la muta accettazione e, anzi, l’occasionale aiuto garantiti alla Vecia erano durati per decadi in nome di un patto collettivo non scritto ma riconosciuto come universalmente e intrinsecamente valido, allo stesso modo ora ogni singola coscienza di Sant’Osvaldo si era coesa in un magma di rifiuto e di odio forse mai assente, in tutti quegli anni, bensì a lungo covato, accresciuto nel rimorso dell’aiuto dato senza tornaconto immediato, coltivato nella costante, benché il più delle volte doma, paura del diverso, esaltato nella superiorità tracotante della comunità rispetto al singolo, della forza rispetto alla debolezza, della grassa gioventù e della saggia maturità nei confronti della vecchiaia rachitica ed ebete.
Il tragitto che dalla piazza porta alla casa della Vecia è breve, e venne ricoperto in pochi minuti. Una volta trovatisi di fronte all’orticciolo incolto, alle finestre nere e spente come orbite di cadavere, gli uomini che aprivano la processione furibonda si bloccarono, si aprirono a schiera e imposero, con gesti lenti ed autoritari, il silenzio ai sopravvegnenti, che tacquero, smorzando i borbottii dei giovanotti e il sommesso ma costante mormorio delle donne.
Vi fu un attimo eterno di incertezza e di inquietudine sospesa, durante il quale furono molti ad avvertire, netto, il desiderio di tornare a casa, considerando quella passeggiata al chiaro delle stelle una traccia sufficientemente nitida, una testimonianza già forte della loro rabbia e della loro indignazione; di più, non se la sentivano di dare, come singoli. Ma al tempo stesso, l’uscire a quel punto dal caldo abbraccio della folla, tornarsene a casa da soli, separarsi dal comune pensare, dalla sicurezza della maggioranza, dal nutrimento della mandria, avrebbe significato un atto di volontà e quasi di ribellione difficile da concretizzare, e periglioso nelle conseguenze.
Il risultato fu che anche in quel sostare incerto e quasi meditabondo della calca, sebbene non pochi fossero, più che disposti, decisi a tornarsene al letto mai così desiderato e lontano, nessuno osò separarsi dal grappolo di amici e parenti, dal crogiuolo di aliti ebbri, dalla fumigante e indistinta marea umana. Tutti rimasero in forse, attendendo il manifestarsi di una volontà forte che guidasse, ordinasse, interpretasse, non importa se giustamente o meno, il volere del paese come univoca, inscindibile realtà.
Fu quindi un fatto pressoché naturale il volgersi, poco a poco, degli sguardi verso Menico il quale, alto e fremente, si era piantato, solido come un frassino, all’imbocco del vialetto erboso che conduceva dalla strada alla porta, chiusa, della Vecia. Menico stesso, in cuor suo, per un attimo non seppe precisamente, nel dettaglio, il come e il cosa. Ma bastò ripensare alla arruffata chioma bionda del suo figlio minore, che amava scompigliare bruscamente, con fare burbero ma segretamente bonario e quasi affettuoso la sera, di fronte al fuoco, o all’espressione beata che il bambino aveva quando, dormiente, riceveva il saluto del padre che si levava col buio per andare alla segheria, perché il benché minimo dubbio venisse spazzato via, come un ago di pino dalla forza primaverile del torrente.
L’uomo inspirò quanta aria poté capire nell’ampio torace, poi, improvviso come un tuono che scoppia simultaneo alla folgore, gettando sconcerto e spavento sui presenti, gridò, anzi berciò, all’indirizzo della catapecchia apparentemente deserta: “Vecia! Vecia, dame el me putìn!” e poi aggiunse, a voce alta, ma con fermezza orribile di risolutezza definitiva e inappellabile, con sguardo vacuo e fisso: “Se no te copo”. Per la prima volta quella sera si faceva chiara allusione alla morte. Prima, nessuno aveva formulato tale minaccia a chiare lettere. Eppure né stupore né scandalo percorsero o smossero la turba astante, silenziosa eppure fremente, ansiosa: la morte, l’uccisione della Vecia aveva aleggiato nell’aria, onnipresente e ben chiara a tutti, forse solo da quella sera, forse, anzi più probabilmente, da ben più tempo. Uccidere quella donna significava comunque saldare dei conti, troppo a lungo lasciati insoluti. Non ucciderla, o comunque non ucciderla ancora, significava rinnovare un atto di misericordia che il paese accordava alla strega, a colei che tutti, da sempre e in ogni caso, sapevano capace di atti turpi.

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