lunedì 14 maggio 2012

La strìa - quarta parte -


La casa rimase avvolta nell’ombra e nel silenzio. Sembrava vuota a tutti gli effetti. I capifamiglia decisero di entrare, di forzare la porta, di prelevare la Vecia. Mandarono avanti Tomaso, il più grosso tagliaboschi di Sant’Osvaldo, tant’è che tutti lo chiamavano Cristoforo, non Tomaso. Alto quasi due metri, riusciva a sradicare a mani nude alberi giovani, e ad abbatterne di anziani con pochi, mostruosi colpi di mannaia. Cristoforo, che non aveva paura quasi di nulla, arrivò in silenzio, sforzandosi di assumere un’andatura spavalda e sicura, in barba alla paura negra che gli mangiava lo stomaco e gli segava le ginocchia, di fronte alla minuscola porta di legno annerito dal tempo. Non abituato ad altro oltre al rompere e al divellere, non passò nemmeno per la testa dell’omaccione di provare a girare il vecchio saliscendi: voleva, doveva tagliare le misere assi di legno marcescente con un sol fendente, questo era quanto il paese chiedeva, esigeva da lui, dal suo braccio. Divaricò le gambe, prese il giusto respiro, abbrancò il lungo manico di legno levigato, sollevò con ampia rotazione delle braccia e della schiena la pesante mannaia che si era fatto forgiare su misura dal fabbro, e che solo lui riusciva a maneggiare, calcolò con occhio esperto la traiettoria, sospeso come un nembo che sta per deflagrare in tempesta, solenne come la statua di San Paolo con la spada della cappella di destra della chiesa.
In quel preciso istante la porta si spalancò con forza, come risucchiata da un turbine nero. La Vecia, o per meglio dire la sua ombra, si delineò nel buio odorante di muffa dell’interno, raggiunto a malapena dal lucore delle fiaccole circostanti. Cristoforo rimase interdetto. Non aveva più il bersaglio da colpire, non sapeva cosa fare, e nel dubbio rimase come folgorato, inchiodato in quella posizione innaturale, teso nello spasmo del colpo bloccato. Dall’ombra, da quella inquietante sagoma appena delineata nell’oscurità, tralucevano, forse di luce propria, forse solo riflessa dalle torce all’intorno, due occhi freddi e minuscoli, di felino in trappola.
Alcune grida di terrore si levarono dal gruppo, che impercettibilmente si raccolse su se stesso, come la massaia che, finalmente scovato il sorcio che di notte saccheggia la dispensa, urla e sale sulla seggiola prima di decidersi a cacciarlo con la ramazza.
Cristoforo, nel trovarsi così inopinatamente di fronte al nemico, suggestionato dai racconti, dalle testimonianze di poco prima, vacillò, lui abituato unicamente ad abbattere alberi innocui. I grossi scarponi retrocedettero sul sentiero, si incespicarono sulle radici e sulle gramigne alte. Cristoforo perse l’equilibrio, e cadde all’indietro, rovinosamente, sostenuto a malapena dai capifamiglia che gli erano alle spalle. Subito punto nell’orgoglio, forse già immaginando le facili ironie da osteria sul più forte tagliaboschi abbattuto da una vecchia grande come uno scoiattolo, Cristoforo si levò subito, e quasi singhiozzando urlò ai compaesani, stravolto nei gesti e nel volto: “La me gà stregà! Ea gà i diavoi che ea ‘iuta! I me gà butà zò!”
La presunta presenza diabolica, paventata ma mai esplicitamente chiamata in causa, sconvolse immediatamente la comunità, come un turbine di vento che si infila nella porta e sconvolge l’ordine vissuto della cucina. Solo tutta l’autorità e la voce dei capifamiglia impedì il fuggi fuggi generale. La masnada fu presa da un fremito, le fiaccole oscillarono, come sul punto di cadere. L’agitazione dei primi fu spavento per i secondi e terrore per gli ultimi che, incapaci di vedere e di sentire con precisione cosa stesse accadendo, ingigantivano le mezze parole che arrivavano, e già erano convinti che il demonio stesso stesse combattendo un duro corpo a corpo con il povero Cristoforo.
La fuga disordinata sarebbe stata la soluzione che, d’istinto, ogni paesano avrebbe preso. La rabbia furente fu la reazione logica, da animale spaventato e in trappola, agli ordini tassativi e violenti che lanciarono, tra urla feroci, i capifamiglia.
Nel frattempo, la Vecia si era mossa. Era uscita dall’ombra della soglia, e ora, illuminata per intero dalle fiaccole, terrorizzava ancor di più, a causa di uno sguardo orribile e crudele, mai visto in precedenza addosso alla donna che, per di più, abitualmente camminava curva su se stessa come una vite d’inverno, mentre ora si mostrava ai suoi compaesani diritta, alta la fronte e fisso lo sguardo, e tanta era la distonia di quest’immagine rispetto alla forma consueta con cui il paese conosceva da sempre la Vecia, che ai più la donna parve gigantesca, titanica, ciclopica, orrenda, spaventevole.
Le pupille erano di un azzurro acqua, tendente paurosamente al bianco, tanto che nell’incerto riverbero della fiamma non si sarebbe potuto dire con sicurezza dove iniziava la sclera, e non pochi credettero di aver di fronte una posseduta dal demonio, a causa di quegli occhiacci apparentemente arrovesciati all’indietro. Attorno alle palpebre, fisse e sbarrate, solo rughe, una fitta selva, un labirinto, un rovaio di solchi incerti e profondi. Le sopracciglia erano scomparse, forse smangiate dagli anni o dalla pellagra. Il naso, forse un tempo fine, dritto ed elegante, su quella pergamena ingiallita e arricciata ora figurava orrendamente, come il muso appuntito e ferino del topo, e le sue piccole dimensioni quasi davano l’impressione di una piega solo un po’ più ardita e inconsueta su quel ginepraio di bizzarre irregolarità. Le labbra erano invisibili, serrate in un ghigno davvero malefico, chissà se di ira o di terrore, a quel punto poco importava, rinchiuse su se stesse come i lembi di una ferita, rincagnate dentro il foro della bocca completamente sdentata.
La Vecia parve a tutti i presenti decisamente più orrenda del solito, ed imputarono il fatto ad un qualche artificio malefico, confermando ulteriormente le proprie paure; solo in pochi pensarono che era la prima volta che la strega mostrava apertamente l’orrendo volto, senza nasconderlo sotto scialli o veli.
Dopo il primo smarrimento, sottolineato da grida, esclamazioni, mormorii di timore raffrenato, era calato il silenzio, nuovamente, e più pesante che prima, su quella scena strana e densa di drammatica violenza. La Vecia, che appariva per nulla intimorita dalla massa che occupava il sentiero di fronte alla sua casa, minacciosa e irta di fiamme e lame, fronteggiava con sguardo di ferro, freddo e inespressivo, quelli che sentiva, che si presentavano come nemici. Fece anzi un altro passo in avanti, e con una voce mai udita prima, cavernosa e chioccia al tempo stesso, proveniente dalle profondità infernali della sua gola, esclamò: “Cossa voì? No go gnente. No so gnente. No so dove che ‘l sia el to putìn, Menego. ‘Ndè via, se no…” e su questa oscura minaccia, la Vecia alzò la mano ossuta sulla folla che, impietrita, ascoltava le sue parole, e disegnò nell’aria fredda, percorsa dai bagliori metallici delle falci, dei segni di scongiuro.
Erano segni di scongiuro noti in tutta la valle, vecchi quanto le pietre misteriose adagiate in forme geometriche magiche, millenni addietro, dagli stregoni che proteggevano gli abitanti e i contadini dei borghi da demoni e lemuri prima dell’arrivo del nuovo Dio.
Ogni abitante di Sant’Osvaldo, rincasando a notte fatta dall’osteria, in alcuni punti precisi, in prossimità del pozzo in cui anni addietro era precipitata una donna, nei pressi dei crocevia, sia pur già protetti da capitelli e crocefissi, sul limitare del bosco, fremente di fruscii e rumori estranei, era solito, per farsi coraggio, tracciare con le dita dei triangoli, o delle mezze croci, o dei cerchi con strane rune, deformate dall’uso e dai secoli, all’interno. La Vecia, minacciata, non aveva fatto altro che usare le formule a lei da sempre note per difendersi da ogni tipo di male. O forse lei stessa era convinta di essere una strega, o che fingendosi strega avrebbe avuto una possibilità di far fuggire quella masnada di indemoniati.
Del resto con i decenni di esperienza alle spalle, aveva accumulato, la Vecia, una conoscenza delle piante e dei funghi del bosco che le permetteva di sopravvivere anche negli inverni più duri e negli anni di carestia. Infatti non solo sapeva quali erbe e addirittura quali muschi fossero buoni da mangiare, bolliti o abbrustoliti sulla fiamma, ma si guadagnava qualche baiocco facendo passare, o perlomeno facendo calare temporaneamente, le febbri terzane, oppure pulendo le ferite infette e gli ascessi con qualche strana mistura di radici che solo lei conosceva.
In quel momento nessuno dei paesani però riconobbe i gesti di scongiuro tanto familiari. Nessuno nemmeno vedeva nella Vecia la donna che per una moneta di rame, anni addietro, senza mai pronunciare una parola, aveva aiutato la moglie, o la vacca, a sgravarsi. Per tutti era la strega, che con l’aiuto del demonio poteva ucciderli tutti. Fu così che in molti, quando la Vecia tracciò gli scongiuri, si coprirono gli occhi, gridando e segnandosi. Fu come sollevare un vespaio, o versare grappa su un formicaio. Il clima di tensione sospesa si ruppe in un’aperta, bestiale ostilità. Il primo a muoversi fu proprio Menico, che, del tutto dimentico di aver lui stesso urlato all’indirizzo della casa della Vecia di ridargli il suo bambino, gridò, furibondo e con il ghigno sadico del cacciatore che trova la donnola con la zampa nella tagliola: “Come xé che te sè del me bocia! Ti te sé ma no te vol dir! Fame vedere in casa, strìa!” Urlando queste parole l’uomo, sempre armato della sua mazza, si era mosso, nonostante qualcuno avesse cercato di trattenerlo, dritto verso la vecchia che, resasi conto delle reali intenzioni degli scalmanati, tremò come una foglia, mentre la sua espressione, da cupa e minacciosa, si deformava in una maschera di animale in trappola, la bocca sdentata ghignante di terrore, la pupilla dilatata e impazzita, roteante nella disperata e vana ricerca del rifugio.
Cambiò tono, tornò a curvarsi su se stessa, quasi si inginocchiò, tentando disperatamente di bloccare il passo all’uomo che avanzava deciso. Si sarebbe detto che la Vecia cercasse di parlare, ma in effetti i paesani udivano solo un bisbiglio singhiozzante, anzi quasi un pigolio da pulcino, lento e continuo. Menico prese coraggio dalla resa della nemica, e arrivò in cinque passi di fronte alla porta. La Vecia sollevò le mani, cercando disperatamente di bloccare l’uomo, avvinghiandosi ad una sua gamba, piangendo, implorando, singhiozzando.
Menico, accecato dalla paura di trovare morto il figlio e dalla certezza di essergli vicino ormai, si scrollò di dosso la Vecia, non più strega malefica e onnipotente, ma minuscolo scherzo della natura, oggetto di scherno e di rifiuto. La colpì sulla schiena con il manico della mazza, non troppo pesantemente, per scostarla. La Vecia cadde riversa nella gramigna.
Il popolo di Sant’Osvaldo aveva assistito con la bocca aperta e il cuore fremente alla scena, come un branco di lupi in attesa che il maschio dominante sferri il colpo di grazia al cervo, per poi gettarvisi sopra. Non appena la Vecia cadde, inoffensiva e forse morta, i giovani si mossero, percorsi dall’ansia della gloria, dalla curiosità dell’impresa, e superarono d’un balzo i capipopolo, che, impotenti, restarono immobili e interdetti.
Un paio di ragazzotti presero la Vecia e la legarono con una corda che avevano con loro. Gli altri, raggiunto in un attimo Menico, entrarono nell’antro.
I pochi che superarono quella soglia furono subito colti da una nausea profonda, come quando si entra in una cantina nella quale è morto un topo. L’odore era fetido, di aria chiusa e putrida, opprimente di muffa e di stantio, di sottoscala e di camera mortuaria. Tutto era buio, denso e privo di ombre, compatto come una gigantesca lastra tombale di basalto. Fu Giacomo, un giovane quasi giunto ai vent’anni, a portare torcia. In un primo momento il gruppetto compatto di arditi esploratori, uno solo dei quali, ossia Menico, disperato e ansioso, fu stordito dalla luce improvvisa. Ogni ragazzo, sia pure con un sottaciuto orrore per l’impresa che stava compiendo, già pregustava con sorda eccitazione le serate all’osteria, a pavoneggiarsi con gli amici codardi che erano rimasti fuori o, peggio, a casa, e soprattutto le notti lunghe ai filò, quando la sua morosa, o la ragazza alla quale non si era ancora dichiarato, l’avrebbe guardato con ammirazione, mentre lui narrava ai bambini sonnacchiosi l’avventura, non potendo certamente negargli più oltre i suoi baci e il suo amore.
Mano a mano che il gruppo riguadagnava la vista, la delusione colse ogni animo. Di fronte ai loro occhi, una semplice stanzetta, un unico, basso locale, nel quale la Vecia viveva la sua vita squallida. Il pavimento, in pietre piatte, era lurido, coperto da una densa patina scura di secoli di polvere. Su una parete, un semplice camino, ottenuto con pochi pietroni, come in ogni casa di Sant’Osvaldo. A un lato del camino vi era un letto, o ciò che ne restava, cioè un giaciglio di paglia e di foglie di pannocchia. Sull’altro lato, un tavolo con un’unica sedia. Sopra il tavolo, una brocca scheggiata e quasi inutilizzabile, qualche mestolo di legno, una scodella. Niente libri magici, niente effigi diaboliche, niente caproni e, soprattutto, niente bambini.
L’unica nota di originalità era data da alcune treccioline di erbe poste a seccare sopra il camino. Ma dopo una prima analisi il gruppo si rese conto che erano normalissime erbe di campo, di quelle che le comari usano per profumare le zuppe o i pochi arrosti che si mangiano durante l’anno.
Menico era dilaniato dal dubbio. Nel suo cuore era certo di trovare suo figlio in quella casa maledetta, ma i suoi occhi lo tradivano, mostrandogli una realtà deludente e vuota. L’uomo tremava, ansimava forte, reggendosi alla sua mazza ferrata. Quasi gemeva, e tratteneva le lacrime solo per la presenza degli altri uomini.
Dopo un attimo di generale scoramento e dubbio, i più intraprendenti si diedero a girovagare per il locale, dando un’occhiata dentro al camino, rovistando nella paglia del letto, scrutando sotto il tavolo e le sedie. Fu quello della fiaccola, Giacomo, ad accorgersi, per avervi posto sopra il piede, che una pietra del pavimento oscillava abbastanza vistosamente. Richiamò l’attenzione dei compagni, e, consegnata la torcia ad un fratello, sollevò il pietrone senza troppa fatica. Comparve ai loro occhi un’apertura nel pavimento, di quelle che spesso gli uomini di Sant’Osvaldo praticavano per accedere alla dispensa sotterranea, una ambiente che, nel freddo della terra di montagna, conservava i cibi anche per tutto un inverno e per buona porzione della primavera.
Scoperta quella tana, gli uomini tornarono a tremare, e tentennarono, guardandosi di sottecchi, non osando avventurarsi in quel buco, nero ed irto di chissà quali trappole. L’unico che non esitò fu Menico. Di nuovo speranzoso, con un’espressione trasognata e omicida stampigliata sul volto e resa tremenda dal taglio obliquo della luce della fiaccola, scansò chi gli ostruiva il passo e, sempre ansimando miserevolmente, si gettò, fattasi dare la torcia, nell’antro. Il gruppo di giovanotti coraggiosi rimase in cerchio, nel più totale e sospeso silenzio, attorno a quell’antro ora illuminato di un fioco bagliore, che disegnava cupe ombre e rilievi strani nella casa rimasta al buio.



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