sabato 28 aprile 2012

La stria - seconda parte -



Un pomeriggio di settembre, con un cielo così blu da sembrare viola, mentre a poca distanza dal paese, sopra al bosco già macchiato di giallo e di rosso, le mandrie si preparavano a tornare a valle, con i bovari che senza fretta, con un ritmo erede dell’eternità, richiamavano gli animali, mormoravano tra loro, godendo dell’ultimo fresco tepore montano, prima di marciare lenti verso le nebbie della pianura, dei cinque fratellini figli di Tonia e del Menico, andati come al solito a giocare al torrente, rincasarono solo in quattro.
Alle domande preoccupate e convulse della madre, che ben conosceva i rischi del bosco e dell’acqua, che ogni anno portavano via almeno una vittima nel loro abbraccio di morte, i quattro fratelli avevano risposto frammentariamente e in lacrime, dicendo che Tommasino, il più piccolo, a un certo punto si era allontanato verso il folto, mentre loro cercavano di prendere delle rane, ed era scomparso nel nulla. Erano andati a cercarlo, ma non avevano trovato che foglie secche e ombra. Allora avevano avuto paura, ed erano corsi a casa.
Subito la madre corre a chiamare il marito, che lavorava alla segheria, tre chilometri a valle.
L’ultimo sole, di un giallo oro degno dei migliori campi di grano, dipingeva di bagliori sanguinolenti, violacei e innaturali, le crode più alte e inaccessibili, dove i ghiacciai, raggiunti i loro livelli minimi con il caldo agostano, quasi fremevano, brillavano, tintinnavano come cristalli nella prima brezza serale, impazienti di tornare a dominare le nude rocce per un altro inverno. Davanti alla casa della Tonia e del Menico si era radunata una piccola folla, complice, più che l’effettiva preoccupazione, il fatto che ormai i lavori e le opere andavano abbandonati, dopo il lento suono della campana dei vespri, i cui ultimi rintocchi si spegnevano, rimbalzando con forza sempre minore lungo le pareti strette della valle.
Il padre aveva organizzato una squadra di ricerca. I posti pericolosi del bosco vicino si conoscevano bene, da sempre. C’era il gorgo del torrente, ma era molto più a monte di dove i figli della Tonia erano soliti giocare. C’era la voragine lasciata da un gigantesco pino, sradicato dal peso dell’eccezionale nevicata di tre anni prima, ma era vuota. Ogni forra, ogni pozzo, ogni anfratto fu controllato, inutilmente.
Alle dieci di sera il paese si ritrovò in piazza, nel buio, a mani vuote. Le poche fiaccole disegnavano sulle pareti bianche della canonica ombre torbide e tremule, le espressioni erano rese taglienti e insicure dalla luce fioca, ondivaga, quasi anch’essa impaurita. Al centro di un semicerchio creatosi quasi automaticamente, stavano i genitori, con il prete. La madre era abbandonata sulla spalla esile del sacerdote, che con poche parole sommesse cercava di offrire consolazione. Il padre invece, armato di una pesante mazza dalla quale non si era separato uscendo dalla segheria, incuteva timore. Pallido, stralunato, i capelli madidi, cascanti sulla fronte in malo modo. La barba lunga lasciava appena intravedere le labbra tese, socchiuse in una orrenda maschera di rabbia cieca, da bestia nel travaglio. Il naso affilato, fremente quasi ad odorare l’aria, alla ricerca di tracce sempre più insperate, saliva fino agli occhi, sbarrati e liquidi, cristallizzati in un’espressione di ebete omicida.
Il silenzio regnava, eccezion fatta per il crepitio lento ed uguale delle fiaccole, il raro sbattere degli zoccoli sul selciato, qualche colpo di tosse, un sospiro subito raffrenato, come se fosse vergognoso turbare quel quadro di immobilità, così innaturale per il paesello.
Ad un tratto, come un fulmine che, inatteso, schianta una casa, come l’onda di piena che rugge e dirompe dove pochi attimi prima volava tranquilla la libellula, un nome venne mormorato, nel silenzio già funebre degli astanti, sorgendo dal buio del perimetro esterno del gruppo, laddove la luce delle fiaccole arrivava poco e male: “La Vecia! L’è sta ela!”
Fu come se uno sciame d’api si fosse librato contemporaneamente dal proprio alveare, volando all’intorno senza tregua. La voce non aveva ancora taciuto, che la massa di persone fu scossa, si mosse, ondeggiò pericolosamente, fu sul punto di sfaldarsi. Allo stupore fecero eco mille voci, bisbiglianti, esclamanti, irridenti. Vi era chi domandava, chi inveiva, chi già si dava a chiosare, a compendiare, a completare la voce che aveva scatenato quella babele. Voci di donna, si cercavano tra loro, a mezza bocca, cicaleccianti, ora alte ora basse, parlando fitto fitto, lasciando poche pause, interrompendosi ed accavallandosi senza tregua tra loro. Voci d’uomo, lente e fatte tarde dalla stanchezza, si davano a ragionamenti circolari, a considerazioni, o a sbuffi inconsulti di bestemmie dimentiche della presenza del prelato, impotente di fronte alla masnada incontrollata e incontrollabile. Vi era chi, per età o autorità, cercava di imporre il silenzio ai suoi circonvicini, iniziava un ragionamento, un’arringa, ma veniva, se non ridotto al silenzio, sovrastato da onde concentriche provenienti da altri punti della piazza gremita, i suoi ascoltatori si giravano altrove, riprendevano piano il discorso lasciato a mezzo, contraddicevano con mosse, gesti, occhiate.
La folla si stava per trasformare in calca, in turba. Come un improvviso scroscio d’acqua, non incanalato nei giusti alvei, si perde in mille rivoli incontrollati ed inutili, la voce aveva generato un caos anarchico e disordinato, destinato a smorzarsi e a morire come il moccolo incerto di una candela.
Fu una voce, non umana nel tono e nella violenza, a rigettare l’assemblea indisciplinata in un silenzio non più rispettoso e raccolto, come prima, ma piuttosto atterrito e devoto, da mandria ubbidiente. Era stato Menico, irriconoscibile nei gesti e nei movimenti, animato come da scosse elettriche, a scatti rapidi e inconsulti, a urlare, imponendo il silenzio. “Chi ha parlato!” sbraitò, menando la mazza verso il punto della piazza da cui, almeno così pareva, si era levata la prima voce.
La folla, come il Mar Rosso di fronte al bastone ferrato di quel nuovo, crudele Mosè, si fendette immediatamente. Solo, tremante forse per paura forse per l’effetto del riverbero incerto delle poche luci, rimase Sebastiàn, l’ubriacone del paese. Si guardava attorno smarrito, lucido l’occhio e rosso il volto, vuoi per la vergogna, vuoi per la grappa che sull’autunno incipiente si fa bere più volentieri con quel venticello, frizzantino come il verduzzo, che raffredda il naso.
Non era mai capitato che Sant’Osvaldo tutta insieme pendesse dalle labbra di uno dei suoi ultimi, dei suoi bersagli preferiti, un vizioso che beveva all’osteria tutti i pochissimi soldi che tirava chissà in che modo. Già qualcuno cercava, di sottecchi, lo sguardo del compare, dell’amico o della moglie, per condividere silenziosamente l’assurdità di quella situazione. Ma la folla era come inanimata, succube degli eventi, così innaturali, dominata e anzi tiranneggiata dalla folle volontà di lucido assassino di Menico che, persa la ragione, annegata nel fiotto della disperazione e del dolore, agiva in nome di un preciso sentire nero e opaco, come schiavo di un macigno che gli gravava sullo stomaco e sulla cassa toracica.
Percorse a passi traballanti e secchi, simili al movimento del ragno sul muro, il corridoio umano che si era aperto al suo grido. Arrivò di fronte a Sebastiàn, che, retrocesso per paura e inibizione ad ogni passo del corpulento carpentiere, ben presto si era trovata la via di fuga sbarrata dal muro solido di una casa, e vi aveva incollato le spalle come potrebbe fare un condannato in attesa del plotone di esecuzione.
Menico, in un silenzio sospeso e carico di presagi di sangue, arrivò di fronte a colui che per primo, e pure così tardi, aveva parlato. Appoggiò la mazza per terra, continuando però a tastarne con polso fermo l’impugnatura, si piantò a gambe larghe, gonfiando il torace in tutta la sua ampiezza, a pochi centimetri dal minuscolo Sebastiàn, impallidito come un cencio di fronte a tanta furia.
Menico disse solo: “Parla”. Ma le parole, risonanti nella piazza gremita con eco vuota, come emesse da una campana, o da misteriosi effetti sonori in una grotta, impaurirono più di una lunga sequela di insulti e minacce.
“Mì no so ben”, iniziò balbettando Sebastiàn, che nervosamente si passava e ripassava la mano tremante sul mento, a tastare la lunga barba unta e sporca di cibo e di vino “ma me pararìa de ‘verla vista ancuò, sol torente, soe do pasà mezodì”. Menico non pronunciò una sola parola, non si mosse. Come se Sebastiàn non avesse nemmeno parlato, aspettava, taceva, osservava con sguardo vitreo. Sebastiàn, interdetto, si guardò attorno, cercando silenziosamente un aiuto che non gli giunse. Il paese fissava e taceva, inquisendo tacito.

- fine seconda parte -

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