lunedì 23 aprile 2012

La stria - prima parte -

Macbeth e Banquo incontrano le tre streghe

Il suo nome, per tutto il paese, era, da sempre, semplicemente “la Vecia”. Nessuno sapeva o mostrava di sapere come si chiamasse realmente. I più vecchi delle famiglie, interrogati nelle lunghe notti invernali passate al caldo, nelle stalle, dai nipotini, curiosi e avidi sempre delle stesse storie, affermavano, con tono misterioso e voce sommessa, che la Vecia non aveva parenti, non parlava con nessuno, e, soprattutto, che non era mai stata giovane, a memoria loro. Doveva avere cento anni e più, a conti fatti.
La si vedeva poco, ma sempre nei soliti punti. Al pozzo, con una grande giara di terracotta sbeccata lungo l’orlo, ormai più grande di lei, vecchiaccia piegata in due dal tempo come un albero dal fulmine; dal fornaio, una volta alla settimana, a prendere il poco pane che consumava, pagandolo, senza mai pronunciare una parola, quasi che col negoziante avesse stipulato un contratto segreto, con monete rugginose e piccole, che estraeva da tasche invisibili della sua gonna lercia e vetusta, di stoffa grezza che forse, un tempo, era stata verde.
I suoi abbigliamenti possibili, o per meglio dire gli unici che da sempre le si vedevano addosso, erano due. D’inverno era perennemente avvolta in un pesante scialle di lana nera, che copriva ogni sua forma residua, ad eccezione appunto del gonnellone, lungo fino ai piedi, ampio e pesante come un arazzo; d’estate il gonnellone restava quello, mentre, al posto dello scialle di lana, la Vecia indossava, sopra una camicia a fiori, o per meglio dire a macchie colorate, dei fazzolettoni in cotonaccio azzurro, che periodicamente, ogni cinque o sei anni, si procurava nuovi al mercato del santo patrono, quando dalla lontana pianura saliva fino al paese un coraggioso rigattiere, grasso e rubizzo, armato di carretta e di ciuco, e riforniva il borgo di Sant’Osvaldo, perso in una valle fino a pochi anni fa senza nome né fama, oggi un semplice puntino perso nell’angolo più estremo di una cartina stradale, di ogni genere di beni, dagli spilloni alle stoffe grezze ai tegami di rame.
La Vecia si poteva però incontrare anche in un ultimo posto, sebbene lì nessuno avrebbe mai voluto vederla. Infatti i vecchi raccontavano ai bambini storie terrorizzanti di incontri, avuti da sfortunati compaesani, con la Vecia, di notte, nel bosco. Nelle stalle del paese si mormorava che la donna, sempre vissuta sola, senza figli, né marito, né genitori da piangere nel piccolo cimitero fiorito di croci attorno alla chiesa, una volta al mese, con la luna nuova, usciva, nel buio più totale, a mezzanotte, per andare in un punto preciso nel bosco, in corrispondenza di strane pietre dalle forme bizzarre e misteriose, dette lumaciac nella parlata del posto, ad evocare spiriti malvagi, forse il signor Zampadicapra in persona!
Insomma, una strìa. Nella vita tranquilla di Sant’Osvaldo la presenza di una strega era accettata e in fin dei conti tollerata. La Vecia, con la sua solitudine marcata a fuoco sulle rughe profonde del volto, scavato come un pino secolare, o come le rocce della cascata Zorlandina, con l’indifferente e ormai secca tristezza, ombra di probabili e cocenti dolori, ora lontanissimi, chiusi a chiave nelle stanze del passato, sempre tralucente dalla palpebra socchiusa e dalla pupilla velata dalla cecità senile, era il simbolo concreto e presente del dolore e dell’abbandono, simbolo, in fin dei conti, necessario ad ogni abitante del piccolo borgo, per potersi ritenere fortunato ad avere una famiglia, dei figli, per potersi stringere con gratitudine e sicurezza, di notte, mentre fuori nevica in silenzio, nel caldo abbraccio del coniuge, sotto metri di piume e di lana, pensando alla buia e lercia catapecchia, alle porte di Sant’Osvaldo, da cui ogni tanto la Vecia usciva, e al suo letto vuoto, freddo, disperato.
Anzi, quando, specie d’autunno, dopo i primi freddi, o in primavera, quando il sole, ancora mascherato d’inverno, gioca brutti scherzi ubriacando con i suoi raggi velenosi l’incauto che si scopre anzitempo, la Vecia non si vedeva per più di due settimane, non era difficile vedere qualche comare lasciare davanti all’ingresso del suo orto, un pezzaccio di terra ormai tutto pietre e rovi, un involto con qualche uovo, magari una gamella di latte, o una fascina di legna da ardere. La Vecia non parlava, non ringraziava nessuno, sempre attenta a non cadere, incespicando sulla sua gruccia di legno ormai consunta dal tempo quasi quanto la padrona.
Tale ostinazione attirava le ire e raddoppiava le maldicenze tra le donne del paese, nessuna delle quali, del resto, osava darle il saluto o rivolgerle una domanda. Esattamente come la sua casa, la Vecia era ai margini della comunità, ne faceva parte, ma non del tutto; era accettata e in certi frangenti anche aiutata, ma era palese nei suoi confronti un clima di sotterranea diffidenza, tendente all’ostilità rancorosa.
Il prete non ne diceva nulla, intento più che altro a guidare alla bellemeglio il suo gregge di anime, confessando e raramente consigliando le donne che venivano a piangere in canonica quando i loro mariti, rincasati ubriachi, le battevano, troppo appassionato al suo piccolo frutteto, vera ragione di vita e orgoglio di fronte a ogni laico del borgo, per perdersi dietro alle malelingue e alle mille maldicenze che, si badi bene, non investivano solo la Vecia, ma a turno anche Sebastiàn, il vecchio ubriacone già alticcio all’alba, che forse rubava qualche pollo qui e lì per potersi permettere l’ombra di rosso la sera; la Teresina, figlia della Carola di Vanni, che l’anno avanti, durante la mietitura, pare fosse scomparsa nella pausa del pranzo da mezzogiorno alle due prima con Marco e poi con Antonio, i due figli giovani e forti del capopopolo; Giacoma, vedova di un boscaiolo morto sotto a un grosso faggio, che guadagnava la pagnotta non solo facendo l’elemosina nei paesi delle vallate limitrofe, ma anche facendo la gatta morta con qualche viandante o con i pastori dei masi alti, in cambio di un formaggio o di un pane di burro.
Il capopopolo, dal canto suo, faceva finta di ignorare il problema, e forse non aveva tutti i torti, giacché problemi veri e propri non ve ne erano mai stati, a memoria d’uomo, con la Vecia. Però lui, a differenza del prete, arrivato a Sant’Osvaldo trent’anni prima da una lontana parrocchia di pianura, era nato e cresciuto nel paese, e conosceva benissimo tutto ciò che, più che dire apertamente, si mormorava nei riguardi della donna misteriosa. Quando una vacca stava male, prima che chiamare il veterinario dal capoluogo vicino, prima ancora che bruciare un ramo d’ulivo pasquale o accendere una preziosa candela all’immagine di Sant’Antonio abate, si trinciavano nell’aria greve della stalla, davanti all’animale malato, certi segni strani, il cui senso era ignoto a tutti, anche ai più anziani, ma che di sicuro cacciavano via le forze del male, e potevano giovare alla bestia. Ma siccome nulla viene per niente, capitava sempre nella stalla sfortunata, mentre le donne recitavano il rosario a turno e a mezza bocca, una comare, che puntualmente gettava lì, tra un’Ave e l’altra, di aver visto, la sera o due sere prima, la Vecia camminare nei pressi della greppia.
Bastava poco, una parola, un accenno, e subito l’indiziata, la presunta, anzi, la colpevole del tutto, si trovava. Non si faceva nulla in concreto, a parte, appunto, una serie complessa di rituali di scongiuro, anche perché tutti sapevano che è rischioso andare direttamente contro una strega, familiare del diavolo e in grado di fare ben altro che gonfiare lo stomaco a una vitella; però in molti si ricordavano che nei decenni passati, in occasione di alcune sciagure – uomini colpiti dal fulmine, grandini che rovinavano i raccolti a giugno inoltrato – la Vecia era stata presa di mira, e che talvolta aveva evitato le legnate per un soffio. Erano più che altro leggende fiorite sulle leggende: si diceva che, inseguita dal popolo furente, la Vecia era corsa con velocità inaspettata nel bosco, fino ad una certa radura, dove era scomparsa in una voragine, apertasi immediatamente sotto i suoi piedi, oppure che era uscita volando e soffiando come un gatto dalla cappa del suo camino, quando erano andati a bussare alla sua porta per chiederle conto di sospetti e colpe.
Nessuno, ovviamente, si domandava perché, nonostante questi tentativi di linciaggio, la Vecia fosse sempre tornata alla sua catapecchia. Quello era il suo posto. Sant’Osvaldo era il suo posto. E il paese si accontentava che la Vecia, nella realtà o più frequentemente nei racconti da filò, recitasse il suo ruolo, senza fare domande, paga della sua solitudine.
Sulla sua pelle, esattamente come il tempo aveva inciso le rughe, il paese aveva scavato le storie, fòle senza capo né coda per lo più, ma che, raccontate nei filò quando fuori il vento fischiava, davano un brivido anche agli adulti. Storie di fulmini e pozzi profondi, di fughe e rituali malefici, ma anche storie di bambini, i nipoti che la Vecia avrebbe allevato dopo la morte della sua unica figlia, una ragazza bella e buona quanto la madre era brutta e malvagia. Chissà com’era morta quella povera ragazza, di cui ormai solo i più vecchi serbavano sbiadito ricordo, e chissà, chissà quei bambini, che nessuno del resto aveva mai visto, forse gelosamente custoditi dalla nonna strìa, forse mai esistiti se non nell’aria densa del fiato delle vacche su cui le storie aleggiavano, pesanti e uguali a se stesse, nelle eterne notti invernali.
Comunque, per non saper né leggere né scrivere, le madri di Sant’Osvaldo, oltre al babau o al Nano cattivo della foresta, per ridurre all’obbedienza i bambini riottosi e restii al sonno, potevano chiamare in causa anche la Strìa, che certamente passava di notte lungo le vie buie del paese a cercare i fanciulli rimasti colpevolmente svegli, per portarseli via.

- fine prima parte -

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