mercoledì 11 aprile 2012

Incontri sul Grappa - seconda parte


La settimana mi ritrascinò come sempre nel vuoto profondo delle abitudini, e non pensai quasi per nulla ai passati incontri. Mercoledì arrivò all’improvviso, ripiombandomi in una dimensione vagamente inquieta e curiosa. Il novembre avanzato aveva in settimana già imbiancato delle prime nevi le cime più alte del massiccio. Pioveva e faceva freddo in pianura, ma non potevo mancare quel giorno. Era la prova definitiva, era il momento rivelatore di una fitta trama di rispondenze e di domande tessuta nevroticamente senza che me ne rendessi conto nei giorni passati. Decisi di salire in auto fin dove potevo, per non rischiare nulla nel ritorno. La prudenza era stata utile, infatti al Berretta il freddo umido era insostenibile e i fiocchi cadevano radi, o meglio, pareva restassero sospesi nella fitta nebbia di nuvole basse che avvolgeva ogni cosa in un manto di velluto grigio. Se non avessi conosciuto quei prati così bene, non mi sarei staccato dal bianco rassicurante del sentiero tanto facilmente. La visibilità era davvero minima. Iniziai a percorrere il sentiero immaginario fatto tante volte negli anni passati. A tratti fiocchi più densi di nube nascondevano anche l’erba ai miei piedi, dandomi a tratti la spiacevole impressione di camminare in un limbo eterno e senza tempo. Non un rumore, oltre al costante vibrare del vento nelle orecchie. I radi fiocchi assorbivano ogni eventuale suono, precipitandomi nel più cupo silenzio. Mi resi improvvisamente conto di avere paura. Non della montagna, né di una caduta. Temevo chi poteva da un momento all’altro emergere dal nulla di fronte a me, pronto a parlare. Non ero poi così sicuro di esigere quelle risposte. Anche perché, mi dicevo, se quell’uomo saliva a piedi lungo quei pascoli, in una giornata del genere, allora era proprio pazzo.
Il tempo forse continuava a passare, e io avevo descritto un’infinità di ellissi attorno alla mia automobile, allontanandomi sempre di più. Non mi ero reso conto di rallentare poco a poco i miei passi, e quando mi fermai ebbi un sobbalzo, spaventato da quella strana reazione del mio fisico. Mi accovacciai nel mezzo di quell’oceano di nulla, pensando al calore della cucina di casa, dove con ogni probabilità mia moglie, in quel momento, stava scaldandosi la colazione. Rabbrividii, ormai più che convinto a fuggire verso il noto, la luce e il tepore domestico. Mi alzai nuovamente in piedi, e fu in quel preciso istante che lui mi apparve dinnanzi. Devo scrivere esattamente che mi apparve, poiché emerse dalla nuvola a meno di due passi da me, senza lasciarsi preannunciare da passi, né da fruscii di vestiti. Ricordo che fui letteralmente terrorizzato quando mi resi conto che indossava esattamente le stesse cose della settimana prima. Scarponi vecchi quanto le montagne, blusa e pantaloni di un colore grigiastro indefinibile, camicia un tempo forse bianca, ora giallastra, dalla foggia quanto meno inusuale. Niente cappello, niente guanti, niente sciarpa. Quell’uomo doveva avere un freddo della malora, invece eccolo lì, di fronte a me, non un brivido nelle membra, uguale a se stesso in tutto e per tutto, tranne che per la postura. Infatti il suo volto non era più chinato a cercare oggetti o strade smarrite, ma era dritto, aperto, gli occhi fissati nei miei. Gli occhi. Non erano occhi. Erano orbite vuote, abissi senza fondo, bocche di pozzi scavate in terreni senz’acqua. Ho veduto pochi cadaveri nella mia vita. Quell’uomo aveva gli stessi occhi di mia madre nel momento del suo trapasso. Specchi in procinto di emanare l’ultimo riflesso di vita, ormai opachi. E, come quelli di mia madre, anche gli occhi di quell’uomo ora fissavano i miei. Non avevano alcuna espressione, non porgevano nessuna domanda, non interrogavano né inquisivano. Nondimeno, notai, distogliendo meccanicamente il mio sguardo dal suo, che la fronte appariva ora distesa, non flessa nel fitto reticolato di rughe che le volte scorse avevo visto, o solo immaginato.
Il tempo ora senza alcun dubbio si era fermato. Eravamo io e lui, nel nulla. Una parte di me era fuggita al suo apparire, scivolata dallo scolo della mia razionalità. Avvertivo freddo profondo alle gambe, alle braccia. Come dopo una trasfusione, ero in procinto di accasciarmi privo di forze. Sostenere per pochi secondi il suo sguardo senza fondo mi aveva debilitato, e ora mi sentivo come il bambino che dal nido sicuro del suo letto ascolta narrazioni orrorifiche con piacere intestinale. Se avesse voluto, quell’uomo avrebbe potuto tramortirmi e liberarsi senza problemi del mio corpo. Eravamo soli, e io, oltre che assolutamente impotente, ero in devota attesa. Il filo delle passate settimane era in procinto di annodarsi, o di spezzarsi definitivamente. L’uomo non disse una parola. Nel suo ondeggiare, nel parere quasi in procinto di muoversi verso altre destinazioni più urgenti, dava un senso di inquietudine e di pena. Come da un’eco del suo sguardo intravidi una richiesta, gentile. Dalle sue labbra ora socchiuse doveva emergere un suono, un qualsiasi suono che rompesse quella paralisi che solo a lui spettava infrangere. Invece quel volto nella nebbia poco alla volta si atteggiò a richiesta, quasi a scusa, ma al tempo stesso capivo dall’urgenza che trasudava da ogni poro di quella che ormai sapevo essere visione, che la sua richiesta non poteva essere elusa.
“Te ghe sì de sora”. Questa voce, nuova eppure nota da sempre, forse riecheggiò solo nelle stanze della mia immaginazione. Forse, concentrato sui suoi occhi senza luce eppure così carichi di esperienze e di impellenze ormai inesplicabili, non mi resi conto delle parole che uscivano dalle sue labbra. A tutt’oggi non so dire se quell’uomo mi parlò, oppure se il nostro sia stato un dialogo muto. Certo è che, fatto un passo indietro, la nebbia si portò via il mio amico del Col della Berretta. Rimasi fermo credo per alcuni minuti, o per diverse ore. Fu una sferzata di vento più forte delle altre a richiamarmi al mio corpo, al freddo, alla fame, alla voglia di muovermi verso casa, verso l’affetto. Mossi un passo. Mi fermai. Guardai in basso. Erba. Ero nel mezzo di un prato, a diverse decine di metri dalla traccia vacua del sentiero. Ricordai, e caddi in ginocchio. Con l’aiuto del coltellino svizzero ruppi il manto verde e giallo, smossi la zolla umida. Mi aiutai con le unghie, sentii il freddo granuloso sotto le dita. Scavavo, e non sapevo nemmeno perché di preciso. Ubbidivo a un suggerimento interiore, a una volontà atavica. Incontrai un sasso, che smossi a fatica. Continuai per pochi secondi a scavare, poi mi bloccai. Le dita e la lama del coltellino avevano incontrato, lungo la parete della buca, a pochi centimetri dalla superficie, un oggetto freddo e metallico, dal contorno apparentemente regolare. Lavorai poco per estrarlo. Era una scatola, una scatola di piccole dimensioni. La ruggine e i detriti terrosi la chiudevano ermeticamente.
Tornai a casa senza pensare. Mi stupii quando, ormai in garage, mi resi conto di non essermi nemmeno tolto i pesanti scarponi per guidare, come di solito faccio. Non conservo alcuna memoria del mio viaggio di ritorno. Andai a chiudermi nel mio studio. Sporcai una pila di libri, liberando frettolosamente la scrivania con le mani ancora sudice di terra. Era lì, di fronte a me, non più sui pascoli gelidi avvolti di bianco ma sulle calde tonalità dello studio, illuminato da una lampada da biblioteca, che irradiava tenue luce verde. Come nella migliore tradizione del libro giallo, si era dunque giunti al reddere actionem.
Mi rendevo conto, col senno del poi, della vicenda ancora fosca di cui ero stato partecipe e della quale ora mi trovavo, forse, ad essere risolutore. Indubbia la relazione tra l’uomo sconosciuto e quella scatola metallica che andavo nervosamente rigirando tra le mani. Non essendo stato in grado, nell’arco di quasi un mese (non così tanto tempo tutto sommato) di raccogliere la benché minima notizia circa l’uomo, era chiaro che la chiave di volta di tutta quella vicenda (ma perché vicenda? Perché non poteva essere la semplice casuale associazione di eventi fortuiti?) DOVEVA trovarsi nella scatola.
Mi decisi. Afferrai con mani nervose il tagliacarte di ottone. Tentai la linea rugginosa che segnava il punto in cui il coperchio si saldava al corpo della scatola tremenda. La tensione mi fece mal ponderare lo sforzo, e il tagliacarte sfuggì alla mia presa, cadendo per terra. Più calma. Tornai con maggiore delicatezza a sforzare l’apertura. A giudicare dal grado di consunzione del metallo e dalla difficoltà con cui le due parti, ora unite in un solo corpo, tornavano ad essere discrete, doveva essere un bel pezzo che quei pochi grammi di latta giacevano sotto l’erba del Grappa. Lasciai perdere il tagliacarte. Avvolsi la scatola in un panno con il quale pulivo il dorso dei libri una volta a semestre, impugnai un grosso fermacarte in marmo (molto brutto, e quindi sacrificabile in un momento del genere) e colpii l’involto come Caino dovette colpire la testa del povero fratello. Sentii e vidi la sagoma all’interno del panno cambiare forma, come perdere consistenza. Era aperta. Deposi il fermacarte, che sfortunatamente non si era nemmeno scheggiato, e con il cuore in gola svolsi il panno. In un primo momento faticai a comprendere cosa mi trovassi di fronte. Poi, uno alla volta, riconobbi gli oggetti, o perlomeno li intuii. Poche monete, una piastrina di metallo rugginoso e smangiato.
Iniziai dalle monete. Erano pochi centesimi del Regno, datati 1908 e 1910. Perlomeno avevo il termine post quem. Ma anziché chiarire la vicenda, questa nuova scoperta la rendeva ancora più sconcertante. Che tipo di relazione poteva mai avere l’uomo veduto in Grappa con una scatola lasciata sul Colle della Berretta dopo il 1910? La risposta, ovviamente, si profilò subito nella mente, ma la sua totale irrazionalità mi sconcertò, obbligandomi a ritirarla dal piatto di puntata. Mi limitai, per il momento, a rinviare la risposta o le risposte possibili a momenti almeno più tranquilli. Mi concentrai sulla piastrina di metallo. Era proprio quello strano oggetto a dare delle risposte. Appena percettibile dai polpastrelli, sulla superficie di metallo correva un'incisione. Accesi la lampada della scrivania. Feci piovere la luce in obliquo sulla piastrina, cercando di far risaltare quelle lettere lasciate appena galleggiare dal tempo. Dopo mezz’ora buona di letture, riletture, correzioni, confronti interni e mille congetture, scrissi quella che, con una certa sicurezza, potevo dire essere la soluzione all’enigma:
27° Corpo 23° divisione fanteria. Fante De Lago Diodato. Posai la penna sulla scrivania. Contemplai in silenzio, a lungo, quel nome, quelle coordinate militari.
Un lampo di fredda, clinica consapevolezza mi attraversò la mente. Come il paziente di fronte alle fredde cifre del referto medico non può che accettare di avere un tumore, così la mia mente non poté che accettare ciò che, forse, avevo solo finto di non capire fino a quel momento. Mi alzai meccanicamente, andai alla libreria, scorsi con dita tremanti i volumi nel settore di storia moderna e contemporanea. Cercavo un volume, uno solo. Lo vedo, lo prendo: Storia Illustrata della Grande Guerra, autori vari, edizioni tipografiche di Stato. È un grosso volume, di quelli che vendono nei centri turistici, o nelle librerie Demetra aperte fino alle undici di sera. Lo apro, lo sfoglio rapidamente, non cerco una foto particolare. Mi basta vedere… ecco. La didascalia sottostante la grande immagine in bianco e nero recita: fanti in trincea presso l’Isonzo, e poi una data. Non mi interessa la data, né l’Isonzo. Mi interessano i soldati, e più in particolare il loro abbigliamento. L’ultima ombra di speranza scompare dietro la mente. Le scarpe, la giubba, i pantaloni, il camiciotto. Tutto torna con drammatica, filologica esattezza.
Siete sicuri che riconoscereste immediatamente un uomo in abbigliamento medievale mentre cammina per il centro di una città il sabato pomeriggio? Ricordo di aver letto su una rivista specializzata di un esperimento condotto negli Stati Uniti da un gruppo di psicologi, per testare la forza delle convenzioni sociali sul soggetto. Si trattava di due test gemelli. Nel primo dei soggetti venivano invitati (così veniva detto loro) a una festa in maschera, nella quale in realtà gli invitati erano vestiti secondo la moda vigente. Nel secondo test veniva introdotto in un ambiente affollato (un buffet di lavoro) un individuo mascherato da nobiluomo del ‘600 spagnolo, con il compito di descrivere un giro completo del locale. Ebbene, nel primo test il 65% dei soggetti affermava di aver effettivamente riconosciuto nell’ambiente nel quale erano stati introdotti degli uomini e delle donne in maschera. Nel secondo addirittura il 70% dei soggetti asseriva di non aver per nulla notato l’uomo mascherato.
Siamo figli di una società complessa, condannata, per sopravvivere a se stessa, ad affidarsi a segni, convenzioni. Sul Col della Berretta mi si era presentato davanti in tre occasioni distinte un uomo che indossava una divisa della fanteria dell’Esercito italiano in armi durante la Prima guerra. Non certo una divisa nuova fiammante. Non aveva medaglie, né berretto. Ma individuata come tale, non restavano dubbi. Eppure per ben tre volte (e l’ultima addirittura da pochi centimetri) non avevo ravvisato la realtà. No, per meglio dire, la realtà, così come ero abituato a percepirla, non mi aveva consentito di metabolizzare un così eclatante scarto dalla norma. Forse è stato meglio così. Capire subito sarebbe stato un colpo troppo forte, avrei rifiutato a priori la faccenda per intero.
Dunque: in qualche modo che restava ancora da chiarire quell’uomo sconosciuto aveva contribuito al mio ritrovamento di quei reperti interessanti ma non preziosissimi. Ogni anno, da sempre, il Grappa, come tutti i monti della Grande Guerra, restituisce al mondo, ma poco per volta, con il ritmo indifferente degli esseri che toccano con mano l’eternità, tracce del conflitto, armi, vettovaglie, trincee, cadaveri. Avevo una microporzione di storia tra le dita. Ma ora che ne dovevo fare di quel nome? A questo punto la passerella, sospesa sulla follia, si arrestava.
Stava dunque a me. Da un lato sapevo che il mercoledì successivo sarei stato, puntualissimo, al Berretta, per cercare ancora, chi, o cosa, non sapevo. Ma nella settimana che mi separava da quella prima certezza? Sarei stato in grado di far finta di nulla? Sentivo nella mia stessa carne che non avevo scelta. Il germe della ricerca mi possedeva, e con tutto me stesso desideravo gettare luce su quel fante Diodato De Lago, 27° Corpo 23° divisione fanteria, dislocato sul Berretta nella prima guerra.
Decisi dunque di mettermi alla ricerca. Avevo una prima, folle idea. Prima di mettermi sulle tracce della famiglia, potevo, in modo relativamente semplice, appurare il destino dello stesso Diodato: i sacrari. Di Cima Grappa, di Bassano, di Padova, sebbene a Padova fossero confluiti i corpi anche dei caduti sul Piave e nel Friuli. Mi misi alla ricerca immediatamente il giorno dopo. All’uscita da scuola puntai diretto su Bassano. Pranzai in un bar di fronte al grande sacrario in mattoni rossi, forse uno dei meno pacchianamente retorici mausolei ai caduti sul fronte in tutto il nordest.
Da piccolo ho visitato, avrò avuto all’incirca sei anni, il sacrario di Redipuglia con i miei genitori. Non ricordo con precisione i particolari, ad eccezione di un piccolo calibro sulla cui postazione di tiro mio padre mi issò a sedere. Ricordo vagamente la gigantesca scalinata con le tombe dei soldati. Ma più di tutto ricordo il senso vivo e profondo di solennità, di grandezza, di cerimonia. Fu forse quella la prima esperienza forte di patriottismo che ebbi in vita. Poi arrivò lo studio, e le letture di Lussu e Remarque. Quando, più maturo ormai, visitai il sacrario di Asiago, alla solennità e al pathos patriottico si era già sostituita una visione triste e dolorante della tragedia paradossale della guerra. Con la parzialità contestatrice dell’adolescenza sostituitasi alla faciloneria dei sentimenti infantili, pensavo solo ai carabinieri che fucilavano i disertori, alla incapacità assassina delle gerarchie militari, alla sostanziale inutilità di un conflitto ricercato e ottenuto dalla corona e da pochi intellettuali facinorosi praticamente con l’inganno. Dietro ogni lapide cercavo e scovavo una vita spezzata, della mia età circa, spezzata in modo stupido, all’ammasso, inutilmente, senza alcun rilievo nell’economia generale di un conflitto che al valore dei soldati sostituiva il peso della loro carne da gettare al fronte.
Masticando un tramezzino con radicchio e gamberetti trangugiato con un tè alla pesca, ripensavo a queste e simili cose. Ora non mi interessava ricercare l’ultima parola sul conflitto più toccante della storia; mi interessava unicamente trovare un nome, quel nome.
Dentro al sacrario, tra le alte e fredde navate, non potei esimermi dal pensare a due cose, diversissime tra loro: la prima, che tutti quei cadaveri non avevano potuto sottrarsi all’ultimo compito loro assegnato, quello di celebrare impropriamente i fasti vagamente necrofili dello stato nazione. La seconda, che mi trovavo in una situazione del tutto simile a quella in cui si trova Eli Wallack ne Il Buono, Il Brutto e il Cattivo, quando, nei panni di Tuco, corre a perdifiato tra le tombe cercando il nome di Arch Stanton. In effetti, di fronte alla grandiosità dell’architettura, mi resi conto di quanto difficile fosse il compito che mi ero assegnato. Nondimeno iniziai ad aggirarmi con metodo, leggendo per file verticali le lapidi. Mano a mano che proseguivo, le speranze diminuivano e il mal di testa, probabilmente generato dal mefitico tramezzino, cresceva. Lasciai il sacrario senza il mio nome. La prima tappa non aveva dato esito. Mancavano ancora tre ore al tramonto, più o meno. Chiamai mia moglie per avvertirla che tornavo solo per cena, e mi diressi al massimo della velocità consentita dalla mia vetusta automobile verso cima Grappa. Arrivato al parcheggio del rifugio, mi resi conto che a quella quota il vento soffiava sicuramente sotto zero, e che io avevo solo la giacca di velluto sopra la camicia. Perché il tramezzino non mi restasse ghiacciato sullo stomaco fino all’estate successiva, entrai nel rifugio a bere una grappa alla liquirizia.
Parzialmente alleggerito nel portafoglio e nella testa (visto che nel dubbio le grappe erano diventate due), mi diedi da fare il più in fretta possibile. Il sole tagliava ormai orizzontale la mole in pietra calcarea bianca del sacrario divenuto meta turistica. Avevo poco tempo, se non volevo tornare in pianura con il buio e il ghiaccio per terra. Iniziai a ricercare dall’alto. I nomi non erano così tanti, avevo buon gioco nel farli tutti in pochi minuti. Ma da subito una nebbia fastidiosa mi entrò nel cervello: quelle lapidi verde rame più grandi delle altre, che a intervalli regolari accolgono dietro di loro cento soldati ignoti, gettavano una luce vivida sulla realtà dei fatti. Un tassello, che fino a quel momento non avevo ricollocato, andava da solo al suo posto: quella scatola conteneva la piastrina di riconoscimento che troppi soldati italiani, non avendo in dotazione una catenella in metallo ma un filo di spago per tenerla al collo, persero negli anni di conflitto, divenendo così, una volta morti, militi ignoti.
A rendere ancora più vasta la portata di questo naufragio di nomi e di storie contribuì anche la pesante deperibilità del metallo scelto per stampare le piastrine: spesso, quando i corpi vennero riesumati per essere traslati nei vari sacrari e cimiteri militari, sulle rispettive piastrine non si leggeva più nulla, e le autorità si limitarono a consegnare quelle ossa a un destino di anonimato perenne. Più di una volta avevo sentito parlare di questo gravissimo limite nelle dotazioni italiane, limite che ben si vede nelle migliaia di “dispersi” e nelle migliaia di militi ignoti cui non spetta una lapide con nome.
Mi bloccai davanti a un soldato di nome Policarpo. Mi voltai verso la vasta e sempre più cupa pianura. Il freddo mi tagliava il viso con lame impietose. I cannoni ornamentali minacciavano come vecchi silenziosi e arcigni la piana percorsa dalla Brenta, serpente bianco e grigio quietamente addormentato nei suoi riflessi smorti. Per la prima volta la mia mente si confessò la verità. E per la prima volta da tre mercoledì a questa parte seppi con precisa volontà cosa dovevo fare. Tornai all’automobile, tolsi dalla borsa l’involucro contenente la scatola, aprii il bagagliaio. Trovai la bomboletta di spray nero comprata due mesi prima per mimetizzare un bozzo al paraurti causato da un lampione che non si era manifestato a me in tempo durante un parcheggio stretto dopo una larga bevuta con gli amici.
Salii nuovamente al sacrario. Il primo reato lo commisi cancellando con una linea di vernice nera il numero 100 da una lapide di ignoti, e sovrascrivendo il numero 99. Il secondo reato lo commisi scrivendo sul pavimento, all’estremità sinistra della base del sacrario, “De Lago Diodato, 27° Corpo 23° div. fant.”
Poco sopra la scritta lasciai la scatola, con una manciata di terra raccolta lì vicino.
Non mi risulta che ci sia stata alcuna denuncia, né indagini, credo, oppure, se ci furono, non andarono a buon fine, perché nessun carabiniere è mai venuto a bussare alla mia porta. Del resto l’unica persona in grado di avanzare il mio nome restava il padrone del rifugio, ma probabilmente quel pomeriggio non mi aveva messo bene a fuoco, oppure non gli avrò dato l’impressione del malintenzionato.
È in qualche modo incoraggiante sapere che a volte il sistema ha le maglie larghe, e che senza troppa fatica si può sgusciare senza essere presi. In fin dei conti, anche se il rischio fosse stato maggiore, sentivo di non avere scelta. Chissà, forse il nome di Diodato è inciso su qualche lapide di marmo, forse il mio è stato solamente il frutto di una gigantesca paranoia, l’ennesima scorretta interpretazione della realtà. Certamente però nei mercoledì successivi, quando nonostante le prime abbondanti nevicate salii al Berretta, non trovai nessuno, oltre al freddo e alla solitudine. L’individuo misterioso era scomparso. Forse la sua follia non si era spinta là dove invece la mia arrivava tranquillamente, e in quei momenti, mentre come un imbecille lasciavo orme ondivaghe sulla neve fresca, in cerca di un incontro che non avvenne più, lui stava sprofondato su un divano bevendo grappa.
È strano come il miracolo o la magia, appena sono passati, non lascino la benché minima traccia sul solco scavato nella banalità del reale. Bisogna avere fede, paradossalmente, più quando il soprannaturale si manifesta che quando se ne sta buono nel suo iperuranio.



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