venerdì 6 aprile 2012

Incontri sul Grappa - prima parte


La prima volta che lo vidi provai un misto di insofferenza e invidia. Insofferenza perché le camminate il mercoledì mattina, mio giorno libero, sono da me interpretate nel più sacro dei modi. Ogni settimana, sempre così carica di imprevisti il più delle volte negativi, di piccoli attriti e accidenti, di tensioni e scatti di nervoso, aveva il suo forse unico momento di possibile sfogo in quella camminata, che infatti portavo stoicamente a termine anche con pioggia o neve, spesso a costo di attirare su di me le giustificatissime ire di mia moglie.
Avendo investito così tanto su poche ore di passeggiata in mezzo ai boschi, inevitabilmente tendo a cadere nell’ossessione e quasi nel rituale, nel liturgico. Affinché, cioè, la mia camminata possa dirsi espletata accettabilmente, una serie di eventi deve avvenire in una sequenza e una gerarchia rigide e ben precise. Ad esempio, il panificio presso cui mi rifornisco dello spuntino che consumo a metà del tragitto, prima di tornare sui miei passi, deve essere vuoto, ovviamente ad eccezione della padrona, che fortunatamente, virtù rara tra i commercianti veneti, non ama parlare, e il più delle volte, a parte il saluto, tace al par mio.
Secondariamente, amo farcire i panini, comprati dalla suddetta panettiera laconica, con mortadella. Se per qualche ragione l’alimentari da cui mi rifornisco di companatico è sprovvisto del prezioso insaccato, la camminata inevitabilmente inizia storta. Da ultimo, non devo incontrare nessuno lungo il percorso.
I sentieri del Grappa, se è per questo, a parte gli intasatissimi finesettimana, sono perlopiù deserti, ma se incrocio o peggio precedo o seguo un altro camminatore, allora preferisco ritornare sui miei passi, nonostante sia perfettamente consapevole che ciò significhi compromettere la futura settimana e dal punto di vista lavorativo e dal punto di vista sociale ed affettivo. Ma alle nevrosi non si comanda, ché altrimenti non sarebbero più tali.
Si può così immaginare come mi sentissi un mercoledì di primo novembre, stranamente caldo e soleggiato, quando, nei pressi di Col della Berretta, mi avvidi di un individuo che, in barba ai miei veti mentali e paranoici, camminava lentamente avanti a me. Lo superai, poiché ormai stavo tornando verso casa, masticando un saluto volutamente sgarbato, da cui peraltro, e meritatamente, non ottenni risposta, e provai a rimuovere l’episodio. Il mercoledì successivo tornai nella stessa zona, attirato dal paesaggio davvero singolare di cui si gode lì ad autunno avanzato. A meno che infatti le nuvole basse non costringano a camminare in un oceano di latte gelido, dalla cima di quel colle, in particolare di mattina, il massiccio si dispiega agli occhi dello spettatore in una interminabile teoria di delicatamente policrome coreografie. Lasciando perdere cima Grappa, che ama farla da padrona con il bianco cacofonico del sacrario e le cupe moli del rifugio e della ex base, l’occhio si volge da solo verso l’azzurro lontano eppure quasi a portata di mano che sovrasta l’Asolone, qui respira, prende il volo.
La luce del sole si spezza sui costoni verde pallido e ormai quasi del tutto gialli, percorsi da solchi di trincee e da tracce lontane di granate e di grossi calibri, ancora non cancellate dopo decenni di nevi e di pascolo. Non si tratta di uno spettacolo grandioso, come può esserlo il ghiacciaio della Marmolada o le asprezze del Pelmo in inverno. Nel suo che, anzi, può quasi definirsi uno scenario dimesso, forse addirittura casalingo. Lì risiede il suo fascino. Nella delicata conoscenza delle sue forme. Nel non spaventare lo spettatore, nel non ridurlo a silenzio reverente, ma nell’instaurare con lui un dialogo sommesso, che solo in autunno fluisce intenso ed intimo.
Con il giallo e il bianco dei primi fiori, il riverbero accecante delle nevi che cedono il passo, il bianco entusiasmante delle nubi che veloci salgono i costoni cariche di venti tiepidi e ormai profumati in primavera; il rumoroso garrire delle rondini a mezzogiorno, l’onnipresente scampanio tranquillo ed ipnotico delle vacche all’alpeggio, le torme di escursionisti su tutti i sentieri e le mulattiere in estate; la cupa potenza della neve e del vento, il buio procombente già dalle prime ore del mattino, il silenzio religioso e carico di memorie e di cadaveri in inverno, solo l’autunno, stagione mutevole ed ibrida, che più di altre raccoglie in sé, come in tanti cammei di pochi giorni, di poche ore, gli aspetti, gli aromi, i climi dell’anno intero, permette alle valli e alle cime del Grappa una sorta di atto di clemenza, una maggiore libertà nei confronti di quanti vogliano penetrare, per quanto possibile a chi non sia pianta o animale, nell’anima del massiccio.
Dunque, il mercoledì successivo, benché il clima per nulla mite e le nuvole basse e gravide lo sconsigliassero, decisi di tornare in quota, felice anzi delle condizioni meteo quasi proibitive, certo infatti che nessuno, in un giorno lavorativo e in tale frangente, avrebbe trovato la volontà o la pazzia necessaria a trascinarsi in una fredda solitudine a tratti sepolcrale. Ebbi molta fortuna per quanto riguarda il tempo. Infatti molte lapidi su diversi sentieri in quota ricordano all’escursionista quanto infido possa essere il massiccio, specie nelle sue improvvise tempeste causate dalle correnti calde ed umide che ne risalgono i costoni dalla pianura. Fui invece fortunato, dicevo, poiché un vento forte e teso giunse dal Piave, dal Friuli, e sollevò le nubi senza spazzarle, aprendo il sipario su uno scenario romantico e orrido, di pianura battuta da australi gelidi sotto nubi severe ma al tempo stesso lontane come dee. Incapace di disegnare, decisi comunque di sedermi su di un pietrone piatto, a raffreddarmi le natiche in preda a nobilissima estasi estetica., lambiccandomi il cervello nel tentativo, ovviamente vano, di recuperare alla mente il contenuto del trattato anonimo “Sul sublime”.
La solitudine è assoluta, potrei rotolarmi nudo nell’erba umida imitando don Chisciotte che imita la follia di Orlando che recupera, volendo, la follia di Aiace. Ovviamente il freddo mi distoglie subito da tali velleitarismi mimetici di terzo grado, e mi riporta a contemplare ciò che di più vicino all’assoluto abbia mai osservato. Mi perdo nella mente, annullo tensioni e ricordi, affetti, antagonismi. Mi sento nulla, rimescolato con il poco del paesaggio di cui sono parte superflua. Mi sento pietra sotto il muschio o ragno sotto la pietra. Radichetta di bucaneve che inizia a pensare di fremere di vita ai primissimi lievi tepori di febbraio. Nessuno mi vede, non voglio vedere nessuno, nonostante veda ogni cosa.
Ed ecco, con la leggerezza di una vita che si spegne, la naturalezza di un addio, compare una figura nel mio scenario. Sulle prime, come una coppia di amanti sorpresa nell’amplesso da un illecito ed imprevisto spettatore, mi ritraggo, arrossisco forse, vorrei gettare un pesante drappo di velluto, un paramento sacro sullo scenario di quella mia intima catabasi alle radici del mondo. Poi, la naturalezza della quotidianità mi ripiglia tra le sue braccia meccaniche, e mi adeguo. Torno a provare un semplice fastidio per la frattura inattesa del mio serafico mercoledì mattina. Penso ai sei giorni di lavoro che si profilano, in lieta parata, di fronte a me. Penso alle lezioni da preparare, ai compiti da correggere. Mi alzo in piedi, mi massaggio energicamente il blocco di ghiaccio che un tempo chiamavo sedere, mi stiro e mi avvio in direzione diametralmente opposta al baggiano sconosciuto, reo di leso mercoledì.
Fatti pochi passi, però, un sospetto mi blocca. Mi volto, torno a dominare il prato grigio, dello stesso colore delle nubi. Cerco il criminale, e lo trovo poco dopo. Cammina lento, senza fretta e apparentemente senza destinazione. Se uno camminasse così per le strade di una città, lo prenderebbero per drogato o ubriaco. In montagna è diverso, si può assumere un’andatura ondivaga e sfacciatamente sfaccendata per una serie pressoché infinita di ragioni. Ma in quell’uomo c’era di più. Un che di dimesso, di intristito, dominava la sua persona, nel capo lievemente chinato, nelle spalle curvate in avanti, nelle braccia abbandonate come due gomene lungo il tronco. Ma c’era dell’altro, a rendermi interessante quell’incontro a tutta prima sgradito. Mi resi conto di conoscere quell’uomo. Era lo stesso della settimana scorsa. Me ne resi conto per via della corporatura, dell’andatura, dei vestiti. Vestiti strani, dimessi al limite della straccioneria. Forse flanella grigia, o forse altro tessuto di altro colore indefinibile, reso cupo dal tempo e dall’uso. La foggia dell’abbigliamento in particolare mi incuriosiva.
Decido di andargli incontro. Con un certo stupore mi rendo conto che non solo la scocciatura per l’incontro imprevisto e non desiderato è scomparsa, ma soprattutto che al suo posto avverto chiaramente il desiderio di conoscere quello strano soggetto. Non mi si fraintenda, la mia misantropia è spesso più di facciata che di sostanza. E il duplice incontro aveva i suoi lati curiosi, se non inquietanti. Incontrare la stessa persona, nello stesso luogo, di mercoledì mattina, in una giornata ai limiti della proibitività, gettava tra me e la persona in questione un ponte, una comunicazione preferenziale. Infatti, o quella persona tornava ogni giorno sugli stessi luoghi, e quindi meritava uno studio analitico, poiché evidentemente era giunta a un livello di conoscenza dello spirito e delle forze della montagna ben oltre il mio, oppure come me era tornata sui suoi passi affascinata da chissà quali aspetti del paesaggio che a quel punto non potevo lasciarmi sfuggire. La terza ipotesi, ossia che fosse un pazzo furioso in cerca di vittime da fare a pezzi e nascondere in uno dei tanti anfratti del massiccio, non mi passò nemmeno per la testa.
Mi avvicinai dunque, ma senza puntare direttamente sullo sconosciuto, che procedeva, come nemmeno mi avesse visto (eventualità impossibile, dato che eravamo gli unici due esseri umani in un raggio di chilometri), nella sua camminata caracollante, bensì descrivendo una traiettoria obliqua, in mezzo al pascolo fradicio di piogge recenti, di modo che l’uomo non si sentisse in soggezione a vedere uno sconosciuto precipitarsi su di lui senza motivi apparenti. Mano a mano che mi avvicinavo si delineavano i particolari, ma invece che rassicurarmi essi gettavano nuove ombre sull’individuo che così inaspettatamente era entrato in relazione con me.
La prima cosa cui feci caso furono gli scarponi. Per chi cammina in montagna, anche solo per passatempo, gli scarponi sono più di un semplice strumento. Sono il veicolo di comunicazione tra l’uomo e la montagna. Un cattivo paio di scarpe genera odio nei confronti del sentiero, nei confronti di ogni singolo sasso che tormenta le vesciche che la scarpa ha causato. Le scarpe di quell’uomo erano letteralmente finite. Non dovevano essere in cuoio. Se lo erano, era pelle di pessima qualità, crepata in più punti, sformata dal piede, sfregiata. A dire il vero non era cosa semplice definire il materiale, poiché uno strato apparentemente secolare di fango ricopriva ogni centimetro quadrato di quelle calzature, senza ombra di dubbio vecchie di almeno trent’anni. Eppure l’uomo non sembrava affatto anziano, anzi, approssimativamente gli si potevano dare sui trentacinque anni, non di più. Lo dimostrava la corporatura, relativamente solida, i capelli scuri, i folti baffi neri, le mani non rugose, sebbene nemmeno curate.
Dominava lo sconosciuto una sorta di aura di sciatteria dimessa, diversa però dal disordine e dalla sporcizia susseguenti l’indigenza. Negli abiti, come nelle scarpe, c’era una patina di tempo, di polvere e di logorio, ma senza sporcizia, né abbandono. Era come se una persona di medio reddito fosse stata costretta ad indossare per anni lo stesso vestito. L’usura eccessiva aveva liso i capi, ma non si poteva certo assimilare l’abbigliamento dell’uomo a quello di un senzatetto. Sopravviveva un che di differente, di decisamente fuori moda nel suo vestiario, che mi sfuggiva, e su cui a dire il vero non mi fermai nemmeno a riflettere eccessivamente: era ai miei occhi un soggetto già sufficientemente originale a volersene andare a passeggio in mezzo al nulla gelido che ci circondava.
Mi convinsi lentamente, passo dopo passo nel mio avvicinarmi, che quell’uomo, al pari mio, camminava nella più completa solitudine perché non voleva essere disturbato, e perché in cerca di qualcosa. L’aver trovato un individuo tanto simile a me nel comportamento, mi affascinò, invece che urtarmi. Il suo volto era parzialmente coperto alla mia vista, poiché lo sconosciuto, nonostante fosse praticamente impossibile che non si fosse accorto di me, continuava a tenere il capo reclinato sul petto, come cercando qualcosa perso in mezzo all’erba ingiallita. Potevo vedere una fronte ampia, prominente, percorsa da rughe profonde intagliate come nell’alabastro di una pelle di strano pallore. I capelli, corti e ravviati all’indietro, sembrava non opponessero la benché minima resistenza alle sferzate di vento carico di nebbia, quasi fossero nebbia essi stessi. Le mani, abbandonate lungo il corpo, erano chiaramente segnate da fatica e rigori del caldo e del freddo, le unghie mal curate e sporche. Quell’uomo, che continuava nella sua silenziosa ricerca come nulla fosse, rappresentava indubbiamente uno dei tipi più strani che avessi mai incontrato. Non curato nel vestire, ma non sciatto, aduso alle fatiche ma evidentemente non così schiavo del proprio lavoro da non potervi sottrarre una mattina da dedicare a passeggiate solitarie. Soprattutto, l’espressione del suo volto, almeno a quel poco che potevo vedere o intuire, lasciava trasparire un carattere dalle profondità insondabili, forse un pazzo, o uno smemorato, forse invece un genio o un filosofo perso nelle orbite infinite di ragionamenti sottili e assoluti.
Mi resi conto che quella persona tutto poteva essere, o nessuno. Al tempo stesso mi resi conto di sentirmi chiaramente a disagio alla sua presenza indifferente, e proprio quando ormai ero a pochi metri dal misterioso camminatore, decisi a livello istintuale di tirare dritto, di rimandare il saluto e le mille domande che già mi premevano dietro la fronte.
Scendendo quasi di corsa verso casa, riflettevo su quanto possa essere profonda un’amicizia tra persone amanti fedeli della solitudine, e già speravo di poterlo almeno rivedere, lui meritevole di aver capito, come me, il segreto della montagna, di cercarne la chiave, di assaporarne i molteplici significati.

- fine prima parte -

 
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