lunedì 2 aprile 2012

Dialogo di Zeus e Amaltea - Omaggio a Pavese

Uno dei brevi testi che ho scritto come indegno omaggio ai "Dialoghi con Leucò" di Cesare Pavese, libro stupendo, anche se, forse, meno letto rispetto agli scritti più celebri dello scrittore delle Langhe...



È noto che Zeus fu allevato a Creta, con l’aiuto dei centauri, al riparo dal tremendo Crono. Il futuro padre degli dei, in fasce, era nutrito da una capra, Amaltea, che una volta morta fu tramutata dall’Egioco nella costellazione nota ai latini con il nome di Capella. Ciò che invece spesso sfugge è che l’onnipresente appellativo Egioco deriva proprio dalla pelle della capra nutrice, tesa sullo scudo sempre al fianco di Zeus prima e di Atena poi. Destino invidiabile per una bestia.

“Buon padre sono giunta. Insolita la richiesta, certo, di volermi qui dopo così tanto tempo. Ma non conviene opporsi al volere del tonante”.
“No, ti prego Amaltea, non rivolgerti a me con tali parole. A te Ermes non venne, ricco di nunzi e di inganni, per imporre ordini o castighi. Ti volli solo per ciò che tu fosti per me, un tempo, quando ancora non abbellivi le ampie volte di Urano con la tua luce”.
“Ti ringrazio padre. Tyche benigna mi volle, dopo morta, fatta degna di ben altri destini. Pochi mortali invero possono aspirare ad illuminare in eterno la notte”.
“Non in eterno Amaltea. Dell’eterno nemmeno io posso gustare l’orrido profumo. Nemmeno il padre Crono, il folle tecnofago. Forse nemmeno la Moira può”.
“Che dici Zeus? Quali estranei pensieri appesantiscono le belle sopracciglia da cui tutto il cosmo dipende?”
“Nulla, credo. Solo il desiderio di rivederti, forse di ricordare”.
“Padre, credo di capire. Sebbene la mia gratitudine sia eterna e infinita, non posso negare che, talvolta, quando nubi non mi celano agli occhi la vista delle calde terre di Creta, quando Selene illumina più e meglio di Elio le pendici con raggi d’argento, gli ulivi, le vigne, mi sento sola, nel buio cavo del cielo, e vorrei cadere, come talvolta le mie sorelle fanno, in estate, per morire, sì, ma sporcata dall’erba e odorosa della nera zolla, come un tempo”.
“Sì, Amaltea, lo so. Qui nelle auree stanze d’Olimpo il mio seggio talvolta m’aggrava. E rincorro con la memoria i centauri che battono, le scure volte della caverna, il buon odore di paglia e di fuoco, e soprattutto il tuo caldo latte. Ti devo quel poco di vita che ho davvero vissuto, mia vecchia nutrice”.
“E’ duro il destino di tutti i viventi, uomini e dei. Condannati a rimpiangere qualcosa, sia esso il passato o l’amore o la vita. Chi ci fece tali, Zeus? Chi non soffre?”
“Nefasto persino nelle celesti case d’Olimpo è pronunciare il suo nome. Lui esiste da sempre, non ha tempo né passato, è in sé. È il baratro aperto, il buio che inghiotte la luce. Il Caos. Lui per primo dispose i destini a eterno pianto, a effimera gioia”.
“Invero, padre, non lo invidio. Non avere passato è più dura pena della prigionia nella tartarea fossa, cui dannasti i tracotanti Titani. Loro, almeno, ricordano quando furono sul punto di vincervi, e nel ricordo, almeno così ho sentito dire, ridono”.
“Hai ragione Amaltea. Mai scambierei il potere immenso di Caos con la sola memoria dell’ultima scodella di latte dolce che bevvi prima di uscire, dio ormai, per dominare mio padre. Del resto non ti ho sempre qui con me, mia dolce nutrice, sul mio scudo, temibile della testa di Medusa? Vi fu chi, tra i miei figli, non vide di buon occhio che la pelle di una vile capra entrasse nelle nostre stanze, addirittura al fianco del trono del Tonante. I più avrebbero preferito che, divenuta costellazione, altri onori non ti fossero tributati. Ma lo volli, e lo feci”.
“E io ti ringrazio. Del resto in questi anni ho pensato spesso a quello scudo, o Egioco. Sai, provai anche la trista ira nei tuoi confronti, padre, poiché ero dissennata ed in errore”.
“Dimmi, perché? Mai ira mi fu più molesta, eppure ogni giorno posso dire che qualcuno, uomo, dio, ninfa o satiro, mi maledice”.
“Per la Medusa. Non capivo perché sì orrendo trofeo dovesse insozzare, con il farmaco tremendo dei colubri e dei basilischi, e con il nero sangue della ferita rapida di Perseo, la mia pelle. Solo per poche stagioni rimasi in collera, Padre, e la mia stella ebbe un alone come di sangue nel cielo. Ma presto capii, sebbene troppo tardi”.
“Capisti?”
“Che Medusa ammonisce con il suo sguardo di pietra tutti, uomini e immortali. Ammonisce del tremendo potere di Mnemosyne. Dalla sua bocca spalancata, Medusa grida il tremendo destino che ci affligge, il ricordo, e che ci rende al contempo simili alle stelle, luminosi. È un peccato che solo in pochi abbiano capito che l’arma più tremenda di Zeus non è il fulmine, ma una pelle di capra. Il tuo passato, Zeus, ciò che ti dà gioia e ira orrenda e mortifera, poiché sai che quei giorni sono perduti, che mai più berrai il mio latte, nella grotta, tra i centauri”.
“Ora vattene Amaltea. Non è lecito nemmeno alle stelle veder piangere il padre degli dei”.
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