lunedì 19 marzo 2012

San Giuseppe



19 marzo. Il primo tuono del nuovo anno è rotolato giù dalle pendici del Grappa, portando con sé un sano acquazzone. L’aria è strana. Da un lato il cielo è grigio cupo, quasi piombo, e la montagna bisogna immaginarsela, dietro la pesante cortina d’acqua e vapori. D’altra parte il glicine è lì lì per germogliare, il noce ha i rami scuri percorsi da butti bianchi di una lanugine quasi luminosa, il pruno è una macchia rosa pallido nel verde del giardino. L’inverno è definitivamente alle spalle. Però ci voleva, questa pioggia. Per lavare le ceneri di febbraio, per pulire l’erba dalla polvere del freddo, per rendere l’aria trasparente, tersa.
Credo che mia nonna stia sorridendo, da qualche parte oltre la cortina misteriosa della morte. Anche quest’anno ci avrebbe azzeccato in pieno. Se fosse ancora viva, me la sarei presa, invece sorrido con lei. Le tempeste di San Giuseppe. Ricordo con quale ansia, quasi animale, agognavo le prime corse nei campi, quando il fango si asciugava e l’erba si costellava di occhietti della Madonna e di pissacani. Il sole era già tiepido, alcuni alberi già in fiore, eppure quando andavamo a trovare mia nonna, e chiedevo se si poteva, se era giunto il momento delle corse all’aperto, lei rispondeva sempre allo stesso modo: “Prima gà da végnare ee tempeste de san Giusepe”.
Noi ci arrabbiavamo, perché era evidente che mia nonna non poteva possedere la sfera di cristallo, e prevedere l’evoluzione della condizione meteorologica in barba ai signori della televisione. Eppure ci prendeva, non dico sempre, ma troppo spesso per i nostri gusti. Quando le chiedevo come facesse a sapere queste cose, la sua risposta era semplice ed enigmatica per me: “Lo dise i veci”. E pensare che mia nonna, già non più giovane, avesse avuto a sua volta dei veci da cui attingere queste conoscenze misteriose, mi faceva venire la vertigine, come quando mi provavo i suoi occhiali da lettura, e il pavimento e le pareti del salotto si curvavano magicamente, proiettandomi in trip psichedelici decisamente più economici e infinitamente più salutari dell’LSD.
Ovviamente non era solo San Giuseppe. Questa conoscenza antica, tramandata di generazione in generazione fino ai miei nonni, si stendeva, in una circonferenza liturgica, durante tutto l’anno solare. La Candelora, la festa della luce il 2 febbraio, quando, o che nevega o che piova, de l’inverno semo fora. San Biagio, il giorno dopo, che benedice le arance e ti fa star bene alla gola. E San Marco: per ogni veneto, fino a trent’anni fa almeno, una festa ben più antica della Liberazione, da festeggiare nei campi, una sorta di nuova Pasquetta, da consumare tra bottiglie di vino bianco e uova.
Io sono andato a fare San Marco nei campi forse due, massimo tre volte nella mia infanzia, poi questa usanza familiare si è spenta. Ugualmente posso dire della messa per San Biagio, e per la Candelora, sebbene ricordi con affetto quando, al catechismo, venivamo condotti in chiesa, e dotati di candele che, ovviamente, ci servivano per i più impensabili e pericolosi esperimenti pirici su diverse superfici e con differenti materiali, dal quaderno assolutamente intonso del catechismo, ai capelli della compagna antipatica, seduta davanti a noi. Tornavo a casa con il cappotto chiazzato di cera rappresa, e mi prendevo le solite parole, con una dose di senso di colpa in più, perché di certo Gesù era triste nel vederci prendere le sue feste così poco seriamente.
Cosa è successo allora? Perché è molto difficile trovare un nato negli anni Settanta, e praticamente impossibile trovare un nato negli anni Ottanta o Novanta, che ancora conosca e manipoli con la consapevolezza dei nostri nonni questi ritmi, queste date, questi proverbi e queste scadenze dei tempi e delle stagioni? Cosa ha provocato l’irreparabile inaridimento della nostra memoria familiare, cosa ci ha resi improvvisamente sordi a tradizioni orali (così belle, eppure proprio per questo così caduche ed effimere) che pure avevano resistito a secoli di guerre invasioni pestilenze?
Si è consumato un naufragio senza precedenti. Siamo stati sradicati da una cultura (e da una lingua) per essere reinnestati in un altro mondo, quello della cultura di massa, dell’istruzione di massa, della lingua di massa. Comunichiamo meglio, ma abbiamo molto meno da comunicare. Siamo pagine bianche, da riscrivere integralmente, e troppo uguali le une alle altre da poter rendere effettivamente interessante il reciproco incontro e il mutuo scambio di conoscenze e tradizioni.
Per non essere pesantemente pessimisti, io la mia tessera del mosaico perduto l’ho conservata gelosamente. Un niente rispetto a quel tutto, a quel cosmo così altro da noi. Mi chiamo Paolo, e il 29 giugno faccio la barchetta. Rompo un uovo, verso l’albume in una caraffa piena d’acqua. Lascio la caraffa all’aperto per la notte intera. La mattina seguente, è avvenuta la magia: i santi Pietro e Paolo sono passati, la notte, e dall’albume informe hanno costruito uno scafo, con i pennoni, e le vele, e il sartiame.
Certo, le barche che io riesco a fare non hanno niente a che vedere con quelle spettacolari che la memoria della mia infanzia mi restituisce abbellite dalla fantasia. Sarà colpa delle galline moderne o dell’inquinamento dell’aria, ma oggi vengono fuori delle barchette insulse, dei modelli base, delle scialuppe, per così dire. Mi piace in particolare continuare a prestar fede al ricordo della barca di un anno, in cui il 29 giugno arrivò mentre eravamo in vacanza al mare: era venuta così bene che addirittura si vedevano (o, più verisimilmente, mi ero così emozionato al vederla che i miei occhi avevano visto, tra l’acqua e l’albume) le miniature dei marinai che governavano il timone e i remi.
Oggi, quando mi accingo a versare l’albume nella brocca dell’acqua, e non so se ci sia una formula o una preghiera da recitare per ingraziarsi i due santi potenti, mi sento totalmente e disperatamente ignorante. Credo che si sia sentito così il monaco dell’occidente medievale, di fronte a un superstite codice greco per lui incomprensibile.
Ma non tutto è perduto!


Licenza Creative Commons
Questa opera di www.paolomalaguti.it è concessa in licenza sotto la Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia.

Nessun commento:

Posta un commento