domenica 11 marzo 2012

MAGOGA


Apocalisse, manoscritto di area spagnola, XII sec.

E, a dirla tutta, sarebbe “Oga Magoga!”: con questa esclamazione ci apostrofava mia nonna, quando coglieva me o qualche altro cugino intento in una zuffa, in un cicaleccio rumoroso, a far cagnara insomma.

Ci ho messo un po’ a capire che l’esclamazione non era “Ogamagoga!” ma “Oga Magoga!”; più precisamente, l’ho capito durante il mio primo anno di lavoro.
La scuola dove ho insegnato per la prima volta in vita mia è inserita in un quartiere residenziale molto simile a quello in cui ho vissuto dagli 8 ai 25 anni, a Padova. E, tra i molti traumi che l’uomo attraversa nel passare dall’otium dello studio universitario al lavoro, oltretutto pendolare, a quaranta chilometri da casa, da percorrersi a bordo di una Fiat Uno, alquanto scassata e debole di freni, il ritrovare le stesse casette singole, con i loro giardini un po’ dimessi, con le ringhiere anni Settanta verniciate di marrone scuro, con i teli di nylon sulle limonare e con i profumi di soffritto quando uscivo a l’una da lezione, mi dava un calore all’animo, mi faceva sentire meno solo, un po’ meno insicuro.
E infatti mi piaceva parcheggiare a una certa distanza dal Liceo, e percorrere a piedi quelle stradelle strette, la mattina presto, per immergermi in quella quotidianità familiare, fatta per la gran parte di anziani pensionati che, in qualche lineamento, in qualche espressione, riconoscevo quasi come miei parenti alla lontana.
Fu così che scoprii che una delle case di fronte alle quali passavo ogni mattina apparteneva al signor Magoga, così recitava la targhetta in ottone del campanello. Magoga. Che bel cognome! Sommando quella rivelazione alla lettura che avevo fatto, per l’esame di Letteratura italiana moderna e contemporanea, del “Gog” di Papini, arrivai a un’improvvisa epifania: mia nonna diceva “Goga Magoga”!
Fu come al ginnasio, quando scoprivo, poco per volta, il senso e il significato di tanti nomi, aggettivi, espressioni della mia infanzia. Kyrie eleison. Paraclito. Ecce Agnus Dei qui tollit peccata mundi. Noli me tangere.
In un angolo della mia memoria era rimasta sepolta quella strana e incomprensibile formula, e improvvisamente riemergeva, ancora fragrante degli odori della cucina dei miei nonni, ancora fresca, per di così, di affetto e di fanciullezza.
Grazie al misterioso signor Magoga, che prima o poi passerò a salutare, avevo recuperato una scheggia, minima certo, ma vitale, della mia educazione linguistica, cui, però, è ora necessario dar senso.
I dizionari etimologici riportano sia il semplice aggettivo magoga, sia la formula intera, quella per intendersi utilizzata da mia nonna, e a me più familiare. In entrambi i casi, l’appellativo si rivolge a una persona goffa, o a un fenomeno insensato, grottesco.
Il Boerio distingue il femminile magoga, che indica la vecchia decrepita, in senso spregiativo, dal maschile magogo, da riferirsi appunto a persona imbranata, malfatta, o piccola di statura.
L’origine dell’espressione è biblica. Gog e Magog sono due nomi misteriosi, su cui tanto si è discusso e tanto si continua a discutere, per tentare di capire se indichino nomi di persone, di luoghi, di tribù. Stando alla Genesi, Magog sarebbe un figlio di Jafet, nelle Cronache invece diventa figlio di Ruben. Gog e Magog tornano poi nelle profezie di Ezechiele, fino all’Apocalisse di Giovanni.
Interessante registrare che Gog e Magog sono passati anche nella tradizione coranica, e pure nel Milione di Marco Polo, per indicare due regioni del lontano Oriente, sotto i domini dei Tartari.
Cercando un comune denominatore tra tutti questi Gog e Magog delle antiche scritture, appare chiaro che, siano essi persone, tribù o regioni, ciò che li caratterizza è la lontananza, una lontananza estrema e ostile, minacciosa e incombente, rispetto a noi, noi figli di Dio, noi abitanti della Terra Promessa.
Forse tra tutti i passi, il popolo fu più affascinato da quello apocalittico (Ap. XX, 7): Et cum consummati fuerint mille anni, solvetur Satanas de carcere suo et exibit seducere gentes, quae sunt in quattuor angulis terrae, Gog et Magog; congregare eos in proelium, quorum numerus est sicut arena maris. Questi Gog e Magog, ovunque e chiunque siano, saranno dunque scelti da Satana per essere sedotti, alla fine dei tempi! Facile, quindi, immaginarseli brutti e cattivi, incivili, pagani, dediti ad ogni tipo di nequizia.
Il resto, con ogni probabilità, lo fece il nome stesso, così facile, incisivo, evocativo, musicale e ridicolo al tempo stesso, eppure così vicino al mago, e alla magia, e pertanto intrinsecamente illecito!
Una coppia di nomi così vivaci non poteva non essere utilizzata nella quotidianità popolare, pertanto, in mancanza di popoli invasori che minacciassero i confini ogni santo giorno, Gog e Magog passarono in primo luogo a definire situazioni di caos, di disordine, di inciviltà potremmo quasi dire, e questo è l’uso che ne faceva mia nonna; Magog poi, più denso di arcani e di criptici riferimenti ai Magi o ai maghi, continuò da solo il suo cammino, arrivando ad indicare uomini e donne particolarmente ripugnanti, brutti, decrepiti.
Mi resta nel cuore la curiosità per un mondo, quello dei miei nonni, che accettava tranquillamente di non conoscere tutto, a condizione, però, di lasciarsi affascinare e incantare da quella marea ignota nella quale navigavano i loro immaginari.
Pasolini parlava di lingua tecnocratica, per indicare quel codice comunicativo che, sottomesso a regole aziendali di mercato, ha impoverito e ridotto a puro oggetto funzionale, né più né meno di un telecomando, l’italiano della tradizione. Certo, meglio non è andata ai dialetti, sterilizzati e infine uccisi da logiche comunicative solo in apparenza democratiche.
Magoga, dunque, mi racconta di una lingua pronta ad aprirsi all’ignoto, nella quale è importante non solo capirsi, ma anche alludere, rimandare, sbirciare il tralice attraverso mondi mai del tutto dimenticati.
Magoga racconta di un mondo che accettava i propri limiti, e grazie ad essi godeva di una potenza immaginifica oggi rattrappita, sottomessa al falso mito (al Moloch, visto che di antichi mostri si parla) dell’onnipotenza della parola razionale.
A mio modo di vedere, quel mondo si trovava naturalmente portato ad essere più tollerante del nostro: nel momento in cui ogni giorno fai i conti con i confini del tuo intelletto, e col mistero dell’universo, della religione, dei tanti oltre che circondavano il microcosmo familiare, il diverso non fa paura, e il divergente appare ovvio, contemplato nelle ipotesi, digerito elasticamente.
Se, al contrario, il presupposto da cui si parte è che la parola rappresenta un solido tetragono su cui si è costruito un sapere oggettivo, e che la verità del reale e del sapere positivo è sacrosanta e inviolabile, l’esito a mio parere ovvio sarà di chiusura o comunque di forte resistenza dialettica di fronte alle mille e mille contraddizioni, alternative, confutazioni della normalità che ogni giorno il caos dell’esistenza ci para davanti.
Oggi appare scontato che, se si pronuncia una parola, se ne debba conoscere il peso, la portata, la radice, il giusto significato, come se le parole fossero progetti architettonici strutturati. Niente formule magiche, per noi, niente parole misteriose, niente preghiere strampalate e male apprese, ma comunque efficaci, perché pronunciate con fede. Nella carta geografica della nostra fantasia non abbiamo più l’hic sunt leones. E i due amici Oga e Magoga se ne sono andati, come le lucciole, in cerca di posti più sereni in cui vivere.


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