mercoledì 28 marzo 2012

Estate - terza parte


Peter fu quasi sorpreso di scoprirsi felice, di una felicità quasi fisica, una sorta di irrazionale ondata di euforia che lo spingeva quasi a correre, a volare sul sentiero, a vivere il momento in tutta la sua intima esclusività. Erano nel passato, ora, lui e Tina, nel loro passato. Gustav non viveva lì, non vi avrebbe mai vissuto. Tina poteva certo condurre il suo compagno lungo tutti i sentieri e in tutte le radure da loro scoperte anni prima, poteva parlargli a lungo delle rocce, dei fiori, del mistero dei solchi del fulmine sui tronchi di tasso, nondimeno Gustav non sarebbe mai stato in grado di esperire la giovinezza più bella, quella dei sedici anni in estate, il sapore dell’acqua bevuta dalla mano mentre nelle orecchie suona il fiato rotto dalla fatica della tua amata, la corsa giù verso il paese, a perdifiato, mentre le gocce pesanti e rade del procombente temporale estivo macchiano i campi falciati e levano nugoli di insetti, in uno stridio paradisiaco di rondoni. No, Gustav era stato destinato ad altri tempi; lui, Peter, era stato il compagno di Tina nell’età più bella.
Un’ondata incontrollabile di nostalgia lo prese. Continuando a camminare, si voltò verso Tina, guardandola in volto. Lei gli sorrise, di gratitudine e di complicità. “Ti ricordi tutto?” le chiese.
“Ogni singolo giorno, Peter”. Non c’era retorica nella sua voce, ma la soddisfazione di una vita densa di scelte.
“Sai” iniziò il giovane, tornando a guardare il ghiaione innanzi a loro, ormai prossimo, “credo che per sempre la memoria più dolce della mia esistenza sarà quella gita al lago nella quale ti slogasti la caviglia, e dovetti riportarti a casa sulle mie spalle”.
“Mia madre si era davvero spaventata!” rise Tina, arrossatasi impercettibilmente alle gote, “e tu ti sei fatto la strada per due volte, per tornare poi a riprendere gli zaini! Mamma mia, Peter, sei sicuro di voler scegliere questo ricordo come il più bello?” la ragazza scherzava, e scherzando diede una pacca bonaria allo zaino di Peter, che trasalì a quel pur indiretto contatto fisico donatole dalla sua amica, dalla sua ormai perduta amante di sempre. Lui non aveva dubbio alcuno. Il bacio la sera prima della partenza era un ricordo troppo venato di distacco, confuso, denso di enigmi, di premonizioni; invece il ritorno con Tina sulle spalle era stato perfetto. Vedeva ancora dinanzi a sé il sentiero illuminato dall’ultimo sole di settembre, percorso dai riflessi gialli delle foglie e dal blu delle ultime genziane, sentiva ancora su di sé quel dolce peso silenzioso, le sue braccia attorno al petto, il capo reclinato sulla sua spalla sinistra. In quell’istante lui era stato più che mai certo di volerla per sé, di poterla avere. L’avrebbe presa in braccio tutti i giorni della sua esistenza, ne avrebbe curato le ferite, asciugate le lacrime. Si sentiva onnipotente nell’espletare quella inattesa missione di salvezza.
“No”, confermò Peter, ma sottovoce, così che Tina non udisse, “sono sicuro, non c’è ricordo migliore”.
Erano giunti al ghiaione, un profondo canalone di sassi che tagliava la montagna fino a valle, scavando dalla cima il fianco con un solco di roccia sgretolata e invisibilmente franante. Sopra di loro, il ghiacciaio, una mole dalle proporzioni quasi sacre, immersa nel silenzio delle forme più ardite di roccia e neve. Incuteva rispetto prima ancora che timore, la cima apparentemente inviolata. Il sentiero si interrompeva, ma all’occhio esperto dei due giovani alpinisti in realtà esso continuava proprio nell’alveo del ghiaione stesso, segnalato da colonnine di sassi erette ad ogni stagione dai primi escursionisti, lungo un invisibile ciclo di tornanti che procedevano fino alla base della torre di roccia, dove iniziava la ferrata. Strani segnali, quelle piccole piramidi di pietra sparse lungo il cammino. Quasi dei totem funebri, degli omaggi estremi ai caduti della montagna.
“Andiamo?” chiese Peter con un tono che non lasciava spazio alla risposta, tanto che Tina rispose, ridendo ad alta voce, con eco sonora che saliva ripercuotendosi lungo le pareti via via più strette del canalone: “Hai fretta di mostrarmi quanto sei in forma? Stai attento, che nelle salite più ripide sono sempre stata più brava di te!” Peter sollevò le spalle con un gesto volutamente esagerato, che fece ridere ancora più forte la bella Tina. Poi si mossero, mentre ancora le ultime note della risata si spegnevano, lì, in alto, dove ancora il sole combatteva con lembi cupi di nubi.
La mattina della partenza di Tina Peter era uscito di casa per recarsi alla stazione solo all’ultimo. Era rimasto sospeso, indolente, incapace di capire cosa in realtà volesse, stupido ancora dalla ridda di sensazioni della sera precedente. Sapeva che se fosse rimasto disteso sul suo letto non se lo sarebbe mai perdonato, e Tina non avrebbe capito il perché della sua assenza. Non voleva farla soffrire, e alla fine si decise a muoversi. Del resto era perfettamente consapevole del fatto che trovandosi sulla banchina del binario con Tina, la sua famiglia, gli altri amici, non avrebbe saputo cosa dire, come comportarsi, e che alla fine avrebbe optato per un atteggiamento freddo e formale, povero di parole e di gesti, il cui rammarico lo avrebbe tormentato per il resto della sua vita. Ma in fin dei conti sapeva bene che era comunque meglio vederla un’ultima volta, vederla partire, staccarsi da lui. Forse, in fondo, la sua immatura irresolutezza lo spingeva a fare in modo che fosse Tina ad andarsene, a compiere il gesto della separazione. Se fosse rimasto a casa, quella mattina, sarebbe stato lui a aver posto un muro di confine tra le loro vite.
Quando arrivò capì che ormai mancava poco. Il treno già soffiava vapore rumorosamente, nella confusione delle partenze di una piccola stazione turistica a fine stagione. Peter si ancorò con tutte le sue forze all’istante, alla fisicità stringente delle luci, ai volumi ingombranti dei bagagli disseminati nella fumosa sala d’aspetto, per non lasciarsi trascinare nel viscido pantano delle memorie e delle considerazioni tardive.
Non fu affatto difficile trovarla. Tina era circondata da un discreto gruppetto di amici, qualche familiare. Peter, in un istante di dubbio lancinante, si interrogò circa la giustezza, la liceità della sua presenza, lì, in quel momento, in quel segmento fuggente di storia cui non sapeva se avesse mai avuto diritto di appartenere.
Fu una coppia di anziani frettolosi a spingerlo fuori dalla porta a vetri della sala d’aspetto, sulla banchina di cemento affollata. Si fece avanti. Tina non lo vide dapprima, gli dava le spalle, intenta a ridere, forse non senza un’inflessione leggermente ciarliera, con due amiche. Chi gli rivolse per primo la parola fu il padre di Tina, un anziano ed elegante signore, commerciante di legname, con cui Peter non era mai andato oltre il saluto domenicale: “Buongiorno Peter”, lo salutò l’uomo, tendendogli la destra, “anche lei qui. Bene. Dunque, ci siamo”. Peter strinse la mano avvolta in un guanto di pelle nera, e si stupì nell’avvertire la presa del padre di Tina indugiare un po’ più a lungo, quasi quell’uomo volesse improvvisamente tenerlo a sé, avvicinarlo in un muto scambio di pensieri o emozioni mai come in quel momento insperate e forse inadatte.
“Tina, ecco Peter”, disse il padre, sempre trattenendo in quella stretta imbarazzante il ragazzo. Lei si voltò precipitosamente, lo vide, sorrise sincera, lo sguardo illuminato.
Peter non capiva, o per meglio dire iniziava a capire solo in quell’istante così diverso, strano. Giunto sul confine, in una dimensione di transito e di termine, Peter stava guadagnando dolorosamente la capacità retrospettiva ed analitica del senno di poi. Osservava gli sguardi degli amici affisi sul suo volto, sentiva il silenzio imprevisto calato senza motivo apparente sul crocchio dei conoscenti giunti per l’addio. Capiva che tutti erano e si sentivano di contorno a lui e Tina, avvertiva la centralità del suo sguardo fisso negli occhi di lei. Quando, quando di preciso negli anni addietro si era guadagnata quell’esclusività di cui mai aveva avuto sentore? Una ridda indemoniata di pensieri speculativi e già pregni di autocondanna gli offuscò la mente, si liberò quasi di forza dalla stretta del vecchio, si avvicinò ancora di più a Tina, le fu di fronte.
“Ti aspettavo Peter!”, sorrise Tina, con gli occhi bassi, intenti in apparenza ad osservare i bottoni della sua giacca di velluto. Non aveva detto “ti aspettavamo”, ma “ti aspettavo”. Mentre Peter pronunciava con voce vuota e stanca “non potevo mancare”, ogni cifra della sua esistenza si collocò autonomamente in una sequenza finalmente ordinata, definitiva, risolutoria. Mentre si accingeva a salutare per sempre Tina, Peter capì quanto aveva perduto in quegli anni, consegnò alla giusta prospettiva il bacio della sera prima e, all’indietro nel tempo, ogni parola, ogni singolo gesto intercorso tra i due. La loro era semplicemente stata un storia d’amore perduta sul nascere, vissuta nell’attimo stesso del suo prematuro, eppure così tardivo, fiorire e sfiorire; e in questa consapevolezza Peter iniziò a soffrire.
Le parole che i due si scambiarono mentre già i bagagli di Tina, quelle valigie che contenevano i frammenti concreti della loro storia, camicette profumate, veli, scarpe, libri letti e scambiati e riflettuti a fondo, venivano issati da un anonimo ragazzino preposto a tale ufficio intrinsecamente crudele, furono ovviamente parole di circostanza, interrotte dai colpi di tosse, abbacinate dalla luce metallica dei binari, frammischiate ai gesti, alle altre parole che volavano pigramente nella folla soffocata di partenti, e Peter fu lieto di dimenticarle presto. Tina baciò tutti ed anche lui tra gli altri. Peter per mesi interi fantasticò che, forse, la guancia tiepida di Tina aveva indugiato un attimo di più sulla sua, che forse quel leggero sospiro sul suo collo era in realtà più significativo di quanto non apparisse in quel contesto.
Quanto debole scopre di essere l’uomo rispetto al mondo che lo circonda e lo fa suo con ritmi e corpi. Riconsiderare il proprio passato è un’operazione così gratuita e falsante! Solo nel preciso istante in cui l’evento accade esso ha piena ragione di essere vissuto, eppure mai come in quel preciso istante la contingenza lo dilania, lo smembra e lo violenta rendendolo comunque inappropriato, giocandoci il peggiore degli scherzi, condannandoci al perverso meccanismo delle memorie e delle riletture, dei se, delle ipotesi.
Il treno partì tra i saluti, e Tina, sedutasi vicina al finestrino, non si girò a guardare nella sua direzione, intenta, all’apparenza, a rispondere a una qualche sicuramente inutile domanda di una anziana signora seduta di fronte a lei. Era partita così dunque, alla fine, parlando con una sconosciuta, senza sporgersi dal finestrino in un ultimo, estremo e languido saluto. Chiaramente meglio così.
“Mamma mia, Peter”, esclamò Tina inerpicandosi per il ripido ghiaione, “non la ricordavo davvero così dura, così cattiva la montagna! Non so se ce la posso fare, sono giù di allenamento!”
“Non scherzare, Tina!” la apostrofò Peter mentre i suoi scarponi affondavano nel pietrisco infido, rendendo ogni passo inutile per un terzo della sua ampiezza in inevitabili slittamenti, “dai, cammina ché tra breve arriviamo ai piedi del campanile di roccia”. I due avanzavano molto lentamente, perché la traccia del cammino ora dirigeva con violenta decisione verso la cima, senza la benché minima deviazione in tornanti o falsipiani. Dovevano entrambi aiutarsi con le mani, cercando solidi appigli su cui fare perno per evitare che, nella falcata del passo, il piede d’appoggio, malsicuro nella grossa ghiaia franabile, scivolasse rendendo inevitabile il ruzzolone a valle.
In compenso lo spettacolo si era negli ultimi momenti fatto superbo. La montagna, liberatasi della pallida nuvolaglia, era percossa da un sole ormai maturo. La roccia era percorsa dalle venature di luce e di ombra, si mostrava decisa, come una tela percossa da precisi ed abbondanti colpi di pennello. Su tutto regnava quel silenzio particolare delle cime, un silenzio percorso ed animato, reso divino dai rumori eterni e rispettosi del vento tagliato dalle lame di granito, delle cascate occulte precipiti in gole ancora ghiacciate, degli stridii lontani del nibbio, dell’impercettibile movimento della pietra che rotola, che si sposta. Era un silenzio da cattedrale gotica, gigantesca ed in apparenza vuota, eppure percorsa dalle mille preghiere silenziose di fedeli occulti nell’ombra delle cappelle laterali.
Tina si perdeva spesso nella contemplazione di un paesaggio che, non più suo da troppo tempo, la rievocava a sé con una possenza e un ascendente davvero entusiastico, nel senso etimologico del termine. Fu un attimo. La roccia cui si era appoggiata per prendere un istante di fiato, ammirando i boschi e i radi campanili svettanti nella foschia già affocata della valle sottostante, cedette, alla ragazza mancò il punto fermo, oscillò all’indietro, gli occhi sbarrati nella sorpresa. Non sarebbe stata certo una caduta pericolosa, ma non si può mai dire, in montagna. Basta uno sperone nascosto tra il morbido muschio e anche una semplice radice sul sentiero più pacato può costare la vita.
La mano di Peter afferrò quella della ragazza tesa in un istintivo slancio di aiuto, la tenne, la tirò a sé. Tina respirava forte, e si abbandonò in quella presa. Peter fu sopraffatto dall’inatteso contatto, l’ebbrezza lo colse e lo fece suo, una ondata di onnipotenza, la cima, il cielo, la donna, la sua donna, colei che sempre aveva atteso ed amato, tutto allineato finalmente, le orbite eccentriche di pianeti e satelliti così a lungo lontani tra loro venivano magicamente a collidere in un medesimo istante.
E solo un istante durò il contatto. Tina, riavutasi repentinamente dall’eccitazione del pericolo passato, si ritrasse, quasi toccata da mani sconosciute, oppure, così parve a Peter, da mani ben conosciute ma ormai divenute quasi illecite, estranee. Peter si sentì violato da quella reazione, scacciato da un mondo di passato e ricordi nel quale si era così sapientemente crogiolato in tutti quegli anni. La Tina delle sue memorie, la Tina che dal finestrino del treno parlava con un sorriso di convenienza alla signora estranea, non si sarebbe ritratta così, dalle braccia del suo amico. Una nuvola nascose il sole e i due rabbrividirono in un innaturale silenzio. Qualcosa di indefinibile si era alfine incrinato. Peter non riusciva bene a capire grazie a chi quella invisibile lama di cristallo che congiungeva, rifrangendone i raggi nell’aura del presente, i loro passati, avesse potuto resistere fino a quel momento. Forse era lui, Peter, che, illusosi della immutabilità delle cose, delle persone e delle relazioni, aveva sperato fino all’ultimo, fino a quell’abbraccio, di poter ritrovare accanto a sé la Tina di cinque anni prima; forse era Tina che fino a quell’istante aveva visto in Peter solo un vecchio conoscente da contattare per una guida dopo anni di lontananza da quei monti in apparenza sempre uguali a se stessi, e ora invece si rendeva conto di trovarsi accanto a un vecchio pretendente deluso e amareggiato dalla vita che non aveva saputo possedere con la giusta energia. O forse, e fu questa l’ipotesi che piacque di più alla mente di Peter, era stata quella nuvola maligna che, nascondendo i loro volti al sole tiepido, aveva gettato una manciata di malinconia nei loro cuori, fiaccandone le speranze e gli ardori.
“Allora”, mormorò imbarazzato Peter dopo che ebbero ripreso la lenta salita, “questo Gustav di cui tanto sento parlare, chi è? Che fa?” Il tono della domanda voleva essere caricaturalmente inquisitorio, invece andò a stonarsi e a flettersi in un accento quasi di supplica, di lamento. Peter sperò che Tina ne adducesse la causa alla stanchezza. Parlare di Gustav era parsa al giovane l’unica strada percorribile per uscire dalle sabbie mobili di interrogativi e sospetti nei quali la coppia di amici si era invischiata. Tina parve apprezzare il tentativo riparatore di Peter, in quanto con un sorriso rotto dal fiatone iniziò a raccontare:
“Gustav… sai, Gustav qui in paese deluderà tutti. Non è esattamente il tipo d’uomo apprezzato in montagna! Non sa un accidenti di foreste, soffre di vertigini e ama la riviera di Trieste. Se lo incontri per strada non lo noti, questo è certo. Diciamo che è il tipo di personaggio che sei certo di incontrare in ogni biblioteca, immerso in qualche pila anonima di scartafacci. In effetti è stato proprio in biblioteca che ci siamo incontrati…”
“Ma allora, perché…” la domanda morì in bocca a Peter, perché si rese conto di essersi spinto oltre, domandando perché una ragazza così energica, vitale e dinamica come Tina si fosse invaghita del primo topo di biblioteca della Capitale. Ovviamente la formulazione del quesito sarebbe stata differente. Tina però sembrava stranamente ansiosa di raccontare. Forse Peter era il primo del paese, della sua vecchia vita, al quale lei poteva rendere conto delle sue scelte, difenderle, motivarle.
“Sì, sai Peter, spesso mi domando anch’io cosa mai abbia Gustav. Non rispecchia in minima parte l’ideale di marito, di compagno che mi ero prefigurata! Eppure ho intuito immediatamente che con lui la mia esistenza avrebbe assunto un’altra dimensione. C’è una sorta di profonda empatia, una capacità di intonarci vicendevolmente che ha dell’incredibile. I nostri umori si completano e si calamitano in ogni contesto. Ti rendi conto, per la prima volta mi sono ritrovata a poter trascorrere più di tre giorni con un essere animato senza litigarci assieme! E poi, poi non saprei come dirlo, credo che l’essenza delle affinità tra due persone resti splendidamente inesprimibile, non trovi?”
Peter ascoltando il flusso impaziente delle parole di Tina si rendeva lucidamente conto di due realtà oggettive: Tina aveva placidamente imboccato la strada giusta della sua vita, impostandola su basi ricercate attivamente, che presto avevano dato i loro apprezzabili frutti. Forse Gustav non era la persona più giusta per Tina, ma questo aveva ben poca importanza: Tina aveva in realtà dimostrato perfettamente a se stessa e al suo mondo di potersi costruire un equilibrio relazionale stabile, indipendente e soddisfacente.
Peter al contrario era rimasto sospeso in un passato inesistente, non nel senso, ancora in fin dei conti condivisibile, che quel passato non era più, bensì nel senso paradossale che quel passato non era mai stato! Tina non l’aveva mai amato, ma, cosa ben peggiore, lui non aveva mai amato Tina. Aveva al contrario amato l’idea della sua perdita, a lungo vagheggiata e alla fine raggiunta. Perché non era riuscito mai a dichiararsi, in anni di conoscenza? Lei gli avrebbe rivelato la natura dei suoi sentimenti di affetto sororale, e lui avrebbe potuto tranquillamente costruirsi una nuova vita. Invece no. Peter aveva stranamente deciso di mettere a fuoco i suoi sentimenti solo quella lontana mattina in stazione, il giorno della partenza. Peter moriva dalla voglia di amare una donna irraggiungibile, di perdersi nel dolce malinconico oblio della memoria, adorare larve dai contorni sfumati e rosei, crogiolarsi nel rammarico del se fosse stato e se mai più sarà. Ci era riuscito alla perfezione.

 
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