lunedì 26 marzo 2012

Estate - seconda parte

Arnica montana
Peter aveva preparato lo zaino a notte fonda, dopo aver dissipato ore e inchiostro attorno a idee fumose, che non si concretizzarono in nulla oltre ai fogli appallottolati e cestinati. Aveva preparato i thermos di caffè e di latte, i panini e la bottiglietta di schnaps, rifiutandosi categoricamente di pensare. Aveva funzionato bene questa sorta di anestesia autoindotta, almeno fino all’atrio dell’Hotel. Lì, di fronte a lei, di fronte a lei pronta per camminare, come tante altre volte, al suo fianco, aveva ceduto ai ricordi.
“Andiamo?” gli aveva sorriso Tina, sollevandosi quasi di scatto dalla poltrona, brillante nonostante l’ora e l’ambiente sonnolento e afono della sala.
Peter le aveva sorriso in silenzio, e, girati i tacchi, l’aveva preceduta sulla strada deserta.
L’aria era umida e fredda, appesantita da una cortina greve di nuvole basse, che coprivano i monti e i boschi circostanti, dando anche ai pascoli a valle un aspetto cupo e desolato. Il giorno, ormai prossimo, più che vedersi, si intuiva da una luce lattiginosa e spenta che iniziava a delineare le moli degli edifici che rimandavano, in eco vuote e piatte, il suono degli scarponi dei due sul selciato. Ben presto furono fuori dal paese, e Peter deviò su un sentiero sterrato, bianco di ghiaia bagnata. Tina camminava veloce, stando al passo con l’uomo, senza accusare minimamente la sedentarietà quasi certa della sua nuova vita urbana.
Fu lei la prima a parlare:
“Pioverà?”
“No, quando le nuvole sono così basse, se non piove subito allora si sollevano entro le nove. Quando saremo in alto, vedrai, sarà uno spettacolo”. Peter ascoltava i suoni provenienti dalla donna al suo fianco. Gli scarponi che calcavano leggeri la ghiaia, con ritmo regolare, senza mai strascicare il passo, le fibre dello zaino che cigolavano leggermente all’ondeggiare del busto, la frizione del velluto dei calzoncini all’interno delle cosce, il respiro leggero, già al secondo fiato, ampio e costante, quasi di sonno. Peter si concentrò, anzi si ancorò alla realtà, sforzandosi di vivere il momento, di goderne tutta la fisicità, che nonostante tutto, ne era consapevole, sarebbe rimasta nella sua memoria, una volta che il tempo avesse smussato gli spigoli ed eliminato silenziosamente il dolore, dolce e rosea come le ultime nuvole in cima alla rupe che dominava la vallata, già illuminate dal sole ormai prossimo a fare la sua comparsa anche nel bosco.
I due giovani camminavano lesti, percorrendo il sentiero che ora si snodava in ripidi tornanti sulla pendice di un cupo massiccio, tutto rocce e altissime conifere, austero e quasi sacro nel suo antico silenzio. Tina procedeva con lo sguardo rivolto a quel mondo da sempre suo, eppure da così tanto tempo lontano, sebbene mai dimenticato, e i suoi occhi penetravano ogni spazio, ogni paesaggio, con voracità infantile, senza discriminare il vallone anonimo dalla radura amena, il dimesso sottobosco dalle rocce procombenti, minacciose e inaccessibili, e in quella ricerca serena eppure ansiosa le pupille si coloravano di mille tonalità differenti, si accendevano del verde smeraldo dei pascoli a valle, del grigio argenteo e vibrante di prossima luce delle nubi via via più rarefatte, dei mille toni del legno che ovunque ammiccava sornione e ancora un po’ assonnato nel sottobosco.
Peter non osava contemplare quella bellezza così desiderata e ora così inaspettatamente vicina. Tutto troppo all’improvviso: era confuso e inestricabilmente immerso in una ridda indomabile di pensieri e di emozioni così in contraddizione tra loro da risultare paradossalmente intonati in una strana armonia dei contrari.
Quel sentiero era stato per così tanti anni calcato dai suoi scarponi soli, persi nella memoria di lei, che ora il ragazzo quasi avvertiva fastidio nel sentire lo scalpiccio regolare e sicuro degli scarponcini eleganti di Tina, e sbatteva piano le palpebre, a sincerarsi tra sé e sé di non dormire, di non stare sognando, come tante altre volte aveva in effetti sognato, di poter camminare ancora, con lei.
“Dimmi, ti ricordi i nomi delle piante, o i fumi di Vienna li hanno cancellati?”
“Mettimi alla prova”.
“Questo?” chiese Peter porgendole con fare frettoloso e dimesso un fiore ancora chiuso nel suo bocciolo nel freddo dell’alba.
“Arnica montana”.
“Complimenti! Hai studiato botanica sui libri?”
“Non raccolgo l’ironia, signor Peter. Io mi ricordo del mio passato quanto te ne ricordi tu”, rise la ragazza, sistemando il fiorellino nell’asola di un bottone sulla sua blusa, e accelerando il passo precedendo l’amico sul sentiero.

Una sera, dopo la festa del raccolto, erano saliti, allegra compagnia di adolescenti, fino ai pascoli appena falciati, per guardare le luci, ormai prossime alla morte, della danza e delle mense, e per poter assaporare l’innocente emozione della lontananza dagli adulti, la reticenza sottaciuta eppure così palpabile nell’aria odorosa di fieno e di notte dell’emozione di giovani uomini e giovani donne vicini e soli. Lui si era allontanato un attimo, e, giunto al limitare del bosco, aveva intravisto, illuminato da una falce di luna crescente, un fiore di arnica. Lo aveva colto. Glielo avrebbe dato. Lei era lì, di fronte, stretta tra due amiche, ridente e infuocata in viso dagli ardori della birra e delle polke. Si avvicinò e ristette a pochi centimetri dal gruppetto, che parlava piano, raccolto nell’intimità futile delle confidenze femminili. Strinse il fiore nella mano, sentì i petali freddi cedere poco a poco alla pressione e al calore. Quando Tina si girò verso di lui, e gli sorrise, l’arnica era morta ai loro piedi, e con sé aveva portato, per l’ennesima volta, il segreto del suo amore.
I due giunsero alla baita della posta, una costruzione bassa e ampia, in legno e pietre antiche, collocata a un bivio che da un lato conduceva a valle, verso il fiume e, più in giù, verso la pianura, dall’altro portava invece al passo impervio che immetteva nella valle limitrofa, e di lì ad un altro fiume, che però non puntava a sud ma a nord, verso altri mari e altre terre. I due giovani sostarono in una chiazza di sole che si stampigliava ancora incerta sull’erba verde di fronte alla parete in pietre rozze e mal squadrate dell’edificio deserto. Peter guardò Tina in volto. Era accaldata eppure fresca, affatto affaticata dalla salita tutt’altro che agevole nell’ultimo tratto. Le narici, delicate e dal profilo regolare, erano lievemente dilatate, in un respiro più corto, ma né rumoroso, né rotto. Peter aveva sempre amato quel modo tutto suo di dissimulare tanto la fatica quanto le emozioni. Solo lui sapeva di essere in grado di leggere attraverso l’invisibile cortina di bellezza e serenità quasi urania di quel volto e di quegli occhi, andando a intuire da impercettibili contrazioni, minime rughe che comparivano ai lati delle palpebre, sfumature di un blu più intenso, quasi di notte agostana, della pupilla, le preoccupazioni, o gli affanni, o le passioni sottaciute e pudicamente sigillate nel cuore della ragazza. Indugiò per un attimo di troppo su quel viso che da così tanto tempo non gli apparteneva più, né, sapeva, mai gli era appartenuto del tutto, e Tina, avvedutasi dell’insolita attenzione dell’amico, distolse lo sguardo ondivago dalla foresta nelle cui forme e colori aveva perso i suoi pensieri, e posò il suo sguardo sorridente su quello di Peter, intenta ad un gioco infantile che ricordava da sempre, in cui chi dei due distoglieva lo sguardo per primo dagli occhi dell’altro, o sbatteva per primo le palpebre, perdeva. Gioco innocente, un tempo; eppure Tina avvertì una lieve malia avvincerla poco a poco, mano a mano che lo sguardo profondo e cupo, vagamente inquietante di Peter si affissava e si calava nel suo.
Era strano, le espressioni dei due erano allegre, erano volti di vecchi amici che ripercorrono allegramente i sentieri della memoria, scoprendo qui e lì, e condividendo senza preoccupazioni né fretta, oggetti, luci, angolature ritrovate incredibilmente uguali a se stesse dopo ere di lontananza. Eppure gli occhi, solo gli occhi, erano magneticamente compenetrati in una muta comunicazione, in un tremendamente denso e silenzioso scambio di vita e di memoria, di affetti mai detti eppure più che mai indomi. Peter guardava e non pensava, era tutto sguardo, non un minimo briciolo di coscienza gli suggeriva di distogliersi dal pericoloso occhio della Medusa, ché se avesse appena percepito razionalmente ciò che stava facendo, e soprattutto ciò che stava provando, o meglio riprovando, si sarebbe certamente allontanato da lei, da quella mattina così perfetta, da quell’ansia di perdizione e di ritrovamento dalla quale non riusciva a sottrarsi. Era tutto sguardo, Peter, e nell’essere pura sensazione, perdeva se stesso divenendo l’oggetto stesso della sua attenzione. Era gli occhi di Tina, finalmente! L’oggetto dei suoi desideri era così suo, così subitaneamente alla portata, che la vertigine lo aveva preso, e in essi era piombato senza opporre resistenza. Vagava fissamente, giocava con le infinite policrome rifrazioni che il sole, penetrando senza angoscia le foglie verde pallido e umide di pioggia recente degli alti faggi, creava in quell’oceano cobalto e lapislazzulo e cielo e mare e genziana e nube di temporale e cristallo di ghiaccio nell’ombra, ed era lui stesso l’onda dell’oceano, il delicato eppure forte fiore delle cime, il buio delle profondità marine.
Tina ricordava piano piano tanti inutili particolari da tempo sopiti, particolari fatti di piccoli oggetti e odori, contesti, scene diafane di un passato quasi onirico, veicolato dalla nostalgia e reso piacevole dal rosa della memoria infantile e adolescenziale. Riaffiorava tutto alla luce della coscienza e delle impercettibili ma onnipresenti discrasie della realtà e del presente, veicolato dagli occhi così strani, eppure così noti, di Peter, come corpi morti che, sorpresi improvvisamente sul fondo di un lago da una ignota corrente, emergano verdi d’alghe e di putredine alla luce del sole e all’orrore dell’ignaro pescatore. Tina era consapevole che nel suo passato quegli occhi c’erano sempre stati. Come un rumore di fondo che ben presto diventi impercepibile, Tina aveva dimenticato, obliato quegli occhi sempre con lei, sempre su di lei, protettivi, carichi di desiderio, paterni, filiali, fraterni, sponsali. Peter? Sì, lo sapeva, lui l’aveva amata. Ma di che amore?
La ragazza sbatté le palpebre piano, rapide come il frullo di un passero sul ramo. Peter si riebbe, poi sorrise di un sorriso vuoto e quasi deluso, e si limitò a dirle: “Hai perso!”
Tina rise, scacciando un brutto pensiero, una lama d’ombra in quel mattino di luce e di riflessi. Ripresero a camminare, questa volta in silenzio più raccolto. Nessuno dei due era pronto a quanto appena avvenuto. Nessuno dei due sapeva nemmeno con precisione cosa fosse avvenuto. Dei circuiti si erano riattivati, le parole non dette ora pesavano dell’impellenza di sempre, aggiunta al peso infinito degli anni e dell’inevitabilità, del distacco e dell’inappellabilità della situazione. Peter era stato brutalmente trascinato via dalle memorie.
Il sentiero ora si era fatto davvero impegnativo, poiché saliva direttamente le pendici del monte, seguendo il letto sassoso di un torrente spento da anni. Spesso dovevano aiutarsi con le mani per procedere, spesso lo scarpone sdrucciolava su un sasso insicuro o sul muschio di una roccia. Parlare non era necessario, per fortuna. Peter ricordava il giorno della sua partenza, così tanto tempo prima. Ernestina aveva dato una festa di addio con tutta l’allegra brigata di amici ed amiche. Lui era del gruppo, e soffriva il dolore dell’intimo che deve dividere l’affetto privilegiato e così profondamente noto con masse inutili di gente di contorno. La serata era trascorsa in modo così banale che quasi si stupì, Peter, quando gli ultimi crocchi di ragazzi partirono intonando sguaiatamente canzoni lungo la strada addormentata, lasciandoli alfine soli nella grande sala del circolo del paese, un locale che fungeva, a seconda delle esigenze, da osteria, da sala da ballo, da sala consiliare. Ernestina stava riassettando tranquillamente i bicchieri e le stoviglie della festa, abbandonate qui e lì su tavolini e sedie vuote, dando le spalle a Peter che, di fronte al grande camino spento, osservava in silenzio le punte di cuoio lucido delle proprie scarpe da festa. Rifletteva, il ragazzo, con una circolarità pigra di ragionamenti frutto della non poca birra bevuta, sulla crudeltà degli oggetti che ci accompagnano. Gli uomini cambiano e soffrono, e sperano, soprattutto, di poter dimenticare. Ma è necessario fare prima di tutto i conti con le mille silenziose impronte del passato, infinite tracce di ciò che siamo stati. Quelle scarpe, ad esempio, sarebbero state da lui indossate per chissà quante altre domeniche, per recarsi alla messa. Sapeva che, nell’allacciarle, seduto ai piedi del letto in camera sua, mentre il noto rintocco del campanile chiamava i fedeli a raccolta, sarebbe stato condannato al ricordo di quella sera, in eterno, o perlomeno fino all’acquisto di un nuovo paio di scarpe. Non si faceva illusioni, muovendo lentamente le dita dentro lo scricchiolante e rigido involucro di cuoio: tutte le scarpe di un uomo sono destinate, prima o poi, a far ricordare e soffrire.
Con uno scatto di volontà repentino, e per questo fugace, Peter si mosse, si diresse verso Tina, sempre intenta a riordinare. Non sapeva cosa volesse fare, dire. Voleva più di tutto avvicinarsi a lei, forse toccarla. Le fu dietro, allungò quasi la mano verso il suo fianco certamente morbido sotto la elegante blusa di cotone azzurro. Poi si fermò, come raggelato dalla improvvisa e fredda consapevolezza della necessità di ciò che, in ogni istante, va fatto e non va fatto. Tina si era intanto girata verso di lui, lo aveva sorpreso così, interrotto in un gesto forse inutile, forse no. Peter era certo che lei in quel momento avesse capito. Forse aveva sempre saputo, ma questa ipotesi pareva così dolorosa al ragazzo da ricacciarla sempre indietro, quando gli episodi o gli sguardi svegliavano nella sua memoria questo sospetto.
In quel momento Tina, arrossata dall’ardore delle danze e delle risate allegre e gratuite di poco prima, lo aveva fissato negli occhi, gli aveva concesso il bagno più lungo mai sognato nel blu intenso e notturno delle sue iridi. Poi lei si era avvicinata, cingendogli la vita con le esili ma forti braccia. Aveva appoggiato il capo sul suo petto, in silenzio. Peter era oltre la coscienza, perso nelle emozioni effimere di quel presente, più che mai suo e, pure, più che mai già perduto in partenza. Più di tutto, più dei morbidi capelli che gli solleticavano il mento, più della gentile pressione dei seni di Tina sul suo petto, si ricordò per sempre il calore, il tepore profumato del suo corpo, così vicino finalmente, così familiare.
Le accarezzò il capo, solleticandola alla base del collo con le dita. Tina rovesciò la testa all’indietro, senza allontanare da lui il suo corpo, e aspettò, gli occhi socchiusi, le labbra di Peter. Fu il loro unico bacio, e come tutti i primi baci fu rigido, imbarazzato, nervoso. “Mi mancherai” susurrò Tina prima di allontanarsi per tornare ai suoi bicchieri.
Erano giunti al punto in cui gli alberi cedevano il passo ai mughi contorti dalla neve recentemente scomparsa. Il paesaggio era cambiato con lentezza impercettibile, così, quando i due si trovarono immersi nella grandiosità delle cime, si fermarono come storditi e sorpresi. Il sentiero ora deviava a sinistra, procedendo in quota quasi senza salire, avvolgendosi in spirali quiete attorno alla cima, ora davvero vicina, massiccia eppure delicata, variegata di canaloni, forre, precipizi minacciosi, creste ardite. Il sole ora li investiva completamente, accecante e gocciolante di una luce liquida e carica come di scintille, di schegge di pietre preziose, pura nel cielo terso del mattino, ancora priva della foschia anonima del pomeriggio.
“Incredibile” esclamò Tina “come il cielo riesca a cambiare radicalmente da un luogo all’altro, non trovi?”
“Non saprei” rispose Peter, massaggiandosi un polpaccio che gli mandava i primi sentori del crampo, “non ho visto molti cieli. Certo anche qui in paese dall’inverno all’estate è tutta un’altra cosa!”
“Sì, certo, ma dico, è proprio differente. A Vienna il cielo non è così. È più basso, quasi inchiodato ai tetti dei palazzi, è anche più piatto, orizzontale. Capisci? È una questione di forma, non di colore. Sono andata in Spagna con Gustav, due anni fa, e ti assicuro che lì il cielo è ancora diverso, più alto, ma estremamente più vuoto che qui, come un gigantesco deserto azzurro, sospeso tra mare e terra, infinito. Da cosa dipenderà?”
Peter non rispose, perso nell’improvvisa ipocondria che lo aveva posseduto. Dov’era lui, due anni prima? Era come sempre lì, appeso come uno straccio tra la casa, la scuola, la biblioteca, la chiesa. Qualche camminata solitaria in montagna, una birra con i pochi amici che avevano rimandato la partenza verso le città, le serate a scrivere lettere e romanzi destinati già dalla prima riga alla morte ignota del cestino sotto la scrivania. Mentre i suoi passi tornavano inevitabilmente sulle stesse orme di sempre, lei correva in treno verso la Spagna, assieme a Gustav. Peter li vedeva passeggiare per le calle di Saragozza, sostare di fronte alla cattedrale di Burgos in una mattinata di sole timido, bere vino negli eleganti terrazzi di Ripoll, immersi in tramonti di lanterne.
Soprattutto li vide tornare, in treno, verso Vienna, stanchi delle fatiche convissute del viaggio, intimi, complici delle tante cose viste, i colori esperimentati, i gusti centellinati e commentati assieme, senza fretta. Senza fretta. Si sedette con loro nello scompartimento riservato. Gustav legge un’edizione bilingue del “Lazarillo de Tormes”, soffermandosi, di tanto in tanto, su quelle sonorità spagnole così evocative e incomprensibili. Solleva il volto per dare uno sguardo silenzioso a Tina, che invece è appoggiata con un gomito al tavolino pieghevole, e osserva il finestrino, giocando a perdersi tra il paesaggio ormai serotino che sfugge via, tutto filari d’alberi e paesi provenzali sconosciuti, e la propria immagine riflessa dal vetro. Peter più di ogni altra cosa non tollerava questo aspetto della visione dolorosa che gli si era prospettata alla mente nonostante tutto: Gustav non aveva bisogno di parlarle per forza, era un eletto dal destino, lui aveva tutto il tempo che voleva per toccarla e dirle, spiegarle tutto. Se Tina non avesse capito, poco male, aveva tutti i giorni del mondo per cogliere la parola, il sintagma giusto per fare intuire al proprio amore ciò che aveva provato in quel momento, a guardarla mentre esplorava il paesaggio e se stessa, in treno. Lui l’aveva trovata. Senza merito, forse al contrario solo per suo demerito.
La mattina dopo il loro ultimo e primo bacio, lei sarebbe partita con il treno delle sei e trenta. Peter non aveva dormito, perso in un labirinto impotente di rimpianti ed emozioni paghe, colpevolmente, di se stesse. Quando i primi lucori disegnarono il rettangolo della finestra nella sua stanza, si alzò. Cosa doveva, cosa voleva fare? Di correre alla stazione, prenderla, baciarla, dichiararle il suo amore eterno iniziando una vita nuova, non se ne parlava. Si era perso in tali fantasie tardoromantiche solo pochi istanti. Sapeva bene che lei non voleva restare, il suo “mi mancherai” era stato detto con un tono sommessamente dolce, eppure deciso e irrevocabile. Poteva partire con lei? Anche lasciando perdere i mille problemi che sarebbero sorti con il paese, con la madre, il lavoro, Peter si era immaginato il viaggio, una volta spento l’orgasmo della partenza, la poeticità del gesto. Si vide immerso nel silenzio imbarazzato e denso di spiegazioni sospese. Vide Tina indecisa, sorpresa di quel gesto, rigirare nervosamente tra le mani il cappellino di velluto azzurro, mentre il treno, ignaro e assolutamente indifferente al tutto, sferragliava sbuffando verso la nuova destinazione. Si vide tornare al paese nella omertosa derisione generale. Capì che quel giorno lei sarebbe partita, lui rimasto. Non ci poteva fare nulla. Tutto si sarebbe giocato nel distacco, nelle parole, nei gesti, negli sguardi della partenza.
“Andiamo?” chiese Tina, che, sedutasi un solo istante su un tronco gigantesco tagliato a metà a formare una lunga panca, si era alzata, fremente, e guardava alla cima del monte, minaccioso di nubi e di sole sopra le loro teste. “Andiamo”, sorrise Peter, con il tono di chi riemerge improvvisamente da lunghi e profondi pensieri. Ripresero a camminare, e Peter notò con gioia intima che ora i loro passi si erano per così dire accordati, avevano ritrovato, dopo il primo tratto, un affiatamento, un ritmo comune che, dimenticato da anni, dimostrava di non essere in effetti mai scomparso del tutto. Peter apriva la strada, percorrendo un sentierucolo, un canaletto di terra rossastra tagliato nel verde, che saliva in diagonale il fianco della cima, dirigendosi verso un ghiaione che biancheggiava subito dopo una macchia di larici antichi. Tina lo seguiva, tenendo tranquillamente il suo passo fattosi ora più deciso.
- fine seconda parte -


Nessun commento:

Posta un commento