venerdì 23 marzo 2012

Estate - prima parte

Cambio registro, lasciando per il momento le care voci venete, per dare spazio ad alcuni miei racconti inediti, scritti ormai qualche anno fa... Il comune denominatore è la montagna. Spero che gradiate!

Cima Grappa dal versante sud est

Era passato a prenderla all’alba. Il portiere di notte ancora sonnecchiava, sdraiato sulla poltrona in vimini, nell’androne dell’Hotel, una costruzione decisamente Imperialregia nell’architettura, elegante e solenne, che stagliava nettamente, non senza stonature, sul panorama dimesso, quasi anonimo, del paesino di montagna. Si era alzato dal letto con una indefinibile freddezza nelle ossa, il capo pesante, gli occhi stanchi per il sonno agitato, spesso interrotto da veglie meditabonde. Quanto tempo? Ah, sì, cinque anni.
Quando il portone, decorato con pesanti fregi di ottone e vetro in perfetto liberty, si era richiuso alle sue spalle, era stato innanzitutto colpito dagli odori. Aromi sotterranei, da sempre unici sovrani dei regni delle partenze e degli arrivi. Profumi, o, piuttosto, sentori di nomadicità, distacco, fine. Il cuoio delle valigie scure, accatastate vicino al montacarichi, la cenere, i mozziconi di sigari spenti nelle tabacchiere cromate sui tavolini. Fragranze distanti d’acqua di colonia, tracce di mille femmine, e poi echi di pellicce, fondi di caffè abbandonati in qualche segreto anfratto, sotto il bancone del bar in fondo alla sala. Tutto comunicava la stringente malinconia della precarietà.
Non fu necessario svegliare il portiere dal torpore di vita a rovescio: lei era già lì, lo aspettava, sprofondata in una poltrona di velluto un po’ liso sui braccioli, e lo aveva già visto.
Era ovviamente bellissima, ancora più bella in quell’aura pesante e ovattata, ancora più affascinante nell’espressione forse leggermente stonata di chi lotta per non lasciar trasparire i segni del sonno sui lineamenti delicati del volto.
I capelli, che lui si ricordava sempre sciolti, erano ora raccolti in un’elegante cocònne sopra la nuca, perfetta, con poche ciocche abbandonate, ribelli, sul collo, quasi a dissimulare il metodo e il rigore. La perfezione più sublime sta nel difetto calcolato. Per il resto, egli non doveva, o non voleva affatto, ripassare la curva ampia e pallida, madreperlacea, della fronte, gli archi sottili e sinuosi delle sopracciglia quasi invisibili, che invitavano l’occhio a scendere, non senza malizia, sul nasino dritto e quasi sfrontato, così audace da apparire quasi impertinente, specie quando la ragazza si esibiva in una di quelle sue espressioni di curiosità o scetticismo infantili al punto di apparire manierate; le labbra, sottili eppure carnose, pallide al limite della pudicizia ma capaci di repentini turgori inquietanti, e forse illeciti sul volto di una dama dell’alta società viennese, le gote, tra il rosa e il bianco, ancora di adolescente, tese e in fiore, e, su tutto, anche sul collo niveo e sottile, da giada cinese, i suoi occhi, densi grumi di memoria e colore, cangianti e labirintici, criptici, da donna fatta e sofferta, sempre fuggenti, alla ricerca sorridente di un oggetto inutile su cui fissarsi per non guardarti in volto, perché, dio mio, se quelle due perle di fiume, quei due opali dai mille riflessi di lago al tramonto si affissano su uno sguardo di uomo, è solo per dirgli ti amo, e son tua.
Nello scorgerla seduta e sfolgorante, pensò, in qualche stanza della sua mente, che il simbolo più femminile della mitologia non è Venere, o Elena, bensì Medusa, dallo sguardo di fuoco, e che Perseo doveva aver ben sofferto per costringersi a non guardarla, lei così sublime e tremenda, almeno una volta. Del resto che differenza intercorre tra il non essere e il vivere senza occhi di donna da amare?
L’uomo mosse gli scarponi pesanti sul parquet di noce lucido, dirigendo il passo verso di lei. Improvvisamente aveva caldo, e si aprì meccanicamente il pesante loden verde scuro. Pensò a quanti strati di tessuti diversi separavano in quel momento le loro pelli, il suo ventre liscio e profumato dalle sue mani, ma dovette ricacciare violentemente indietro quell’ombra.
La ragazza si era alzata, sempre sorridendo, sempre guardando spigliatamente altrove, giocherellando con i lacci di cuoio del suo zaino. Indossava la tenuta perfetta della nobildonna in gita. Gli scarponcini neri erano ingentiliti da due stelle alpine d’argento sopra le stringhe, e un tacco appena accennato aggiungeva grazia e leggiadria alla funzionalità dello scarpone di montagna. I calzettoni di lana erano bianchi, adornati da un’elegante vipera ricamata in seta, risalente lungo i polpacci, fino a congiungersi, quasi senza soluzione di continuità, alla cucitura, rosso fuoco, che orlava i corti pantaloncini attillati al ginocchio, in velluto nero, illeggiadrito anch’esso da piccole fibule e borchie d’argento, cesellate di complessi stemmi araldici. Il busto era avvolto in un loden corto, alla vita, evidentemente cucito su misura, poiché riportava, sul petto e sui bottoni di madreperla, le sue iniziali da signora, E.W. Il loden era aperto, con apparente noncuranza, su una camicetta di cotone, candida come ghiaccio, non larga abbastanza da nascondere del tutto le forme, floride e generose, ma nondimeno acerbe, quasi frementi di pudicizia virginale. Due genzianelle blu oltremare ammiccavano dal colletto rotondo, intonandosi alla perfezione alle sfumature che gli occhi di Ernestina avevano, come sempre arbitrariamente, assunto in quell’alba pallida e ancora insignificante.
Quella mattina, mentre trangugiava controvoglia il caffè bollente, Peter aveva a lungo riflettuto sul saluto. Quale gesto, quali detti avrebbero perfettamente significato ciò che sentiva? Ovviamente, prima di rispondere a tale quesito, dovette arrovellarsi non poco per rispondere al dilemma successivo: cosa provava quella mattina? Sentimenti positivi, certo, è ovvio. Aveva saputo che Ernestina era giunta al paese dopo anni di assenza solo la mattina prima. Era stata sua madre a raggiungerlo e a comunicargli, con un misto di apprensione e riserbo, che lei era qui.
Sul momento non aveva riflettuto, era corso fino all’Hotel con il cuore in gola. Giunto sugli scalini in porfido, però, era tornato sui suoi passi, incerto, intristito. Cosa le avrebbe detto. Che persona sarebbe stata, lei, ora. Ardeva dal desiderio di rivederla, eppure temeva il momento, ignorava le proprie e le di lei reazioni.
Poi, lo stesso pomeriggio, mentre Peter riordinava i volumi su uno scaffale, Ernestina lo salutò, con la freschezza e la naturalezza di due amici che si sono visti il giorno prima.
“Peter!” si sentì chiamare l’uomo, e non ebbe bisogno di girarsi per capire a chi appartenesse quel timbro argentino e vagamente imperioso.
“Tina!” esclamò, sforzandosi di dissimulare naturalezza in quel diminutivo affettuoso che, mai come in quel momento, gli appariva cacofonico e improprio, quasi un reperto polveroso recuperato al momento sbagliato, “Mamma mia, che ci fai qui?” Peter sapeva di non essere assolutamente in grado di fingere stupore, infatti lesse subito negli occhi della ragazza, che si appoggiava all’ombrellino di raso bianco, puntellandolo sulle assi sconnesse del pavimento della biblioteca, la sottile derisione per la bugia sottaciuta.
“Peter, buon Peter!” rise Ernestina, facendo leggermente oscillare l’ampia gonna fiorita, “Guarda che ho vissuto abbastanza in questo paese per essermi guadagnata il diritto di tornarvi ogni tanto, e per sapere che, qualsiasi novità, per quanto futile, si verifichi, tutti la sanno, la commentano e la analizzano in meno di mezz’ora. Quindi, dal momento che il treno mi ha lasciata alla stazione questa mattina alle sette e venti, credo che tu sapessi della mia presenza a Muhlbach diciamo già alle otto meno dieci!”
Peter fu mentalmente grato alla ragazza, che in una battuta aveva cancellato, come da una vecchia lavagna, la polvere e il torpore degli anni di lontananza.
“Sempre mordace e attenta, mi congratulo. Ma questa volta hai data troppa fiducia ai pettegolezzi: sono venuto a conoscenza del tuo arrivo solo alle dieci!”
Risero assieme, felici e dimentichi di tutto, poi lui aggirò il bancone dei prestiti e le si fece incontro. Voleva abbracciarla con affetto, per un moto naturale e non malizioso che lo aveva colto all’udire la sua risata dopo tanto tempo. Ma, nell’avvicinarsi, fu come se un vetro si incrinasse, e un’aria stonata calò su di loro, tanto che Ernestina si ritrasse leggermente, irrigidendosi e riprendendo prontamente la conversazione:
“Allora, sei sempre il nume tutelare della cultura di questi quattro pastori?”
“Sempre e comunque, nonostante tutto!” sorrise Peter, imitando una posa marziale per stemperare la tensione creatasi poco prima; “d’inverno le scuole elementari, d’estate la biblioteca… A volte mi chiedo per chi riordino questi volumi: a parte me e qualche turista, non conoscono altri lettori. Ma ora ci sei tu! Dimmi, sei ancora convinta che Heine rappresenti il vertice assoluto dell’estetica umana?”
La risata fresca e argentina della ragazza brillò sugli scaffali polverosi “Umana e non solo! Sono fermamente convinta che ora il buon Enrico stia catechizzando gli dèi, lassù nell’Olimpo”.
“Dio mio!” esclamò Peter, rabbuiandosi per gioco e scimiottando, nell’aggrottare le sopracciglia e nel tirarsi gli occhiali sulla punta del naso, il vecchio arciprete del paese, “qualche anno lontana dai nostri cari monti, e mi ritorna addirittura pagana, fraulein Klar, lei che era tanto pia! Le servirà un buon ripasso di catechismo!”
Ernestina si chinò in avanti, sempre appoggiata al fido ombrellino, e stando allo scherzo replicò:
“Caro il mio Arciprete, le ricordo che non ha più a che fare con una devota contadinella, né tantomeno con una signorina! Ora per lei sono addirittura frau Von Siebenbaum!”
Peter non riuscì a dissimulare l’inquietudine che gli ossidò improvvisamente il sorriso, gettando un’ombra sugli occhi chiari, di un azzurro pallido quasi diafano, e per non lasciare intendere alla sua interlocutrice l’amarezza che, improvvisa, gli martellava le tempie, si girò verso lo scaffale, fingendo di tornare ai suoi libri.
“Mi perdonerai, Ernestina, ma ora il dovere mi chiama. Sai, non vorrei che il paese trovasse da ridire sul mio operato, proprio ora che la tua presenza esige più che mai perfezione, in tutto!”
Ernestina tacque un attimo, e Peter temette che la ragazza avesse capito. Sentiva il suo sguardo sulla nuca, ma non voleva voltarsi. Poi la voce, chiara e sorridente come al solito, giunse come nulla fosse stato:
“Ebbene, signor Waldig, non la disturberò più, per oggi. Ma spero che la proverbiale cordialità del nostro paese si sia mantenuta durante la mia assenza, e che di conseguenza non vorrà rifiutare a una signora perbene una camminata sui monti che mi sono cari più di ogni altra cosa. Diciamo domani mattina, alle sei meno un quarto? O la fama di miglior guida alpina della zona, con cui l’avevo lasciata anni orsono, le è stata derubata da qualche ragazzo più giovane e forte di lei? Perché, in tal caso, dovrebbe usarmi la cortesia di indicarmi il suo indirizzo!”
Peter si illuminò nuovamente, e voltatosi verso la sua cara amica, la fissò negli occhi, sostenendone l’intensità magnetica e avvolgente per alcuni secondi.
“No Ernestina. Sono ancora io il miglior camminatore del paese. E sarà un vero piacere accompagnare una vecchia amica e una nuova esponente dell’alta società viennese per i nostri sentieri!”
Si guardarono un attimo di troppo, in silenzio, e se ne resero conto entrambi nello stesso istante. Lei, forse, almeno così parve per un attimo a Peter, arrossì, e tornò, come al suo solito, a roteare lo sguardo tutto attorno, senza requie, come un cardellino festoso a primavera.
“Bene. Ti aspetto all’Hotel. Domani sera arriva Gustav, e allora sarò io a dover fargli da guida, nei giorni a venire. Quindi ne approfitto per rinfrescarmi la memoria… e per riappropriarmi da sola dei miei spazi. Devo dire che il contrattempo di lavoro che ha trattenuto mio marito un giorno in più non è giunto del tutto indesiderato. Sai, quando si torna in un luogo che hai sentito tuo, non è mai facile, specie dopo una lunga assenza. Non è idilliaco come talvolta si dice. Mi sento come un animale dopo il letargo. Devo prendere confidenza, superare ostacoli invisibili, recuperare vecchi contatti da lungo tempo sopiti”. Ernestina si interruppe, quasi interdetta da quella confidenza emersa all’improvviso, impetuosa.
“Ciao Peter, ora sono stanca, vado a riposare”. Si voltò senza aggiungere altro, e si diresse verso le scale che conducevano all’uscita.
“Tina”, chiamò Peter. Lei si fermò, dandogli le spalle, il capo lievemente reclinato sull’omero destro, come di chi ascolta un suono lontano e misterioso.
Mi sei mancata. E non hai idea di quante lettere ti ho scritto nei mesi successivi alla tua partenza. Ovviamente non ne ho imbucata nemmeno una, eppure sono tutte lì, sulla mia scrivania, accanto ai romanzi che dovevo pubblicare e che tu dicevi sarebbero stati un successo. Non mi sembra ancora possibile averti qui, vederti, poterti guardare negli occhi. Non sei cambiata. Anzi, sei cambiata, mentivo, o forse tutto è cambiato, ma non mi interessa, sei radiosa come sempre, più di sempre. Ho tanto da dirti, tutto. Sono felice e triste al tempo stesso. Felice di vederti, triste perché so che ti perderò di nuovo, e perché so che questo discorso lo sto solamente pensando, e non avrò mai il coraggio di dirtelo
“Mi raccomando gli scarponi”.
“Certo, Peter”.

Fine prima parte


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