venerdì 30 marzo 2012

Estate - conclusione


“Non trovi, Peter?” la domanda di Tina, ripetuta dalla ragazza con un accento di infantile impazienza, destò Peter dalla china dei suoi pensieri. “Bah, Tina mia, non saprei! Sai… non ti facevo così romantica, così prevedibilmente pronta a difendere concetti come il completamento reciproco o l’affinità di due anime congiunte dal fato. Stando a come la vedo io, tutto è frutto di tempo e pressione. Guarda la montagna. Tempo e pressione. E tutto prende forma. Due caratteri qualsiasi, uniti per un certo spazio di tempo e sottoposti a ben precise pressioni, si deformeranno fino a combaciare perfettamente l’uno sull’altro, e da tale attrito, come due zolle tettoniche, nasceranno splendide ed ardite catene montuose, magnifiche a vederle svettanti sul blu del cielo, ma semplice conseguenza, in realtà, di oscuri scontri sotterranei”.
I due tacquero un istante, mentre si inerpicavano lungo un tratto di ghiaione particolarmente impervio, in una zona in cui il sole, non arrivando mai, aveva permesso ad alcune sfrontate lamine di ghiaccio di tendere i loro agguati agli scarponi dei due alpinisti. Tina si voltò per un attimo verso l’abisso sottostante. Ebbe un brivido, non di paura. Fu piuttosto una incontrollata pulsione, un irrazionale desiderio di abbracciare l’aria, sporgendosi sul nulla. La ragazza era inquieta. L’essere proiettata nel mondo del suo passato le aveva dato una vertigine, un’ebbrezza sottile, l’ansia gioiosa della seconda opportunità, il miraggio del tempo bloccato e ripiegato su se stesso, il recupero virginale. In quel momento, in quel preciso istante, la presenza di Gustav le sarebbe risultata indigesta, inappropriata. Non si trattava di semplici ricordi, ma di una ben più straniante sensazione di ritorno ad una dimensione che lei ben sapeva essere morta anni prima. Fu solo un momento, ma bastò per sconcertarla. Ricacciò con poca decisione i pensieri che le si affacciavano alla mente, affrettando il passo e rispondendo a Peter:
“Mio Dio! Non ti facevo così succube del positivismo. Le edizioni di Zola sono arrivate anche in quest’angolo remoto di idealismo, vedo. Dunque la relazione tra due anime consiste, secondo te, solo nella deformazione data dal tempo e dall’esperienza? A come la vedo io andrebbe inserita anche la terza variabile del caso. Altrimenti, stando al tuo ragionamento, per creare coppie perfette basterebbe abbandonare due sconosciuti su un’isola deserta e lasciare fare alle zolle tettoniche, no?”
“E sia!” rise Peter, “aggiungiamo pure il caso. Ma ciò non toglie validità al concetto di base: non esiste l’individuo perfetto per te o per me, da qualche parte nel mondo. Esiste invece il momento giusto in cui incontrare una persona: solo un istante prima l’attrito tra due entità distinte avrebbe portato al terremoto e alla frammentazione. Un istante solo, ed ecco che la pressione genera il diamante”.
“E adesso, caro il mio Fichte, tra noi due si prepara il terremoto o sboccia il diamante?” la domanda, che voleva essere una battuta nelle intenzioni della ragazza, si ripercosse con violenza nella mente di Peter che, nella fretta di rispondere, rispose male:
“Dubito che ci siamo mai incontrati, Tina. Né terremoti, né diamanti”.
Erano giunti ai piedi della parete rocciosa. Il sole era al suo vertice nel cielo, e il vento che saliva dalla valle era caldo e sapeva di resina. L’umidità presente nell’aria, a contatto con la mole gelida della vetta, generava nembi cupi, grevi e inquietanti.
“Credi che ci sia il rischio di un temporale?” la voce di Tina raggiunse Peter con una tranquillità così totale da apparire fredda. Peter, con la sua risposta, voleva rassicurare se stesso e quella donna del suo passato così improvvisamente ripiombata nel ritmo scandito da ricordi e rimorsi del suo tranquillo presente, ma si rendeva conto che l’esito era stato del tutto opposto: mettendo le mani avanti in maniera tanto netta e recisa, aveva dato l’impressione sgradevole di un bambino che maschera l’attrazione per la propria compagna di banco tirandole le treccine. Tina invece si era dimostrata matura e solida con quel tono così tetragono, con quel suo cambiar discorso rapido. Lei aveva scherzato, lui no.
“Difficile a dirsi in questa stagione. Ad ogni modo, anche se fosse, basta che ci rifugiamo in un anfratto, ovviamente dopo aver abbandonato i ramponi e le piccozze. Ma ad occhio e croce quei nembi mi sembrano solo di passaggio. È l’ombra della montagna che li fa così neri”.
Erano finalmente arrivati al punto nodale del loro itinerario. Finita la camminata, ora iniziava la vera arrampicata. Di fronte a loro svettava il campanile della cima, una parete granitica, all’apparenza perfettamente liscia, che saliva fino a toccare il cielo con una lama di roccia e ghiaccio, seghettata e inaccessibile. Solo ad un occhio esperto quella lastra di pietra gelida rivelava sottili pertugi, scanalature, venature sulle quali lo scarpone avrebbe potuto trovare un appiglio sicuro. Quella cima era una delle più ambite dagli alpinisti amatoriali di tutto il circondario, perché, pur non essendo proibitiva, consistendo in fin dei conti in poche decine di metri in verticale, tutti esposti al sole e già segnati dai chiodi di generazioni di avventurieri, dava allo scalatore l’ebbrezza del limite e del pericolo, con il suo ergersi al di sopra di ogni vetta prossima, con quel dito quasi inquisitore puntato verso la profondità della volta celeste.
Sia Peter che Tina erano già stati là in cima, assieme. Più di una volta, a dire il vero, ma Peter ricordava solo l’ultima ascesa. Erano soli, loro due, come quella mattina, eppure tutto era differente. Nella sua memoria, anche la luce solare riflessa dal ghiaccio e dal granito appariva più vivida e intensa. Quel giorno aveva mandato avanti Tina, ad aprire la cordata a due. Si fidava di lei. Chi non esperimenta in prima persona la scalata a due, a corda doppia, non può capire. Non esiste davanti e dietro, come non c’è chi guida e chi segue. Quando si sale in due, la fune che lega diventa cordone ombelicale, vincolo inestricabile ed intimo, molto più che semplice simbolo: ognuno sa di dipendere dall’altro, l’errore dell’uno può significare la morte di entrambi, e in una così profonda interdipendenza non può che nascere l’amicizia. O l’amore.
Tina era sicura e rapida nei movimenti, e quella mattina così colorata di… quando? Sei, sette anni prima? Peter aveva intuito la profondità del loro legame, e si era illuso che potesse essere eterno.
“Allora, ti ricordi come si scala?” la domanda, chiaramente provocatoria, era arrivata a Tina mentre fissava con un’espressione leggermente preoccupata la parete di roccia. In quel preciso istante non si sentiva tranquilla. I suoi pensieri, il ritorno così inopinato del suo passato alla luce della memoria, quella strana repulsione per l’idea che Gustav sarebbe arrivato l’indomani mattina, e poi Peter, così freddo e rigido nei suoi confronti, le avevano infuso nelle vene una sorta di sottile disgusto, una nota cacofonica dalla quale non riusciva a liberarsi. Per un istante la ragazza vagheggiò l’idea del ritorno all’albergo, ma subito le si affacciò alla mente l’immagine scialba delle passeggiate al massimo amene cui sarebbe stata destinata dopo il matrimonio, su sponde tranquille, affollate di borghesi eleganti, di laghi alla moda. Quella cima probabilmente sarebbe stata la sua ultima… ultima cosa? Ultima esperienza di vita, di avventura? L’ultimo assaggio di paura, di abbandono a forze incontrollabili? O solo l’ultimo, tardivo, tributo di una placida viennese a un passato non più suo? Tina era chiaramente consapevole che quella scalata sarebbe stata una delusione certa. Il compagno di giovinezza, il suo vecchio Peter non aveva nulla a che fare con questo signore perso nelle abitudini e nelle delusioni della vita di paese. Inoltre, sapeva che scalando avrebbe faticato, avrebbe temuto di non farcela, sarebbe inevitabilmente riandata con la memoria ai giorni in cui i suoi muscoli rispondevano meglio agli stimoli. Senza contare il tempo, quel sole pallido e metallico, quei riflessi quasi olivastri sul granito, che accecavano senza scaldare, quei nembi scuri in alto, cui sarebbe ripetutamente andato lo sguardo durante la salita. Perché voler ad ogni costo tributare un estremo sacrificio ad un tempo andato, con il rischio oltretutto di rovinarsi la memoria con un revival di terz’ordine
“Scherzi?” rispose Tina con un accento che voleva sembrare spavaldo, ma che si diluì sul finale con un’ombra di dubbio che Peter, se riuscì a cogliere, ignorò. Partirono. Peter individuava il chiodo davanti a sé, ne saggiava la resistenza con la piccozza e, se lo trovava saldo, vi passava il moschettone. Tina, mano a mano che il suo compagno arrivava alla tappa successiva, liberava la fune e lo seguiva. La giovane fin dai primi metri fu felice di aver scelto di proseguire. Aveva dimenticato molte cose fondamentali dell’arrampicata, piccole sensazioni, parvenze di idee, ma assolutamente discriminanti: la percezione della viva roccia sotto le dita, l’ansia quasi animale con cui tutto il corpo cerca di penetrare la pietra, di trovarvi rifugio e salvezza; e poi la stranezza dell’essere sospesi in verticale tra la terra e il cielo, l’avvertire il solletichio inquietante del vuoto che grava sulla nuca, la consapevolezza che dietro c’è la morte, sopra c’è la fine, sotto la sconfitta, e temere e desiderare al tempo stesso di voltarsi, di contemplare, come il bimbo che guarda nel buio della stanza, ciò che fa paura e ciò che rende vivi. O, in realtà, ciò che fa paura è ciò che rende vivi? Tina era felice di salire, non accusava la stanchezza, le gambe rispondevano quasi come cinque anni prima, e i suoi movimenti erano rimasti precisi e sicuri. Non pensava a nulla del passato e del futuro, la sua adolescenza era soffocata, Gustav era proiettato in un futuro incerto di fronte alla totalità di quell’istante, in quel luogo. Tina era consapevole di assaporare uno dei rari, veri attimi di libertà destinati ad una vita comune, momenti dell’anarchia più vera, la ribellione al tempo, al rimpianto del passato e alla paura del futuro: era contenta di sé, di ciò che era, né di ciò che era stata, né di quanto voleva, o doveva, divenire.
Peter saliva in silenzio, schiavo della memoria. Rivedeva se stesso seguire Tina e sorridere, mentre la valle ai loro piedi dichiarava con la sua solarità di essere, per sempre, loro serva. Erano due giovani divinità greche in quel momento, eterni e perfettamente felici e crudeli. Erano puro sforzo, puro attimo, irriverenza, spavalderia e sicurezza di sé. Peter in quell’istante esatto ricordava, unico punto in tutta la sua esistenza, di non aver temuto il futuro, di aver percepito dentro di sé l’alchimia esatta per dominare la propria storia. Ora si percepiva estraneo a se stesso, dominato dal più profondo senso di inadeguatezza riscontrabile da mente umana. Rivivere, sotto lo scacco del tempo, la stessa esperienza che gli aveva offerto una briciola di immortalità, lo esasperava, e ora si sentiva ridicolizzato da quella parete, uguale a se stessa, divinità orribile cui i mortali si aggrappano inseguendo le proprie chimere. Si vide vecchio e solo, inebetito dalla sclerosi dei ricordi, e capì che quella cima, mentre lui si sarebbe spento nell’ombra umida di una pensione a poco prezzo, avrebbe continuato a irridere la valle ed il mondo con la sua presenza immota. Peter odiò se stesso e la montagna con tutte le proprie forze.
Erano le tre quando raggiunsero la cima. Quella lama di coltello che segava l’azzurro del cielo in realtà, una volta violata, si rivelava assai accessibile: una piattaforma di roccia nuda, macchiata qui e lì da chiazze di neve, che correva lungo tutto il crinale della torre, con una larghezza dai cinque ai dieci metri. Tutto attorno il nulla, tranne la sensazione stringente di essere sospesi su un dito in un mare di cielo. I due si riposarono, dopo che Peter ebbe riavvolto la fune, sedendosi al riparo di uno sperone di roccia che si sollevava quasi come un dente dal pavimento di granito, facendo da scudo alle gelide ed umide folate provenienti da nord. Tacevano entrambi, dominati da sentimenti opposti. Ognuno fissava avanti a sé l’orizzonte. Tina ad un tratto si piegò verso Peter e, passatogli un braccio attorno al collo, appoggiò la testa sul suo petto. Peter non reagì, aveva dato la giusta interpretazione a quel gesto: Tina gli era profondamente riconoscente, lo ringraziava per ciò che aveva fatto, per ciò che era stato e aveva significato. Tutti tempi passati. Ormai Peter era un faldone d’archivio per Tina. Lei aveva assaporato il presente, scalando quella parete: lo aveva avvertito bene, Peter, dal modo in cui la ragazza sotto di lui si muoveva, dalla delicata frenesia dei suoi gesti, dall’ansia con cui l’aveva vista sbirciare il vuoto dietro di loro, quasi ansiosa di arrivare, di vincere, di essere. Quello era davvero un gesto conclusivo, riassuntivo.
“Sono felice di essere qui, con te” mormorò Tina, “tu non hai idea di quanto abbia significato questa salita. Non sono stati anni facili, per me, ho dovuto cambiare esistenza, dimenticare tanti luoghi, tante persone. Oggi, grazie a te, credo di essere riuscita a fare pace con una buona parte del mio passato”.
Peter ascoltava e invidiava dal profondo quella ragazza che riusciva a fare i conti con la propria storia, senza restare indietro, avendo la forza di risalire. Per un attimo desiderò sessualmente quel corpo caldo appoggiato, abbandonato al suo, pensò all’amplesso sulla cima, all’estasi del momento, alla percezione istintiva e precosciente del possesso totale e al tempo stesso dell’abbandono di un corpo all’altro. Ma, spingendosi oltre, percepì il brivido del risveglio dall’ardore, il torpore delle membra, l’imbarazzo, la discesa prosaica e volgare ad una vita anonima, ancora più vile a fronte di quell’istante sublime.
Si limitò ad appoggiare il mento sui capelli morbidi e profumati della ragazza, e a fissare le nuvole all’orizzonte, in fuga chissà dove. Un brivido scosse entrambi.
“Forse è meglio tornare, che ne dici? Mangeremo alla baita, con un buon thè” propose Peter, sollevando piano il corpo di Tina. Lei non rispose, ma si alzò e si fissò lo zaino, pronta a ridiscendere. “Sai” mormorò poi, dirigendosi verso la parete a nord, quella opposta rispetto alla valle da cui erano ascesi “dovresti venire a trovarci a Vienna qualche volta. Credo che le tue competenze e i tuoi balzani gusti letterari interesseranno il mio Gustav”. Nel dire questo Tina, incuriosita dalla maestosità del paesaggio, si era sporta sull’orrido cupo che si apriva ai suoi piedi. Era uno spettacolo tremendo, quasi religioso: la parete era estremamente più frastagliata e irregolare nei contorni, quasi che i ghiacci e il vento si fossero sadicamente divertiti, con perizia da cerusico, a violare la roccia, deformandone i contorni. Ovunque neve e pietre rompevano l’armonia della parete, dando allo scenario un aspetto da romanzo gotico. Su tutto, però, ciò che inquietava maggiormente era l’ombra della montagna, scudo eterno ai raggi del sole. Sembrava quasi che i minerali stessi, gli eterni graniti ne avessero assorbito i toni cupi e opachi, che il buio avesse modificato la sostanza della materia, svilendola e ammorbandola di un livore mortifero.
“Peter, sai se qualcuno è mai salito da questo versante?” chiese Tina, accingendosi a tornare sui suoi passi, per preparare la discesa. Peter, alle sue spalle, in silenzio, immaginava.
La spinta è così repentina e decisa che la ragazza non ha materialmente il tempo per prendere coscienza di quanto stia avvenendo. Il suo corpo registra fedelmente le percezioni, ma il cervello impiega un po’ di tempo prima di riordinarle e capirle, cosicché il panico arriva solo quando i due corpi sono già precipitati per i due terzi del burrone. Tina vede il cielo, vede la cima della torre, dalla quale poco prima stava contemplando il panorama, allontanarsi paurosamente, come se si stesse sollevando a velocità siderale, spinta da chissà quali forze ctonie. Solo una frazione di secondo più tardi, grazie al sibilo del vento e al respiro che le manca, capisce che non è la torre ad innalzarsi, ma lei a precipitare. Istintivamente cerca di muoversi: un gesto meccanico, non razionale, in cerca di un appiglio, ma Tina in quell’istante si rende conto di essere bloccata, e solo allora, stranamente, sente, comprende che Peter la tiene abbracciata a sé, immobilizzandola. I suoi occhi fanno appena in tempo a registrare il volto dell’uomo sospeso sul suo, i suoi occhi torvi e lucidi, accesi in un ghigno infernale e vuoto. Tina inspira quanto più ossigeno può, per gridare, istintivamente, perché ora sente il panico animale prenderle il corpo e trascinarlo verso la sopravvivenza, ma è tutto inutile. I due corpi si schiantano con un sordo rumore di morte sulle rocce puntute del fondovalle. L’ultimo pensiero cosciente di Tina, prima che il terrore le annebbi la mente e l’adrenalina le anestetizzi le membra, risparmiandole almeno il dolore, è che da piccola possedeva una bambola di porcellana la cui espressione, vuota e trasognata, era comicamente simile a quella di Peter.
“Non che io sappia. Troppo difficile e pericoloso”.
Si salutarono, a sera ormai fatta, sulla porta dell’Hotel. Un paio di volte, i giorni seguenti, Peter la vide camminare lungo il corso principale, sottobraccio a un galante signore dall’aria trasognata e triste, singolarmente simile alla sua. Non ebbe più occasioni per parlarle; lei partì agli ultimi di agosto.



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